Il vero problema del debito pubblico – di Luigi Viggiano

dal blog “il secondo 9 marzo. Libertà di discussione”

IL DEBITO PUBBLICO** CHE OGGI PUO’ SOLO CRESCERE DISSANGUA : IMPRESE E FAMIGLIE E FAVORISCE IL SISTEMA BANCARIO PRIVATO

Nel rispetto di quando proposto ed impostomi, con l’ultimo lavoro, continuo a trattare singolarmente i pezzi del mosaico (in questo caso il debito pubblico) componenti l’attuale sistema capitalistico turbo-finanziario PERCHE’ IL BUONSENSO MI DICE CHE UNA SOMMA DI BUGIE (PER QUANTO NUMEROSE POSSANO ESSERE NON POTRANNO MAI DARE, COME RISULTATO UNA VERITA’ – COSA CHE INVECE L’ESTABLISHMENT E I LORO ARALDI VOGLIONO FARCI CREDERE.

A luglio il debito pubblico italiano ha toccato il nuovo record di 2.300 miliardi di euro, ma la notizia “scomoda” perché, di quelle che il grande pubblico NON DOVREBBE CONOSCERE, è finita in qualche trafiletto dei giornali; rinverdendo uno dei vecchi trucchi della politica, quale è quello di METTERE LA SORDINA (con la complicità dell’informazione) ALLE NOTIZIE FASTIDIOSE.

Ma per quanto obliata, la realtà e la portata della notizia resta, con tutta la sua drammaticità delle conseguenze che, inesorabilmente continuano a ridurre in povertà gli italiani, perché il debito pubblico, nel contesto creatogli dalla politica degli ultimi decenni, è fisiologicamente destinato ad aumentare ininterrottamente, con lo scorrere del tempo, alla stregua del moto perpetuo; fino al punto di diventare inestinguibile. Inestinguibile, non perché ha superato il PIL prodotto dall’Italia, cosa che già accade da anni; oggi è pari circa al 141% del PIL. Bensì per il fatto che la, sua costante e continua crescita, conferma senza ombra di dubbio, la teoria di quanti (ed io sono tra questi) sostengono che non può materialmente diminuire, perché i soldi per estinguerlo non ci sono, o meglio ci sono ma l’hanno le banche che li creano, la finanza internazionale, i “mercati”-TUTTI RIGOROSAMENTE IN MANO AI PRIVATI (QUEL TRISTEMENTE NOTO 1% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE) che di fatto ha in mano i cordoni della borsa che manovra decidendo come e quando avviare una fase economica RECESSIVA (stringendo i cordoni o ESPANSIVA allargandoli).

Questo stato di cose (come già detto in altre occasioni) è cominciato da quando l’Italia ha rinunciato al diritto-dovere di creare la nostra moneta, privatizzando la Banca d’Italia ed affidandoci alla banca “centrale” europea altrettanto privata. Il risultato è stato che, anche quando, ipoteticamente potessimo restituire il prestito (cioè il capitale iniziale), mai saremmo in grado di restituire il debito complessivo (capitale PIU’ INTERESSI), perché non esiste il denaro necessario per pagare gli interessi e per disporne deve chiederlo in prestito ai “mercati” che hanno così in mano il nodo scorsoio per strozzarci quando e come vogliono (per avere una idea dell’importanza di quello che stiamo trattando basta sapere che negli ultimi trent’anni l’Italia ha speso PER INTERESSI sul debito pubblico più di 3000 miliardi di euro, molto più del valore raggiunto oggi dal capitale preso a prestito).

È chiaro dunque, che la privatizzazione del sistema di emissione del denaro HA INNESCATO UNA CRESCITA CONTINUA DEL DEBITO PUBBLICO degli Stati (Italia compresa); ed è altrettanto chiaro che il finale che si traguarda, con un simile sistema è drammatico, in quanto in assenza di correzioni strutturali, cominciando dai paesi più esposti per arrivare all’intero globo, prima o poi finiremo tutti nelle mani di una ristretta cerchia di privati che, COME APPENA SCRITTO, secondo la stampa, ad oggi rappresenta l’1% della popolazione mondiale. Si è cominciato con le privatizzazioni delle industrie pubbliche e private, i servizi e tutto ciò che è o può creare ricchezza reale.

