Sabino Cassese è un giurista amministrativista, quindi ragiona in termini burocratici. Ed è amato da chi pensa che ai problemi sindacali si debbano dare risposte burocratiche. Che poi è sempre la stessa risposta: “Ci vuole una legge…”, l’unica soluzione immaginabile da un burocrate, per il quale i problemi di relazioni industriali sono problemi dello stato, e i problemi dello stato chiedono in primo luogo norme di legge che dettano le regole e poi chiedono burocrazie (in questo caso quelle sindacali) per la loro applicazione in base alle direttive ricevute.
Sul Sole-24 ore di oggi, Cassese annuncia, come se fosse chissà quale novità una proposta di legge contro il dumping contrattuale imperniata sul principio che il datore di lavoro paga il salario sufficiente (quello al quale chi lavora ha diritto in base all’articolo 36 della Costituzione) se ha applicato il contratto collettivo sottoscritto dai sindacati “più rappresentativi” (qui “comparativamente”, ieri “maggiormente”, a volte si preferisce “effettivamente” … con un profluvio di avverbi in “ente” degno di Cetto La Qualunque)
Si sa che “sindacati rappresentativi” è una foglia di fico verbale per non dire esplicitamente Cgil, Cisl e Uil, cioè la serie A della rappresentatività sindacale (perché le leggi ad personam sono tali anche quando la persona è un’organizzazione, ma poi bisogna far finta che la legge sia uguale per tutti).
Chi non abbia perso la memoria si ricorderà che sui manuali di diritto del lavoro c’era scritto, fino a non molto tempo fa, che per giurisprudenza costante l’applicazione dei contratti collettivi era sufficiente a garantire il rispetto del criterio della retribuzione proporzionata e sufficiente; e i contratti presi a riferimento erano quelli di Cgil, Cisl e Uil. Ci sono voluti trent’anni di stasi delle retribuzioni, di trucchi come l’Ipca e altre scelte sbagliate perché la giurisprudenza si accorgesse che anche i contratti di serie A potevano essere insufficienti e/o non proporzionati. E, giustamente, i giudici in questi casi hanno usato del potere di decidere la causa stabilendo le differenze retributive dovute.
All’estero questo problema non si pone perché, quasi sempre, il salario minimo è fissato per legge. Da noi, dove ci sarebbe addirittura la Costituzione a imporre che la retribuzione minima fosse garantita, non si vuole fare questa legge, la più semplice e la più diretta, perché chi vuole restare in serie A ha paura di perdere il controllo del settore. E la cosa vale non solo sul lato del lavoro dipendente, ma soprattutto su quello delle imprese: perché, non di rado, chi aderisce alle organizzazioni di rappresentanza datoriale lo fa perché è una maniera di poter applicare contratti che legalizzano il sottosalario. E quindi, ora che i giudici hanno detto basta, l’organizzazione datoriale deve proporre una legge perché le cose non cambino.
Ma c’è un’altra cosa buffa: di fronte alle proposte di legge sul salario minimo e alla direttiva della Ue in materia, il governo delle destre, il Cnel del ben retribuito Brunetta e vari professori di parte sindacale come datoriale avevano risposto che il problema non esisteva perché i contratti sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil erano la grande maggioranza (come se una medicina non potesse essere prescritta a chi ne ha bisogno se non necessaria alla maggioranza dei malati…). Ora, però, arriva Cassese sul quotidiano confindustriale e rovescia l’argomento: siccome ci sono tanti contratti sottoscritti da tanti sindacati, allora c’è il problema del dumping contrattuale. E, di fronte al problema opposto, propone la stessa medicina, quella di privilegiare i contratti di serie A. Come chi prende la stessa aspirina in presenza di sintomi opposti.
Di fronte a questi rovesciamenti della realtà, bisogna ribadire che la soluzione diretta, semplice e comune agli altri paesi (sia che il problema fosse il dumping, sia per il problema innegabile della stasi delle retribuzioni) è il salario minimo. Ma si tratta di una soluzione che non richiede di passare dalla burocrazia sindacale, e allora Cassese propone di tornare, invece, allo status quo ante: facciamo una legge che rimetta i contratti di serie A al centro del sistema. Anche quei contratti che i giudici hanno riconosciuto come insufficienti a garantire i salari dignitosi di cui all’articolo 36.
Attenzione, non siamo davanti al capriccio estemporaneo di un professore di 90 anni compiuti. Anche la Corte costituzionale ha appena compiuto la stessa operazione di ritorno al passato sull’articolo 19 dello statuto dei lavoratori, perché ha ripristinato, e addirittura rafforzato, il principio della rappresentatività sindacale che non si trova nel testo della Costituzione e che un referendum aveva abrogato nel 1995, in modo da ripristinare il privilegio di chi gioca in serie A senza rischio di retrocessione e senza concorrenza di altre organizzazioni (che non sono tutti sindacati gialli, e a volte sono meno gialli di certe articolazioni della quadruplice Confindustria-Cgil-Cisl-Uil).
La sentenza della Corte costituzionale e la proposta di legge lanciata sul Sole-24 ore vanno lette assieme perché dimostrano che i burocrati stanno lavorando per usare le lacune (vere o presunte) del diritto sindacale in modo da ripristinare la funzione regolativa della burocrazia sindacale. Una funzione da salvaguardare anche a spese dei salari (proposta Cassese-Confindustria) e dei diritti delle organizzazioni sindacali non accreditate all’applicazione delle direttive pubbliche o statali.
Ecco perché la legge sul salario minimo è doppiamente necessaria: perché è giusta, e perché colpisce al cuore il sistema della burocrazia sindacale.
Giovanni M. per il9marzo.it
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