“Contrordine compagni!”, avrebbe potuto scrivere Giovanni Guareschi. La Fondazione Fisbafat, che poi si chiamava Fondazione Fai, poi Fondazione Fai-Cisl Studi e ricerche (organizzazione senza scopo di lucro che chiede i soldi del 5 per mille), è tornata la Fondazione Fisbafat! Forse (visti i precedenti, la cautela è d’obbligo).
Di sicuro, da alcuni giorni è ricomparso il sito www.fisbafat.eu che, in singolare coincidenza con alcuni nostri articoli che ne parlavano, era morto ad aprile. Per la verità non è che anche ora ci sia molta vita: in effetti non è cambiato nulla rispetto all’epoca della presidenza Gorini (salvo il nome del presidente e del segretario, l’accoppiata Sbarra-Manca); così come continua a comparire il riferimento ad un collegio di revisori dei conti che invece è stato chiuso il 9 gennaio 2015. Ma, ad esempio, nella home page c’è ancora il video con De Rita accanto a Gorini e Pastrello che parla dell’Italia “alla prova della sopravvivenza” (una prova che i segretari regionali sono impegnati a superare. Almeno finché servono al commissario…). E c’è ancora il riferimento ad un fantomatico “comitato scientifico” con un link che porta in uno spazio vuoto, immagine sinteticamente perfetta delle attività scientifiche della Fondazione sotto la gestione Sbarra-Manca.
Sì, ma che è successo?
Per la verità non lo sappiamo bene. E ci guardiamo bene dal raccogliere troppe informazioni dalle parti di via Tevere 20 dove c’è chi informa tempestivamente il segretario-commisssario-presidente se qualcuno parla con qualche dissidente.
Quello che possiamo immaginare è che far chiedere il 5 per mille ad una Fondazione che, oltre a non avere un nome certo, non aveva più un logo, né un sito, né organi sociali, né alcuna attività, ma solo un codice per ricevere risorse poteva forse creare qualche problema d’immagine e/o di sostanza.
Ma forse no. Forse siamo ad un inizio di resipiscenza del segretario-commissario-presidente a tutti i costi, che si è reso conto di aver sbagliato a forzare la mano.
O forse c’è stato uno scatto di orgoglio da parte dei segretari regionali che sono andati a battere (per una volta non le mani, ma) i pugni sul tavolo col segretario-commissario-presidente a tutti i costi e gli hanno detto chiaro e tondo che “la storia delle nostre federazioni non si tocca! Rivogliamo la Fondazione che doveva tenerne vivo il ricordo!”.
Secondo voi, qual è l’ipotesi più probabile?
E’ la seconda volta in pochi giorni che viene evocata la figura di Giovannino Guareschi.
La prima, in occasione dell’Assemblea Unitaria di FAI-FLAi e UILA a Cervia per la presentazione della piattaforma di rinnovo del CCNL dell’Industria e Cooperazione Alimentare, la seconda ora.
Nella prima circostanza, il proposito di ricordare, in terra romagnola, un figlio nobile che ha saputo creare con le figure di Peppone e Don Camillo, la sintesi “volgare”( da volgo ) del confronto/scontro di culture, ideologie e personalità che trovano, alla fine delle loro dispute verbali e rusticane, soluzioni che fanno sintesi tra umanità e buon senso, voleva esaltare la ritrovata capacita’ della “triplice” categoriale di costruire un percorso unitario e l’auspicio di non disperderne i benefici in fase di confronto con le controparti.
Un esercizio che ultimamente riesce più facilmente ai nazionali che ai nostri rappresentanti territoriali, perennemente impegnati a parare colpi bassi o ad evitare tranelli.
Anche a Cervia, infatti, non si sono sprecati i complimenti e le pacche sulle spalle reciproche, nonchè gli sproni(alla truppa e ai delegati) a continuare l’opera di sensibilizzazione dei lavoratori con un Mantegazza sempre piacione, una Crogi barricadiera e un Commissario, al solito, prolisso e soporifero nelle conclusioni ma fermo nella pervicacia a portare a compimento l’opera di commissariamento dell'(ennesimo) territorio sospetto di frequentazioni sospette e di creativa gestione dei bilanci( salvo poi inventarsi delibere d’antan mai esibite per sottrarre risorse alle periferie, in perfetta sintonia con i dettami congressuali).
Io a Cervia non c’ero, ma mi sento di fare un’importante precisazione: Guareschi non era romagnolo, ma emiliano. Visto da altre regioni la differenza può sembrare poca, invece è tanta roba.