L’Italia persevera col harakiri – di Luigi Viggiano

dal blog “il secondo 9 marzo. Libertà di discussione”

L’ITALIA PERSEVERA COL HARAKIRI IMPOSTOGLI DAL NEOLIBERISMO UE

Giovani, istruiti e disoccupati: ecco come l’Italia tratta le migliori menti che ha. E perché se la merita, la recessione*

Dottori di ricerca, uno su 5 se n’è andato all’estero. Ed è più ottimista di chi è rimasto **

Lavoro, a dieci anni dalla crisi è boom dei sottoccupati. E 5,7 milioni sono troppo qualificati per il posto che hanno***

Università, un investimento per la vita: quanto può costare una laurea? La laurea in un’università pubblica può comportare costi diretti e indiretti pari a circa 45.000 mila euro. Quali sono i ritorni attesi a un investimento tanto importante****

Il 25 giugno dello scorso anno avevo scritto GLI ITALIANI DEL TERZO MILLENNIO – UN POPOLO IN FUGA VERSO L’ESTINZIONE ed oggi sento, più forte di allora il dovere di ritornare sull’argomento perché la situazione che paventavo, continua ad essere ignorata e peggiorare in quanto, la classe dirigente del Paese, nelle sue varie articolazioni, deresponsabilizzatasi (cedendo la sovranità dell’Italia) non risponde più al popolo, del suo operato ma ad altre entità che coltivano un solo interesse quale è quello di arricchirsi prescindendo dal come quando e dove e perché.

So benissimo che il mio grido d’allarme sarà, nella migliore dell’ipotesi ignorato, ma con tutto il rispetto che si deve al prossimo, io non cerco la gloria e vorrei tanto sbagliarmi. L’obiettivo personale che mi anima (come già detto in passato) è, di testimoniare il mio pensiero a futura memoria, sfruttando le potenzialità che le moderne tecnologie permettono.

Quanto tratterò, ritengo sia dovuto al male (finora incurabile ed incurato) che sta distruggendo la società italiana; dovuto al pensiero e all’operato della maggior parte di quanti hanno in mano il mondo e il suo futuro che, non si pongono obbiettivi (di lungo periodo) come per esempio il bene della società bensì (il bene immediato) dei singoli.

Per non ripetermi dirò che, da giugno ad oggi, la situazione si è ulteriormente aggravata. Per tentare una spiegazione del perché e percome occorre precisare che per anni le forze sociali ed imprenditoriali hanno predicato per non dire imposto il calo del costo del lavoro per favorire le esportazioni infischiandosene di chi paventava che una simile corsa al ribasso avrebbe inevitabilmente depresso ulteriormente il Paese.