Non è dunque un caso se in Italia, come tutti sappiamo, hanno iniziato col prendersi, la nostra industria pubblica, poi le più prestigiose aziende private e perfino le squadre di calcio. Per adesso non siamo ancora al FONDO DI GARANZIA, ma nei circoli ristretti, di quelli che contano, pare che si cominci a ipotizzare l’utilizzo (come garanzia del debito) della nostra riserva aurea, senza escludere la possibilità di ricorrere anche al patrimonio storico e artistico o addirittura, patrimonio immobiliare delle case di abitazione che, come si sa da noi è molto ampio. Certo, per adesso sono solo ipotesi, ma indicative del fatto che il problema non è campato in aria perché esiste, anche se si ha motivo di credere che nella situazione data, avrebbe l’effetto di un pannicello caldo perché, SENZA INTERVENTI STRUTTURALI ne prolungherebbe semplicemente l’agonia senza scongiurare minimamente il fallimento finale. L’unica via d’uscita che, al momento s’intravede, è data dal ritorno alla sovranità monetaria che come sappiamo fu ceduta nel 1990 (Legge Amato) che basterebbe abrogare ripristinando la precedente normativa sugli istituti di credito di diritto pubblico e sulle banche di interesse nazionale. Normativa che aveva retto benissimo fino al 1990.

E’ semplicemente assurdo continuare ad usare il denaro creato e prestato a debito dal sistema bancario (privato) per il quale: cittadini, aziende e Stato pagano continuamente interessi, e questo nonostante sia lo Stato il titolare della sovranità monetaria e tutti i cittadini e aziende che, accettandolo e usandolo gli danno . reale, perché al ricevimento del prestito il valore è pari a zero. E non finita qui perché, al peggio non c’è mai fine… (come vedremo prossimamente)

Luigi Viggiano, 13 settembre 2018

** MA COSA E’ E COME SI CREA E ALIMENTA IL DEBITO PUBBLICO?

E’ il debito dello Stato verso soggetti economici nazionali o esteri come: persone, imprese o Stati esteri che hanno fatto credito all’Italia acquistando i suoi titoli come: (BOT- BTP- CCT- CTZ ….) necessari per pareggiare il fabbisogno monetario dell’eventuale deficit pubblico*** accumulato nel bilancio dello Stato, più la copertura degli interessi. Si parla di debito estero se i creditori sono stranieri ed interno se italiani. E’ importante tenere presente che anche le Regioni, Province, Comuni enti pubblici vari ecc. possono fare debiti emettendo titoli di credito, con circolazione sia interna che estera.

Pertanto il debito pubblico può essere suddiviso in debito dell’amministrazione centrale e dell’amministrazione periferica. La presenza di un debito nei conti pubblici impone allo Stato, la copertura finanziaria del capitale e degli interessi su di esso maturati. Come tutti sappiamo esso oggi costituisce la maggiore voce di spesa pubblica (potenzialmente molto pericolosa perché comporta il rischio d’insolvenza e dunque il fallimento). E’ da qui che nascono le continue politiche, restrittive di risanamento dei conti pubblici tendenti ad abbattere il deficit pubblico o creare un avanzo primario (ad es. aumentando le entrate con maggiori imposte e recupero dell’evasione fiscale oppure riducendo la spesa pubblica (es. spending revieuw). Ma non bisogna essere degli scienziati per capire che con una politica recessiva quale è quella in atto, si potrà pure ripianare TEMPORANEAMENTE ma con costi sociali spaventosi e benefici irrisori e di breve durata perché, pur con tutti i sacrifici di questo mondo mancheranno sempre i soldi per pagare gli interessi. Di tutt’altro tenore sarebbero i risultati conseguenti ad una politica di bilancio espansiva con immissione di liquidità o aumento del deficit capaci di stimolare la ripresa economica che favorirebbe la crescita del PIL e di conseguenza dell’entrate fiscali.

