The dots

“Non siamo, formalmente, di fronte a un vero e proprio piano di azione come previsto dalla direttiva europea sui salari minimi adeguati del 2022, ma se si uniscono the dots (i puntini) tra loro, la direzione appare chiaramente delineata”.

Lo scrivono il presidente del Cnel Renato Brunetta e il suo collaboratore Michele Tiraboschi nella loro ultima articolessa per il giornale dei padroni (tutti i giornali sono dei padroni, tranne qualche cooperativa, ma Il Sole 24 Ore lo è anche ufficialmente) dedicato a descrivere prospettive mirabolanti aperte dal decreto del primo maggio che, così recita il titolo sul quotidiano, crea “le condizioni per una nuova stagione di relazioni industriali“. Si tratta dello stesso titolo che sul giornale dei padroni ricorre da almeno trent’anni (come ha ben detto la mia amica Grazia La Terza, sembra di essere in un eterno ritorno al passato), ad esempio per gli articoli del Cnel a sostegno della legge sulla partecipazione; il tempo passa, la “nuova stagione” non si vede e loro passano a parlare d’altro.

Sullo stesso giornale, lo stesso argomento è trattato in altri due articoli: a pagina 11 ne parla Vincenzo Caridi, capo dipartimento del ministero del lavoro, che fa come l’oste che giudica buono il vino che ti sta mescendo, mentre a pagina 36 la giornalista Barbara Massara cerca di capirci e spiegarci qualcosa in concreto, al di là delle petizioni di principio e delle soluzioni nominalistiche (il “salario giusto”).

Tre articoli in tre pagine diverse del giornale dei padroni sono come tre puntini (certo, scrivere dots è più fico!); e dalla scuola media ci viene il ricordo della formula di geometria per cui fra tre punti non allineati passa una ed una sola circonferenza.

Proviamo allora a unire questi tre puntini e vediamo che circonferenza ne esce.

Per Caridi, il decreto lascia “spazio alla contrattazione” perché nel decidere qual è il “salario giusto” (decidere senza definire, aumentando così l’incertezza del diritto, ndr) si rifà al “trattamento economico complessivo definito dai Ccnl stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative“. Cioè, mi permetto di osservare, si rifà a una cosa come la rappresentatività che non è definita per legge (e forse non è definibile all’atto pratico, altrimenti l’avrebbero definita da tempo) e si prosegue sulla stessa strada di fatto seguita finora: con i risultati in termini di fallimento che conosciamo perché il problema salariale non nasce dalla concorrenza al ribasso, nasce dentro ai “contratti leader” dei sindacati più “rappresentativi”. E forse ai padroni miopi (che sono tanti…) e al loro giornale la cosa va bene perché hanno l’illusione di risparmiare sul lavoro mentre in realtà stanno impoverendo tutto il sistema.

La stessa filosofia emerge dall’articolessa della coppia Brunetta-Tiraboschi: che vende la conferma dello status quo da parte del decreto come se fosse l’introduzione di “ulteriori elementi di forte innovazione“. Ad esempio, il provvedimento del governo “non impone un salario per legge – scrive Brunetta, uno che il compenso da presidente ce l’ha fissato dal Cenl in cifra chiara, senza rinvii a nientema orienta le scelte verso i livelli retributivi più elevati“. Detto in italiano semplice, si prendono i salari bassi previsti dai contratti attuali e li si battezza come “più elevati” di altri: i sedicenti riformisti qui andrebbero chiamati semmai nominalisti. Ma quel che conta, secondo loro, non è il quanto della busta paga, è “il pieno riconoscimento della autonomia e delle responsabilità delle parti sociali nelle materie della rappresentanza, della produttività e delle retribuzioni“.

Fin qui le chiacchiere: venendo al sodo, l’articolo di Barbara Massara spiega che, per capire cosa sia il salario “giusto” (e quindi non contestabile? Né in giudizio né con il conflito industriale? ndr) e quindi come si realizzi all’atto pratico il pieno riconoscimento della autonomia di cui parla Brunetta, “centrale è diventato il concetto di trattamento economico complessivo“; che però non è ben definito neanche quello (un Tec indefinito usato per definire un salario giusto definito con rinvio ad un concetto non definito come la rappresentatività, ndr). “Al fine di definire l’esatto perimetro del trattamento economico complessivo – spiega la puntuale giornalista – si attendono i chiarimenti ministeriali“.

Ecco! Gira che ti rigira, alla fine la famosa valorizzazione dell’autonomia contrattuale dipende … dai chiarimenti della burocrazia! La quale, per statuto, non ama i cambiamenti e lascia le cose come stanno da almeno trent’anni, cioè da quando i salari reali sono fermi quando non vanno all’indietro.

E così la circonferenza che passa per i tre dots si può chiamare, come diciamo a Roma, “er giro di Peppe”: si parte e si arriva allo stesso punto senza andare mai da nessuna parte.

Francesca Romana per il9marzo.it

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