Cosa che ha ricevuto ulteriori conferme dal continuo peggioramento, di almeno due aspetti che finora si erano presentati sempre in opposizione (dunque a somma zero) ma oggi, al contrario sono entrambi negativi e si sommano nella loro negatività. Parlo del CALO DEMOGRAFICO e della EMIGRAZIONE che supera l’IMMIGRAZIONE, dando luogo ad un drammatico circolo vizioso che si autoalimenta, peggiorando una situazione già seriamente compromessa. Il problema nuovo che si evidenzia sta nel fatto che gli italiani che emigrano lo fanno perché cercano quello che in Italia non trovano e coloro che restano sono i meno qualificati che subiscono la concorrenza degli immigrati. Realizzando così l’infelice risultato che gli immigrati stranieri qualificati vengono da noi sotto-utilizzati e sottopagati e i nostri più acculturati e qualificati emigrano all’estero, attratti dalla possibilità di una maggior mobilità sociale. Ma il disi-allineamento tra domanda e offerta, descritto, provoca un’altra situazione paradossale ovvero che, i nostri emigranti non rimettono come (sempre è accaduto in passato) i soldi dall’estero alle famiglie in Patria, ma sono quest’ultime che li sostengono fuori dall’Italia per aiutarli a sistemarsi in modo stabile. Quindi emigra sia il capitale umano che quello monetario. Come si fa, a fronte di simili paradossi, a non addebitarli al neoliberismo e i suoi sostenitori (autentici oscurantisti sociali)? Quante volte abbiamo sentito o letto dichiarazioni (anche di sindacalisti) che la concorrenza si doveva vincere, abbassando il costo del lavoro? Ebbene siamo arrivati addirittura sotto il reddito di cittadinanza eppure il fenomeno non si è per niente corretto; anzi ha innescato ed alimentato i paradossi appena descritti, che di fatto hanno non solo bloccato ma addirittura invertito l’ascensore sociale che arretra paurosamente (in particolare per gli ultimi arrivati). La cosa ridicola e risibile è che proprio gli artefici di questo disastro sociale oggi auspicano e suggeriscono quei provvedimenti che prima aborrivano mi riferisco in particolare alle rappresentanze sociali delle aziende e dei lavoratori. Recentemente ho letto il pensiero che segue “Se l’exsport frena è un problema che rende utile investire di più; “le imprese devono puntare sui cervelli e innovazionepassare da una società di manodopera a una di menti all’opera” un nobile pensiero che da anni viene usato alla bisogna, per poi passarlo (subito dopo) nel dimenticatoio. Comportamento quest’ultimo che ha disilluso la moltitudine di giovani che ci avevano creduto e alla fine chi ha potuto ha ripiegato sull’emigrazione e gli altri hanno preso atto del fallimento del”(meccanismo che consentiva loro di migliorare il benessere: economico, culturale e sociale, perché da tempo bloccato dall’emergenza di avere il minimo indispensabile)”. Questa presa di coscienza ha prodotto ed alimentato il fenomeno dei neet ovvero di coloro che non studiano, non lavorano e non accedono ad alcun ascensore sociale. Processo estremamente negativo dunque perché, una parte sempre più ampia della società fatica a mantenere la posizione sociale raggiunta in quanto, col passare del tempo aumenta la possibilità (per una larga parte) di regredire, una altra molto più piccola mantiene la posizione (abbastanza agevolmente) e solo una ristretta cerchia ne trae vantaggi come e più di prima.

Il quadro descritto è confermato dai dati raccolti dallo studio di due ricercatori della Banca d’Italia. Di fatto si va delineando una società immobile, dove la correlazione con il livello di istruzione è un dato che svetta su tutti. L’abbandono scolastico è un problema perché, tramandandosi di generazione in generazione finisce per assumere le caratteristiche di un’autentica “stortura sociale”, alla quale non viene riconosciuta la giusta attenzione da chi vi sarebbe preposto. In proposito la fondazione Openpolis ha stilato una analisi sul fenomeno dell’abbandono al termine della scuola media. Elaborando dati provenienti soprattutto da Eurydice – l’agenzia europea per i sistemi e le politiche educative. La situazione considerata con dati certificati è relativa al 2011 evidenzia un abbandono scolastico del 18% dei nostri minori. Stime attendibili dicono che oggi dovrebbe essere attorno al 14%, che però è sempre troppo alto rispetto alla soglia del 10% che l’Ue ha indicato, e molto distante da quella dei principali Paesi europei che vedono in prossimità della soglia: Germania e Inghilterra e la Francia addirittura fare meglio avvicinandosi al 9%. Peggio di noi sono messi solo Malta, Spagna e Romania. La gravità del fenomeno è che palesa l’istruzione come fattore inutile per migliorare la propria posizione sociale e dove le cause sono dovute allo stringente stato di necessità le istituzioni non intervengono con politiche di sostegno adeguate. Sbaglia però chi pensa che andare a lavorare subito piuttosto che studiare possa essere vantaggioso. In tempi brevi forse, ma in tempi medio-lunghi sicuramente no. Lo conferma la percentuale europea di giovani disoccupati tra coloro che hanno abbandonato gli studi pari al 41%. Per l’Italia, non si ha un dato certo ma sappiamo che la disoccupazione giovanile complessivamente è doppia, dato questo che spiega la continua crescita dell’esclusione sociale e della povertà.

