Noi siamo vivi, voi siete morti

Il signor Giovanni Graziani, uno degli animatori di questo blog fin dal primo giorno, interviene nel giorno del nostro undicesimo compleanno e prende spunto dalle polemiche, che abbiamo ospitato, attorno ad un libro di Guido Baglioni.

il9marzo.it


Care amiche e cari amici,

la vicenda del libro del professor Baglioni prima bloccato, poi sbloccato e infine celebrato a domicilio dalla sorridente Daniela in persona, mi ha smosso alcuni ricordi che voglio condividere con voi e con chi legge il nostro blog.

Sarò sintetico, ma purtroppo non breve come avrei voluto, anche perché alla fine ne dovrò trarre una piccola morale.



Era il 15 novembre 2003, e Via Po, inserto culturale di Conquiste del lavoro, pubblicava un lungo articolo del professor Guido Baglioni che paventava il rischio di una situazione di «anomia» per il sistema di relazioni industriali, e proponeva di stabilire delle regole che introducessero la misurazione quantitativa della rappresentanza integrata da alcuni parametri di rappresentatività «qualitativa». Concetti oggettivamente fumosi a leggerli oggi come allora, ma di cui era chiaro a quale problema tentavano di essere una risposta: cosa succede se la Cgil non firma gli accordi e i contratti?

Eravamo infatti nella stagione seguita al Patto per l’Italia e della battaglia strumentale sull’articolo 18 da parte del governo Berlusconi, che agitava il problema per isolare la Cgil, la quale a sua volta usava quella bandiera simbolica per aggregare attorno a sé un progetto di alternativa politica. E per questo si era scontrata con la Cisl.

Secondo Baglioni, quella situazione di conflitto fra i sindacati sarebbe stato una novità (e non era vero…) che imponeva nuove regole al sistema di relazioni industriali; solo che la Cgil era troppo grossa per poterla isolare con il solo principio di maggioranza e con il voto, e allora era necessario integrare i parametri quantitativi con quelli qualitativi (che poi è una vecchia idea della destra non democratica: i voti si pesano e non si contano).

Qualunque cosa volessero dire (e ammesso che volessero dire qualcosa), questi parametri qualitativi sarebbero quindi serviti a isolare la Cgil, pur forte e talora maggioritaria; e la proposta era quindi funzionale al disegno condiviso fra i partiti del centro destra (e fra questi soprattutto da chi, come Sacconi e Brunetta, veniva dal Psi) e alcuni settori della Cisl (e così sarà negli anni a venire: isolare la Cgil sarà un Leitmotiv della segreteria Bonanni e occasione del feeling con Sacconi ministro).

Io, che all’epoca mi occupavo dei temi della rappresentanza per la defunta Scuola nazionale di formazione della Fai, pensai che l’intervento del professor Baglioni, presentato come l’apertura di un dibattito, fosse l’occasione per intervenire come Federazione a difesa delle ragioni della libertà sindacale. E preparai un breve saggio che si apriva e si chiudeva con una citazione di Carniti («C’è una fatica nel lavorare democraticamente»), presa da Remare controcorrente (p. 93) per negare che la situazione delle relazioni industriali in Italia fosse anomala e viziata da «anomia» solo perché si trovava ad affrontare ciò che è normale che accada in paesi dove la libertà sindacale si traduce in una pluralità di organizzazioni. Pluralità che implica di accettare la fatica del confronto democratico, di cui parlava Carniti. A sostegno del mio argomento, portavo argomenti presi dalla storia (le posizioni alla Costituente, il disegno di legge Brodolini sullo statuto del lavoratori) e dalla comparazione giuridica (le regole e gli effetti della loro applicazione in Germania, Francia, Spagna, Portogallo e Stati Uniti).

Il mio contributo fu quindi inviato dalla segreteria della Fai a Conquiste del lavoro, chiedendone la pubblicazione nell’ambito del dibattito che intanto si era aperto. Qualche giorno dopo, una dipendente della Fai, moglie del curatore del supplemento “Via Po”, mi passava al telefono il marito, il quale mi diceva che Baglioni aveva dato parere negativo alla pubblicazione del mio articolo in quanto «poco chiaro». E allora io, per nulla sorpreso dalla reazione del professore e poco propenso a creare problemi a chi lavora come dipendente, rinunciai a insistere con lui per la pubblicazione.