***Il deficit pubblico

L’Italia è come un cittadino che ogni anno spende di più rispetto a quanto incassa. Ma non deve superare la soglia del 3% del Pil di Elisabetta Villa da L’INKIESTA DELL’8 settembre 2018

Deficit pubblico. Termine conosciuto anche come disavanzo pubblico, da non confondere con il debito pubblico. Vediamo la differenza tra disavanzo (o deficit) e debito pubblico. Il deficit pubblico è la differenza tra uscite e entrate statali. Le entrate derivano dalle imposte dirette, indirette e dai contributi versati dai lavoratori. Le uscite dipendono dalla spesa pubblica in beni e servizi e dagli interessi passivi sui prestiti dello Stato.

Le principali voci di spesa pubblica in Italia includono le pensioni e l’assistenza sociale, l’istruzione, la sanità e gli stipendi pagati ai dipendenti pubblici. Quando le entrate sono maggiori delle uscite (al netto degli interessi) si registra un “avanzo primario” o “avanzo di bilancio”. Il disavanzo pubblico (o deficit pubblico) si ha quando le uscite superano le entrate. Il deficit pubblico si esprime solitamente in percentuale rispetto al PIL.

Ci sono due modi per finanziare il disavanzo: prestito dai mercati oppure stampare moneta con la banca centrale.

Quanto vale il deficit pubblico dell’Italia?

Nel 2018, la spesa pubblica Italiana è di 848,9 miliardi di euro, che comprende 62 miliardi per interessi. Nello stesso periodo, le entrate ammontano a 819 miliardi. Il deficit pubblico vale dunque 29,9 miliardi di euro, dato dalla differenza tra le uscite e le entrate complessive. Per intenderci, l’Italia è come un cittadino che ogni anno spende di più rispetto a quanto incassa. Rapportando il deficit rispetto al PIL questo vale l’1,7%. Sembrerà strano, ma a livello di conti pubblici l’Italia è uno dei paesi più rigorosi al mondo. Infatti, escludendo la spesa per interessi, l’Italia si trova in posizione di avanzo primario, perché le entrate statali sono maggiori della spesa al netto degli interessi.

Ritornando all’esempio, spendiamo di più a causa degli interessi che dobbiamo pagare sui debiti. Come dimostra il grafico in basso, a parte il 2009, l’Italia ha sempre mantenuto un avanzo primario negli ultimi 23 anni. Nessun paese europeo, nemmeno la Germania, ha fatto meglio.

 Ma perché allora in Italia ci si preoccupa così tanto del deficit pubblico? Come detto prima, sull’Italia gravano 62 miliardi di spesa per interessi che si sommano alla spesa pubblica corrente. Gli interessi sul debito sono quelli che l’Italia paga a coloro che detengono i suoi titoli di stato (BOT, BTP, CCT). Proprio a causa della spesa per interessi, ogni anno l’Italia “brucia” l’avanzo primario e registra un deficit pubblico.

Da cosa è determinato invece il debito pubblico? In pratica è la somma di tutti i deficit pubblici registrati negli anni. Deficit/PIL al 3%: chi lo rispetta? Avrete sicuramente sentito parlare del tetto del 3% nel rapporto tra deficit e PIL. La soglia del 3% è uno dei pilastri della disciplina di bilancio dell’Unione Europea ed è sancita nei parametri del Trattato di Maastricht. Nessuna teoria economica ha però dato fondamento scientifico a questa soglia. Ma cosa accade se si supera la soglia del 3% nel rapporto tra deficit e PIL?

In primo luogo, la Commissione europea emette un avvertimento preventivo e poi una vera e propria raccomandazione allo Stato Membro. Successivamente, scattano le sanzioni. Tuttavia, non bisogna allarmarsi oltremodo se si supera la soglia del 3% nel rapporto tra deficit e PIL. Questo può avvenire per tutta una serie di buone ragioni. Ad esempio, nel 2009 tutti i Paesi avanzati registrarono ampi disavanzi di bilancio per far fronte alla crisi. Anche dopo il 2009, alcuni Paesi, come Spagna, Francia, Gran Bretagna, Giappone e Stati Uniti hanno ripetutamente superato quella soglia.