La conclusione che mi viene spontanea, sul comportamento degli italiani, rispetto a fatti, come questi riportati e simili, è L’ASSOLUTA E TOTALE MANCANZA DI FIDUCIA NON SOLO NELL’ E’LITE ma anche nel prossimo; oggi si è tanto abusato della credulità degli altri che come nella favola del “pastore e il lupo” non si è più creduti neanche quando si dice la verità (in questo caso mi riferisco ai rapporti privati) perché con le istituzioni pubbliche le prove della sfiducia degli italiani sono innumerevoli e ben consolidate al punto di far temere che quelle avanti riportate possano diventare “LE GOCCE CHE FARANNO TRABOCCARE IL VASO”

Luigi Viggiano, 28 febbraio 2019

*https://www.linkiesta.it/it/article/2019/02/26/rapporto-istat-mercato-del-lavoro-cervelli-in-fuga-giovani-italia/41224/

**https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/25/dottori-di-ricerca-uno-su-5-se-ne-andato-e-chi-e-allestero-e-piu-ottimista-di-chi-e-rimasto-in-italia/4996302/

***https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/25/lavoro-a-dieci-anni-dalla-crisi-e-boom-dei-sottoccupati-e-57-milioni-sono-troppo-qualificati-per-il-posto-che-hanno/4995641/

****http://nuvola.corriere.it/2019/02/26/cnr-i-ricercatori-precari-tornano-in-piazza/

 

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5 Commenti - Scrivi un commento

  1. Hawaii, i robot rubano il lavoro? La soluzione è il reddito di cittadinanza
    Una delle preoccupazioni legate all’impiego dei robot è rappresentata dai rischi per i livelli occupazionali: se una macchina può prendere il posto di un lavoratore in carne ed ossa, prospettare una consistente riduzione della forza lavoro appare un’ipotesi indubbiamente verosimile e già anticipata da diversi studi – si ricorda quello pubblicato da Pricewaters-Coopers a luglio scorso.
    Le Hawaii hanno iniziato ad affrontare concretamente la questione, con un disegno di legge che propone di introdurre il reddito di cittadinanza – ovvero l’entrata finanziaria che ciascuno, per il sol fatto di essere cittadino di uno stato, dovrebbe avere, indipendentemente dallo status occupazionale – come strumento in grado di bilanciare il sempre crescente utilizzo di robot in ambiti lavorativi.
    Anche se la realtà del mercato hawaiano – principalmente incentrata sul settore turistico – non può essere equiparata a quella di altri Stati, la soluzione proposta può offrire un modello adatto ad affrontare problematiche che interesseranno nei prossimi anni anche altre realtà nazionali. Da un lato, infatti, non si rallenta l’evoluzione tecnologica, dall’altro non si privano i lavoratori di un reddito base, indispensabile per vivere. La posizione è descritta con chiarezza da Chris Lee, il deputato che si è fatto promotore del d.d.l.:
    La nostra economia sta cambiando molto più rapidamente di quanto ci si aspetta […] (è importante) essere certi che tutti potranno beneficiare della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo per assicurarsi che nessuno venga lasciato indietro
    Resta un punto centrale da chiarire per la buona riuscita di questi e di altri proposte analoghe: da dove ricavare le somme necessarie a fornire un reddito di cittadinanza. Sulla lunga distanza dovranno essere le istituzioni politiche a fornirlo, ma, nell’immediato, sono le organizzazioni filantropiche fondate dagli stessi imprenditori tecnologici ad occuparsene tramite progetti pilota. Si cita, ad esempio, The Economic Security Project, co-gestito dal co-fondatore di Facebook Chris Huges.
    a conferma che il problema é sentito a tutte le latitudini meno quella Italiana Luigi Viggiano

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  2. LETTERA APERTA AD ANTONIO SOCCI E AGLI “IMPRENDITORI DELLA PAURA”, SALVINI, MELONI, ECC.