Chi reagì meno bene fu il segretario generale della Fai, Albino Gorini (e come lui il professor Mario Grandi, che aveva letto e apprezzato il mio lavoro), che rivendicò alla federazione il pieno diritto di intervenire nel dibattito aperto sul giornale della confederazione. Il compromesso, allora, fu che Gorini venne invitato ad intervenire su Via Po, mentre il mio articolo trovò posto sul sito della Fai (ora si trova nel mio libro La natura precaria della libertà sindacale, Bonomo 2019, pp. 410-421).

Naturalmente, Gorini chiese a me di scrivere l’intervento a sua firma. E io, naturalmente, lo scrissi in chiave politica, comprese alcune critiche esplicite alle posizioni del professor Baglioni.

Alcuni mesi dopo, i dodici interventi apparsi su Via Po fino al maggio 2004 vennero raccolti in un volumetto di Edizioni Lavoro, che li pubblicò integralmente … tranne quello a firma Gorini, dal quale erano spariti i passaggi che esprimevano le critiche alle posizioni di Baglioni. Di modo che non venisse turbato il tono ossequioso di tutta la pubblicazione. La quale, a distanza di tempo, appare in tutta la sua inutilità politica e culturale (qualcuno ha avuto più notizie della «rappresentatività qualitativa» proposta da Baglioni?) ma resta come documento di un dibattito senza sugo e autocelebrativo.

Gorini, comunque, non la prese bene anche questa volta. Tanto più che il libretto doveva essere acquistato dalla federazione e spedito a tutte le strutture (ai grandi professori e ai grandi curatori piace vendere facile …). E allora lui ne accompagnò la spedizione con una circolare in cui precisava che il suo intervento era stato purgato e che quindi la posizione della federazione era stata rappresentata in maniera infedele (io, da parte mia, scrissi una recensione critica per il mensile della Fai, ora in La natura precaria della libertà sindacale, cit. pp. 248-252).

A questo punto, chi si risentì fu la confederazione. Che con una lettera a firma di Giulio Mauri, collaboratore del segretario generale Savino Pezzotta, rimproverò a Gorini di aver criticato un libro del quale risultava fra gli autori. Come se la Fai non avesse subito due censure confederali (prima il rifiuto dell’articolo di un collaboratore, poi la versione edulcorata di quello del segretario generale) e dovesse solo pagare la fattura ed elogiare Baglioni.

Quanto a me, ne ebbi conferma del giudizio su una Cisl troppo carica di zavorre del passato e poco capace di elaborare un pensiero contemporaneo o anche solo di accogliere argomenti non allineati con la matrice imposta alcuni anni prima. Due decenni dopo, mi sembra che la confederazione non sia mai uscita da quel vicolo cieco. Come avrebbe dovuto fare un’organizzazione ancora vitale.

Vedo poi che la segretaria generale della Cisl si preoccupa ancora di celebrare il professor Baglioni, e che questi, che a me sembrava vecchio di idee già allora, riesce ancora a farsi celebrare. E la foto che li ritrae assieme sorridenti mi ha fatto venire in mente (più per Daniela e ciò che rappresenta che per Baglioni, di cui ammiro e invidio la tenuta fisica e mentale) la frase più famosa del romanzo distopico di Philip K. Dick intitolato Ubik, la storia fantascientifica e visionaria di un gruppo di persone che credono di essere sopravvissute ad un’esplosione in una base lunare ma poi vengono contattati da chi credevano fosse morto in quella occasione, il quale li informa che le cose stanno al contrario: «io sono vivo, voi siete morti», quello che state vivendo è una specie di sogno frutto dell’attività elettrica residua nel vostro cervello, ma la realtà è un’altra, ed è quella che vivo io.

Ecco, care amiche e cari amici (e, p.c., cara Daniela), noi del 9 marzo oggi entriamo nel dodicesimo anno di vita. E quindi siamo ancora vivi; mentre ciò che avviene a Via Po 21 è solo la proiezione di ombre dal passato.

Noi siamo vivi, loro sono morti.

Giovanni Graziani – 9 marzo 2026


TRASPARENZA – Questo blog è stato finanziato con eur. 32.700 dalla Cisl che ha perso la causa per diffamazione intentata contro di noi ed ha dovuto pagare le spese.