 L’Italia può allora superare il vincolo del 3%? Oggi, gli italiani si interrogano sulla possibilità di sforare nella prossima legge di stabilità il vincolo del 3% del rapporto tra deficit e PIL.

Molti temono che questa scelta possa avere serie ripercussioni in termini di fiducia dell’Italia sui mercati finanziari, facendo crescere lo spread e i rendimenti dei nostri titoli. In realtà non è tanto il deficit a preoccupare. A pesare come un macigno è piuttosto l’enorme ammontare di debito pubblico accumulato negli anni, che oggi vale il 130% del PIL.

Su quella montagna di debito grava un onere annuale (la spesa per interessi) che annulla gli sforzi del governo generando deficit. Tuttavia, è bene chiarire che maggior deficit non si traduce per forza in un incremento del rapporto tra debito pubblico e PIL.

Quando un’economia cresce più della percentuale di deficit rispetto PIL, allora il rapporto debito/PIL scende. Questo vale in teoria, perché le speranze che oggi l’Italia possa crescere ad un tasso maggiore del 3% sono praticamente nulle. E se la produttività del paese rimane stagnante e senza riforme che stimolano la crescita, l’unica via per ridurre il peso del debito pubblico è quella di mantenere un deficit contenuto.

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5 Commenti - Scrivi un commento

  1. Hawaii, i robot rubano il lavoro? La soluzione è il reddito di cittadinanza
    Una delle preoccupazioni legate all’impiego dei robot è rappresentata dai rischi per i livelli occupazionali: se una macchina può prendere il posto di un lavoratore in carne ed ossa, prospettare una consistente riduzione della forza lavoro appare un’ipotesi indubbiamente verosimile e già anticipata da diversi studi – si ricorda quello pubblicato da Pricewaters-Coopers a luglio scorso.
    Le Hawaii hanno iniziato ad affrontare concretamente la questione, con un disegno di legge che propone di introdurre il reddito di cittadinanza – ovvero l’entrata finanziaria che ciascuno, per il sol fatto di essere cittadino di uno stato, dovrebbe avere, indipendentemente dallo status occupazionale – come strumento in grado di bilanciare il sempre crescente utilizzo di robot in ambiti lavorativi.
    Anche se la realtà del mercato hawaiano – principalmente incentrata sul settore turistico – non può essere equiparata a quella di altri Stati, la soluzione proposta può offrire un modello adatto ad affrontare problematiche che interesseranno nei prossimi anni anche altre realtà nazionali. Da un lato, infatti, non si rallenta l’evoluzione tecnologica, dall’altro non si privano i lavoratori di un reddito base, indispensabile per vivere. La posizione è descritta con chiarezza da Chris Lee, il deputato che si è fatto promotore del d.d.l.:
    La nostra economia sta cambiando molto più rapidamente di quanto ci si aspetta […] (è importante) essere certi che tutti potranno beneficiare della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo per assicurarsi che nessuno venga lasciato indietro
    Resta un punto centrale da chiarire per la buona riuscita di questi e di altri proposte analoghe: da dove ricavare le somme necessarie a fornire un reddito di cittadinanza. Sulla lunga distanza dovranno essere le istituzioni politiche a fornirlo, ma, nell’immediato, sono le organizzazioni filantropiche fondate dagli stessi imprenditori tecnologici ad occuparsene tramite progetti pilota. Si cita, ad esempio, The Economic Security Project, co-gestito dal co-fondatore di Facebook Chris Huges.
    a conferma che il problema é sentito a tutte le latitudini meno quella Italiana Luigi Viggiano

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  2. LETTERA APERTA AD ANTONIO SOCCI E AGLI “IMPRENDITORI DELLA PAURA”, SALVINI, MELONI, ECC.