    Caro Antonio, ho letto quanto hai scritto e pubblicato su “piovegovernoladro” del 2 settembre 2017, giornale online della destra politica, e devo dire che non essendo giornalista, scrittore e conduttore televisivo come te perché sono del tutto impreparato e inadeguato per confutare le tue tesi, e dunque non posso che dire che hai ragione, che è giusto, prima gli italiani!
    Ciò premesso mi permetto però di fare, come si dice, i conti “della serva”.
    Ogni mese dalla mia busta paga, e non importa se è da lavoro o da pensione perché sono sempre soldi del mio lavoro, guadagno del mio tempo, ci sono trattenute, ossia tasse applicate alla fonte da cui, a differenza di chi non è lavoratore dipendente, non si scappa.
    Queste tasse vengono spese per varie cose, tra cui “Prima gli italiani” (nel senso di sussidi di disoccupazione, pensioni minime, alloggi pubblici, servizi sociali e sanitari, etc. etc.).
    Poi c’è anche una quota, piccola, di queste tasse, che va per aiutare gli immigrati.
    (lo scrivente è molto orgoglioso che una piccola parte del proprio lavoro possa aiutare chi per puro caso è nato dall’altra parte del mare)
    Mi segui? Bene.
    Adesso ti mostro un bel numeretto, che dovresti conoscere e forse hai solo dimenticato:
    122 miliardi di euro l’anno (l’ha detto il Presidente Mattarella nel discorso di fine 2016 citando uno stidio di Confindustria). Hai presente quanti sono centoventiduemiliardi?, 2.033 euro di evasione per ogni cittadino, neonati compresi.
    Questo è quanto vale l’evasione fiscale ogni anno in Italia, per non parlare di quanto vale la corruzione, l’economia sommersa, il lavoro nero e di quanti sono i miliardi di italiani depositati nei paradisi fiscali (500 miliardi solo in Svizzera).
    Soldi sottratti a noi tutti e soprattutto a “Prima gli italiani”.
    Con 122 miliardi potremmo garantire reddito a tutti, italiani giovani e non, che non hanno un reddito sufficiente per viver, e pure agli immigrati.
    Ci sei ancora? Molto bene.
    Non credo che ogni volta che dici “Prima gli italiani” intendi giustificare, ad esempio:
    – il dentista che non ti fa la fattura,
    – oppure l’idraulico che ti fa lo sconto ma senza ricevuta,
    – o che il tuo datore di lavoro ti paga il 20% in voucher e il resto a nero,
    – o ancora peggio, che il tuo datore di lavoro ti fa lavorare il triplo delle ore effettivamente pagate,
    – o il tuo vicino ha il SUV ma non paga Tari e Tasi etc. etc.,
    perché ognuna di queste cose, impoverisce “prima un italiano”.
    Quindi, vedi che il problema è un altro e non i 3,5 miliardi annui stanziati per le politiche di accoglienza.
    Per concludere.
    Il grande capolavoro di questo inizio secolo è stato mettere in lotta tra loro i disperati.
    Nessuno rivendica più dignità lavorativa, parificazioni salariali, sicurezza sul lavoro e cancellazione dei contratti precari, lotta alle disuguaglianze e ai privilegi.
    Gli Agnelli spostano il domicilio fiscale a Londra, e tutti zitti.
    Nessuno dice nulla del fatto che l’Italia (60 milioni di abitanti) è il Paese che ha più gente che emigra del Messico (128 milioni di abitanti) e Afghanistan (35 milioni di abitanti) e gli stranieri che arrivano in Italia vogliono subito andarsene, per trovare un lavoro altrove.
    Non ci rendiamo conto ma abbiamo un problema opposto a quello che pensiamo di avere: non siamo un Paese che subisce una grande invasione, ma siamo un Paese dal quale le persone fuggono. Meglio un Paese che si riempie, di un Paese che si svuota.
    Basta che diciamo che in Parlamento sono tutti ladri e ci sentiamo belli e puri, non parte del problema.
    E qual è il problema? Il problema, tu dici, sono gli immigrati
    Ma ne sei proprio sicuro?
    Non ti sorge il dubbio che tu, assieme a quelli che come te pensano, dicono e scrivono le stesse tue cose, che diffondi odio e intolleranza, sei parte dei problemi che vive questo nostro Paese? Non è forse vero che con il tuo modo di pensare e di agire stai legittimando e giustificando una nuova forma di “banalità del male” che, contrariamente al comandamento cristiano “ama il tuo prossimo come te stesso”, non rifiuta di odiare, ma alimenta l’odio e ne fa ragione di battaglia politica?