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14 Commenti - Scrivi un commento

  1. Come la foto ridens Baglioni-Fumarola nel suo caso, il bellissimo intervento di Giovanni Graziani mi ha sbloccato un ricordo.
    Era il gennaio del 2015, più di 11 anni fa.
    Su Quaderni di Rassegna Sindacale avevo pubblicato a mia firma un’ampia recensione del saggio di Guido Baglioni: “Un racconto del lavoro salariato”.
    Le critiche al volume, argomentate e quasi ossequiose, furono prese malissimo e lo stesso Baglioni me ne disse di tutti i colori (prima che venga cancellata è possibile raggiungerle in questa pagina: https://www.centrostudi.cisl.it/formazione/saggi-e-articoli/un-autobiografia-sociale-collettiva/ )
    Ricordo che rimasi sorpreso dalla sua piccata reazione, mantenni con lui il punto, e ne parlai anche con docenti dell’Università Cattolica considerati vicini a Baglioni.
    L’intolleranza verso la critica da parte di Baglioni è quindi antica.
    Non sono stato certo io a chiedere di collaborare con lui alla nuova edizione di un libro che giudicavo mediocre fin dall’edizione del 2011 (quella pubblicata dal Mulino che, infatti, ha rifiutato di aggiornarla) e non fu certamente lui ad optare su di me come prima scelta (aveva optato, infatti, per Paolo Feltrin, considerato però inviso dalla segreteria generale Fumarola perchè ritenuto, in passato, troppo vicino a Piero Ragazzini).
    Considerato che le persone tende a prenderle e poi a gettarle con radicato egoismo e nessuna attenzione nei loro confronti, il prof. Baglioni, che conosco fin dal 2005, dai tempi del Cesos, ben diretto da Domenico Paparella, è probabilmente meglio perderlo che trovarlo. Almeno io la penso così.

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  2. leggere le cose del signor graziani fa rivivere il ricordo del passato glorioso di questa organizzazione fatto comunque di dibattito,di confronto e di rispetto a prescindere dalle idee a torto o a ragione.Oggi cè il deserto politico e culturale,i gruppi dirigenti di oggi nemmeno capiscono la storia(quella vera) della cisl,sono automi a comando,si caricano le pile e si gira la chiavetta e rispondono a memoria dopo aver incamerato il verbo della signora a roma,ovvero della politica di destra….proprio vero non si accorgono che sono gia morti e il mondo fuori con tutti i se e i ma è comunque vivo

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  3. Ieri era l’otto marzo oggi c’è il 9 MARZO
    Questo pensiero nasce da una storia vera e che, come spesso accade nel sindacato, finisce per assomigliare a quella di molti altri. Per questo non è il racconto di una persona.
    Il 9 marzo di ciascuno di noi

    Il 9 marzo, per molti, non è soltanto una data. È un passaggio. Un momento in cui, dentro il sindacato, ognuno ha dovuto fare i conti con qualcosa: una scelta, una delusione, una rottura, oppure semplicemente una presa di coscienza.

    C’è chi quel giorno lo ricorda come l’inizio di una stagione difficile. C’è chi lo associa a discussioni interne, a decisioni prese lontano dai luoghi di lavoro, a rapporti che si sono incrinati. E c’è anche chi, in quel momento, ha capito che il sindacato stava cambiando più velocemente di quanto molti fossero disposti ad ammettere.

    In pratica, per molti, è stato il tempo in cui si è aperta una frattura.

    Non tutti l’hanno vissuta allo stesso modo. Alcuni hanno scelto di restare e continuare il proprio impegno dentro l’organizzazione. Altri hanno fatto un passo indietro. Altri ancora si sono ritrovati improvvisamente fuori da un percorso al quale avevano dedicato anni della propria vita.

    Ma se si ascoltano le storie delle persone, emerge un elemento comune: quasi tutti, prima o poi, hanno avuto il loro “9 marzo”. Un momento in cui hanno dovuto chiedersi se il sindacato che avevano conosciuto era ancora lo stesso.

    Non si tratta di nostalgia. Le organizzazioni cambiano, come cambiano i contesti sociali e produttivi. Il problema nasce quando il cambiamento non viene discusso apertamente, quando il confronto si riduce e quando il dissenso viene vissuto come un problema invece che come una ricchezza.
    Per questo il 9 marzo, più che una ricorrenza, dovrebbe essere un’occasione di riflessione. Non per dividere, ma per capire cosa serve oggi alle organizzazioni di rappresentanza.

    Perché il vero rischio non è il conflitto interno. Il vero rischio è l’indifferenza.

    E forse la domanda più utile da porsi, oggi, è proprio questa: quanti “9 marzo” sono passati nelle vite di tante persone che hanno creduto nel sindacato e che, in silenzio, hanno dovuto fare i conti con una stagione che non avevano immaginato così.