    Caro Antonio, ho letto quanto hai scritto e pubblicato su “piovegovernoladro” del 2 settembre 2017, giornale online della destra politica, e devo dire che non essendo giornalista, scrittore e conduttore televisivo come te perché sono del tutto impreparato e inadeguato per confutare le tue tesi, e dunque non posso che dire che hai ragione, che è giusto, prima gli italiani!
    Ciò premesso mi permetto però di fare, come si dice, i conti “della serva”.
    Ogni mese dalla mia busta paga, e non importa se è da lavoro o da pensione perché sono sempre soldi del mio lavoro, guadagno del mio tempo, ci sono trattenute, ossia tasse applicate alla fonte da cui, a differenza di chi non è lavoratore dipendente, non si scappa.
    Queste tasse vengono spese per varie cose, tra cui “Prima gli italiani” (nel senso di sussidi di disoccupazione, pensioni minime, alloggi pubblici, servizi sociali e sanitari, etc. etc.).
    Poi c’è anche una quota, piccola, di queste tasse, che va per aiutare gli immigrati.
    (lo scrivente è molto orgoglioso che una piccola parte del proprio lavoro possa aiutare chi per puro caso è nato dall’altra parte del mare)
    Mi segui? Bene.
    Adesso ti mostro un bel numeretto, che dovresti conoscere e forse hai solo dimenticato:
    122 miliardi di euro l’anno (l’ha detto il Presidente Mattarella nel discorso di fine 2016 citando uno stidio di Confindustria). Hai presente quanti sono centoventiduemiliardi?, 2.033 euro di evasione per ogni cittadino, neonati compresi.
    Questo è quanto vale l’evasione fiscale ogni anno in Italia, per non parlare di quanto vale la corruzione, l’economia sommersa, il lavoro nero e di quanti sono i miliardi di italiani depositati nei paradisi fiscali (500 miliardi solo in Svizzera).
    Soldi sottratti a noi tutti e soprattutto a “Prima gli italiani”.
    Con 122 miliardi potremmo garantire reddito a tutti, italiani giovani e non, che non hanno un reddito sufficiente per viver, e pure agli immigrati.
    Ci sei ancora? Molto bene.
    Non credo che ogni volta che dici “Prima gli italiani” intendi giustificare, ad esempio:
    – il dentista che non ti fa la fattura,
    – oppure l’idraulico che ti fa lo sconto ma senza ricevuta,
    – o che il tuo datore di lavoro ti paga il 20% in voucher e il resto a nero,
    – o ancora peggio, che il tuo datore di lavoro ti fa lavorare il triplo delle ore effettivamente pagate,
    – o il tuo vicino ha il SUV ma non paga Tari e Tasi etc. etc.,
    perché ognuna di queste cose, impoverisce “prima un italiano”.
    Quindi, vedi che il problema è un altro e non i 3,5 miliardi annui stanziati per le politiche di accoglienza.
    Per concludere.
    Il grande capolavoro di questo inizio secolo è stato mettere in lotta tra loro i disperati.
    Nessuno rivendica più dignità lavorativa, parificazioni salariali, sicurezza sul lavoro e cancellazione dei contratti precari, lotta alle disuguaglianze e ai privilegi.
    Gli Agnelli spostano il domicilio fiscale a Londra, e tutti zitti.
    Nessuno dice nulla del fatto che l’Italia (60 milioni di abitanti) è il Paese che ha più gente che emigra del Messico (128 milioni di abitanti) e Afghanistan (35 milioni di abitanti) e gli stranieri che arrivano in Italia vogliono subito andarsene, per trovare un lavoro altrove.
    Non ci rendiamo conto ma abbiamo un problema opposto a quello che pensiamo di avere: non siamo un Paese che subisce una grande invasione, ma siamo un Paese dal quale le persone fuggono. Meglio un Paese che si riempie, di un Paese che si svuota.
    Basta che diciamo che in Parlamento sono tutti ladri e ci sentiamo belli e puri, non parte del problema.
    E qual è il problema? Il problema, tu dici, sono gli immigrati
    Ma ne sei proprio sicuro?
    Non ti sorge il dubbio che tu, assieme a quelli che come te pensano, dicono e scrivono le stesse tue cose, che diffondi odio e intolleranza, sei parte dei problemi che vive questo nostro Paese? Non è forse vero che con il tuo modo di pensare e di agire stai legittimando e giustificando una nuova forma di “banalità del male” che, contrariamente al comandamento cristiano “ama il tuo prossimo come te stesso”, non rifiuta di odiare, ma alimenta l’odio e ne fa ragione di battaglia politica?

