Qual è la posta in gioco nel giudizio sulla causa intentata da Francesco Lauria alla Cisl contro il suo licenziamento, che si apre questa settimana?
La risposta più ovvia riguarda Francesco; che si gioca un bel po’ dei diritti maturati nel corso del suo rapporto con l’organizzazione. A secondo di cosa (e quanto) gli dovesse essere riconosciuto o negato dal Tribunale di Firenze, la sua vita sarà più o meno difficile. E quindi noi ci auguriamo che la decisione gli sia favorevole nella misura più ampia possibile, perché siamo per la tutela delle persone, non per quello delle organizzazioni burocratiche. Dalla parte del lavoratore dipendente, non di un datore di lavoro che nella controversia si gioca molto meno per la propria vita.
Ma c’è, soprattutto, una posta in gioco politica, e riguarda il senso dell’azione sindacale. Perché anche resistere in giudizio è un’azione, e quindi la condotta della Cisl deve essere giudicata in un quest’ottica, per capire se sia coerente con la natura e i fini di un’organizzazione sindacale.
Sarebbe facile dire allora che la Cisl si gioca la propria credibilità come organizzazione di rappresentanza del lavoro. Ma questa credibilità è stata persa da tempo: con il commissariamento della Fai come ritorsione per il libero voto di un congresso, poi con l’espulsione di Fausto Scandola per aver detto la verità e ancora, fra i molti altri episodi, con le cause intentate e perse contro questo blog e contro i servizi di Claudia Di Pasquale per Report.
La vera posta in gioco, allora, riguarda le regole del gioco. Quelle che permettono ad un’organizzazione sindacale di giocare contemporaneamente due partite opposte: quella di Aulo Augerio, colui che agisce per difendere i diritti, e quella di Numerio Negidio, colui che nega i diritti, per usare le figure del diritto romano. Quella di chi rappresenta chi lavora e ne difende i diritti, e quella di chi nega alla controparte il diritto ad avere diritti.
Perché quando l’organizzazione nega i diritti, usa il diritto del lavoro allo stesso modo di una parte datoriale qualunque; e interpreta le norme in modo diverso da come le interpreta quando rappresenta il lavoratore. E quindi gli avvocati di Via Po 21 si presentaranno in giudizio sostenendo argomenti opposti da quelli che sosterrebbe qualsiasi avvocato incaricato di difendere le ragioni di chi lavora. Un comportamento che dal punto di vista del professionista è normale e doveroso, ma è insensato per chi li incarica. Almeno se vuole essere un soggetto di rappresentanza politica e sindacale del lavoro.
Ci sarebbe quasi da proporre una riforma di legge che proibisse ai sindacati, quando resistono, di usare argomenti giuridici incoerenti con quelli sostenuti quando agiscono. Per una questione di coerenza, di credibilità nella rappresentanza.
Ma c’è di più, e di peggio. Perché una parte datoriale normale si limita a negare i diritti, ma poi se il lavoratore licenziato se ne va e trova un’altra occupazione lo lascia in pace, perché il padrone ha ottenuto il proprio scopo. Via Po 21 no, non fa così. E noi parliamo di storie che conosciamo bene: parliamo di interferenze e di veti messi ad assunzioni dei licenziati in altre stutture della holding Cisl; parliamo di veti politici messi alle possibili assunzioni di licenziati presso organizzazioni esterne che avessero rapporti di collaborazione con la Cisl (“se assumi quello/a sarà un atto ostile verso di noi”); parliamo di tentativi di intimidazione verso chi ha proceduto lo stesso alle assunzioni (“come vi siete permessi ?”).
Perché un datore di lavoro normale, il peggiore che possa esistere, almeno ha una parte in commedia sola da recitare, quella del “padrone cattivo”. Un’organizzazione sindacale ne può avere due: quella di chi difende chi lavora e quella di chi lo licenzia. Una per le vertenze a tutela dell’individuo e una in cui entra in gioco la politica.
Per questo ci auguriamo che la giurisprudenza del lavoro cominci a tenere in conto questi aspetti. A cominciare dal caso di Francesco che deve difendersi in due vesti, quella di chi, come iscritto all’organizzazione, ha diritto di critica e quella di chi, come lavoratore subordinato, può essere licenziato se esercita i suoi diritti di iscritto. Il che è come dover giocare contemporaneamente contro due avversari.
Ci auguriamo allora che il Tribunale di Firenze capisca la contraddizione e la risolva a favore di Francesco. Anche perché in questo modo avrebbe uno sbocco positivo quello che Savino Pezzotta gli ha riconosciuto in una lettera di cui pubblica uno stralcio nel suo blog: essere “una persona che sta soffrendo e che, nonostante tutto, continua a preoccuparsi più degli altri che di sé stesso”. Cioè uno che di parti in commedia recita solo quella che ha scelto come quella più giusta. Quella di chi crede nel sindacato.
A differenza della burocrazia di Via Po 21.
il9marzo.it
TRASPARENZA – Questo blog è stato finanziato con eur. 32.700 dalla Cisl che ha perso la causa per diffamazione intentata contro di noi e ha dovuto pagare le spese.