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  4. A proposito di vivi e di morti , stamattina a Roma una Fim viva, trasparente, onesta , unita ,come non capitava da moltissimi anni di vedere

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  5. Concordo con anonimus.
    Un tavolo di pensionati/pensionabili generosi che parlano di giovani. Tutti uniti dall’integrazione alla pensione e dai rimborsi. Gli studenti (pochi) nelle ultime due file e i funzionari a tempo pieno in trasferta a Roma.

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          1. Che anche se Uliano avesse parenti che ne so in Sudafrica, gli anni e, soprattutto, i mandati passano per tutti. E tutti devono, soprattutto, fare i conti con gli appetiti e i predestinati /le predestinate altrui.
            Come la Petrasso.

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      1. Caro Giovanni,
        grazie ! I tuoi ricordi raccontati in modo semplice e anedottico mettono in rilievo una questione profonda e più che mai attuale, ancor oggi irrisolta in casa Cisl e che si trascina dalla fine degli anni sessanta. Un nodo culturale che con oscillazioni cicliche, da una parte ha assecondato un sindacato movimentista, mutuando un modo di fare e intendere il sindacato non dissimile da quello della cgil, paradossalmente proprio quando se ne dichiarava la diversità. Una diversità che spesso si traduceva in analisi sociologiche alquanto fumose e velleitarie, ma che sul campo, al di là di lodevoli e meritevoli eccezioni, di fatto non era dissimile da quanto faceva la Cgil, anzi per certi versi per dimostrarsi più autonomi e non succubi di qualche partito, si praticava un’azione più”estrema”, quasi che la bontà sindacale della Cisl, dipendesse dal solo affrancarsi dall’azione dei compagni della Cgil.
        Per altro verso ci si è adagiati, al cambio del clima culturale su un più comodo e rassicurante soggetto sindacale “istituzionale”, dove i partiti politici non venivano visti a priori in modo ostile , come spesso si faceva quando si era movimentisti, anzi con un falso e subdolo modo di dichiararsi soggetto sindacale responsabile e maturo, si e’ cercato appunto un appoggio, ” una stampella” per nascondere falle, a volte clamorose sul proprio operato interno. Anche in questo caso manca una visione chiara, direi, anche se il termine oggi non è politicamente corretto, un ‘ identità sindacale che affonda le sue radici nel pensiero del prof. Romani, che ebbe una iniziale e feconda attuazione con la Cisl di Pastore, ma che poi con il ” ciclone del sessantotto” si è persa per mai più ritrovarsi se non qua e là a piccoli brandelli . Niente di nostalgico e nemmeno la ricerca di una “terza via” che lascia il tempo che trova, utile a una buona parte dei nuovi sociologi di oggi (non tutti), capaci di amalgamare una pietanza infarcita di “pensiero debole e senso comune”. Piuttosto la ripresa di quel che sono state e in parte sono ancor oggi , soprattutto nel mondo anglosassone le “Trade Unions”, con la loro concezione disincantata di contrattazione affiancata da quanto sulla materia sociale dice in modo assolutamente “laico” la dottrina sociale della Chiesa a riguardo ad esempio della persona, del bene comune e dei corpi intermedi.
        Da qui, a mio giudizio la Cisl, (ma non solo essa , qualsiasi esperienza sindacale che si richiami ad un sano e robusto pensiero riformista e’ per così dire invitata), si può ripartire, senza alcun bisogno, non me ne vogliano i molti lettori di questo blog, di cui dichiaro da subito la mia sincera stima, ” di generare democrazia”.
        Rustioni Pinuccio
        P. S. : sono consapevole dell’opinabilita’ di quanto da me espresso e anche e soprattutto della semplicità dell’analisi, frutto di mie alquanto parziali riflessioni, nate quasi di istinto dal racconto di Giovanni. Lungi dal ricercare approvazioni o meno, sarei contento, se da questi spunti ( in primo luogo quelli raccontati da Giovanni) potesse nascere un fecondo dibattito culturale, lasciando da parte la narrazione a volte un po’ morbosa di fatti e misfatti che nascono, non dimentichiamocelo, “dalla pasta” con cui è fatto ciascuno di noi e quindi anche le aggregazioni costituite dalle medesime persone. Bisogna lottare per migliorare. Si! Bisogna denunciare le derive di “mala associazione” Si! Ma……. ma non tutto sta lì, anzi se vuoi togliere il “male” , ,non solo devi denunciarlo ma soprattutto devi fare il “bene”.

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