    R. Vialba

    3 settembre 2017

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  3. Alzare le tasse per finanziare il welfare: l’idea percorre il Regno Unito, dalla Scozia a Londra (da R.it economia e finanza 7/9/2017)
    La leader scozzese Sturgeon ha chiesto la stretta fiscale per finanziare il reddito di cittadinanza. Ma anche l’Arcivescovo di Canterbury e il nuovo capo liberal democratico, Vince Cable, hanno messo il tema in agenda per abbattere le diseguaglianze sociali ENRICO FRANCESCHINI
    LONDRA – Ci sono due cose che la gente non vuole sentirsi mai ricordare dai politici, ammonivano i consulenti elettorali di Ronald Reagan, gli “spin doctors” come li chiamiamo oggi, nell’America degli anni ’80: “Tutti dobbiamo morire e bisogna pagare le tasse”. Eppure è proprio questo che la premier del governo autonomo scozzese mette al centro del suo nuovo, “ambizioso” programma: non solo far pagare le tasse ai suoi contribuenti, ma aumentarle. “La continua austerità del governo britannico, le conseguenze della Brexit (contro cui la Scozia ha votato, ndr) e i cambiamenti demografici metteranno crescenti pressioni sui nostri servizi pubblici”, ha detto Nicola Sturgeon al parlamento di Edimburgo. “E’ dunque venuto il momento di aprire il dibattito sull’uso responsabile e progressivo dei nostri poteri fiscali per aiutarci a costruire il tipo di paese che vogliamo essere”.
    In altre parole, come ha precisato poi, è ora di pensare ad incrementare le tasse per i contribuenti più ricchi. L’unico metodo, afferma la leader degli indipendentisti scozzesi, per poter finanziare uno stato sociale (in cui per esempio l’università è gratuita: in Inghilterra costa 9 mila sterline l’anno) e continuare a rafforzarlo, con misure come un “reddito di cittadinanza” per tutti, versato dallo stato, e aumenti salariali per i dipendenti pubblici.
    Non ha precisato da quale livello verrebbero introdotti gli aumenti delle imposte, ma già a Londra la stampa filo-conservatrice (e anti indipendenza della Scozia) avverte che a rimetterci alla fine sarà la classe media. Si vedrà chi eventualmente pagherà e quanto. L’opposizione conservatrice scozzese commenta che Sturgeon ha rimediato una batosta alle elezioni britanniche di giugno, in cui ha visto dimezzare i propri seggi al parlamento di Westminster, che ha dunque reagito prima posticipando i piani per un nuovo referendum sull’indipendenza e ora promettendo più soldi ai poveri con più tasse ai ricchi. Ma di certo c’è che aumentare le tasse, considerato un anatema per i politici della generazione post-Reagan e post-Thatcher, non è più un tabù.
    Jeremy Corbyn lo aveva proposto nella campagna elettorale per le elezioni del giugno scorso, sostenendo che l’aumento avrebbe colpito soltanto chi guadagna da 100 mila sterline (110 mila euro) l’anno lorde in su, ovvero il cosiddetto 1 per cento della popolazione più ricco: anche in quel caso i suoi avversari hanno ammonito che il Labour al potere finirebbe per aumentare le tasse anche alla middle-class, ma intanto il leader laburista ha ottenuto un ottimo risultato alle urne, aumentando i suoi deputati e migliorando la sua reputazione.
    Qualcosa di simile lo ha proposto ieri il nuovo leader liberaldemocratico Vince Cable, affermando che la Gran Bretagna deve aumentare perlomeno le tasse ereditarie e sulla proprietà se vuole affrontare una crescente diseguaglianza sociale. E sullo stesso tema si esprime stamane l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, in un articolo sul Financial Times, criticando l’economia britannica come un modello “ingiusto” e discriminante nei confronti dei più disagiati, in particolare tra i giovani. Insomma, il vecchio tabù dell’era Reagan, rinfacciato anche in precedenza a ogni latitudine alla sinistra “tassa e spendi”, non vale più in un modo in preda al disagio sociale e alla ineguaglianza.
    Luigi Viggiano

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