    R. Vialba

    3 settembre 2017

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  3. Alzare le tasse per finanziare il welfare: l’idea percorre il Regno Unito, dalla Scozia a Londra (da R.it economia e finanza 7/9/2017)
    La leader scozzese Sturgeon ha chiesto la stretta fiscale per finanziare il reddito di cittadinanza. Ma anche l’Arcivescovo di Canterbury e il nuovo capo liberal democratico, Vince Cable, hanno messo il tema in agenda per abbattere le diseguaglianze sociali ENRICO FRANCESCHINI
    LONDRA – Ci sono due cose che la gente non vuole sentirsi mai ricordare dai politici, ammonivano i consulenti elettorali di Ronald Reagan, gli “spin doctors” come li chiamiamo oggi, nell’America degli anni ’80: “Tutti dobbiamo morire e bisogna pagare le tasse”. Eppure è proprio questo che la premier del governo autonomo scozzese mette al centro del suo nuovo, “ambizioso” programma: non solo far pagare le tasse ai suoi contribuenti, ma aumentarle. “La continua austerità del governo britannico, le conseguenze della Brexit (contro cui la Scozia ha votato, ndr) e i cambiamenti demografici metteranno crescenti pressioni sui nostri servizi pubblici”, ha detto Nicola Sturgeon al parlamento di Edimburgo. “E’ dunque venuto il momento di aprire il dibattito sull’uso responsabile e progressivo dei nostri poteri fiscali per aiutarci a costruire il tipo di paese che vogliamo essere”.
    In altre parole, come ha precisato poi, è ora di pensare ad incrementare le tasse per i contribuenti più ricchi. L’unico metodo, afferma la leader degli indipendentisti scozzesi, per poter finanziare uno stato sociale (in cui per esempio l’università è gratuita: in Inghilterra costa 9 mila sterline l’anno) e continuare a rafforzarlo, con misure come un “reddito di cittadinanza” per tutti, versato dallo stato, e aumenti salariali per i dipendenti pubblici.
    Non ha precisato da quale livello verrebbero introdotti gli aumenti delle imposte, ma già a Londra la stampa filo-conservatrice (e anti indipendenza della Scozia) avverte che a rimetterci alla fine sarà la classe media. Si vedrà chi eventualmente pagherà e quanto. L’opposizione conservatrice scozzese commenta che Sturgeon ha rimediato una batosta alle elezioni britanniche di giugno, in cui ha visto dimezzare i propri seggi al parlamento di Westminster, che ha dunque reagito prima posticipando i piani per un nuovo referendum sull’indipendenza e ora promettendo più soldi ai poveri con più tasse ai ricchi. Ma di certo c’è che aumentare le tasse, considerato un anatema per i politici della generazione post-Reagan e post-Thatcher, non è più un tabù.
    Jeremy Corbyn lo aveva proposto nella campagna elettorale per le elezioni del giugno scorso, sostenendo che l’aumento avrebbe colpito soltanto chi guadagna da 100 mila sterline (110 mila euro) l’anno lorde in su, ovvero il cosiddetto 1 per cento della popolazione più ricco: anche in quel caso i suoi avversari hanno ammonito che il Labour al potere finirebbe per aumentare le tasse anche alla middle-class, ma intanto il leader laburista ha ottenuto un ottimo risultato alle urne, aumentando i suoi deputati e migliorando la sua reputazione.
    Qualcosa di simile lo ha proposto ieri il nuovo leader liberaldemocratico Vince Cable, affermando che la Gran Bretagna deve aumentare perlomeno le tasse ereditarie e sulla proprietà se vuole affrontare una crescente diseguaglianza sociale. E sullo stesso tema si esprime stamane l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, in un articolo sul Financial Times, criticando l’economia britannica come un modello “ingiusto” e discriminante nei confronti dei più disagiati, in particolare tra i giovani. Insomma, il vecchio tabù dell’era Reagan, rinfacciato anche in precedenza a ogni latitudine alla sinistra “tassa e spendi”, non vale più in un modo in preda al disagio sociale e alla ineguaglianza.
    Luigi Viggiano

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