Cosa manca, l’offerta o la domanda? – di Luigi Viggiano

dal blog “il secondo 9 marzo. Libertà di discussione”

MA  LA CRISI  E’ DOVUTA A CARENZA DI OFFERTA O DI DOMANDA ?
Come detto e scritto in altre occasioni, penso che il problema dal quale origina lo sfascio economico-sociale, europeo e italiano, che cresce ininterrottamente dalla fine del secondo millennio, risieda nella mancata consapevolezza dei popoli, di una verità-storica di portata eccezionale; che in quanto tale, il potere dominante cerca di ritardarne il più possibile, una reale e profonda presa di coscienza dei cittadini, calamitando (alla stregua del mago in fiera) la loro attenzione su problemi, creati, fomentati e alimentati ad arte per distrarli dalla verità. Praticamente una versione moderna del “panem et circens” (del vecchio Romano impero). Con l’aggravante di aver oggi sostituito, il panem con la paura e inconsapevole ignoranza; quest’ultima, alimentata subdolamente, squalificando e riducendo la scuola ad una mera area di parcheggio.
Come è mia abitudine, per evitare di mettere troppa carne al fuoco, data l’importanza dell’argomento, anticipo che mi atterrò il più possibile al tema, pur sapendo che altre situazioni vi sono direttamente collegate e vi interagiscono.
Ritornando alla domanda posta nel titolo, comincio con lo sfatare un luogo comune che tutt’ora alberga nella stragrande maggioranza di noi comuni mortali, e cioè che, da anni stiamo vivendo una tremenda crisi le cui conseguenze sperimentiamo quotidianamente, per mancanza di crescita e di produttività e dunque carenza di beni. Non è vero!!! Si tratta della più grande mistificazione storica, di massa mai praticata finora, che proverò a dimostrare. Intanto comincio col riportare quello che hanno dichiarato in diverse occasioni fior fiore di studiosi e cioè che: non è l’offerta e ancor meno la produzione di beni che scarseggia ma la domanda. In proposito, la cosa ancora più triste, per me, è stato scoprire che il tutto, è scientemente praticato per concentrare la ricchezza in un gruppo ristretto di persone e famiglie storiche che complessivamente rappresentano al massimo un 10% della popolazione mondiale, a danno del restante 90% costituito, in larga parte, di ex ceto medio impoverito e poveri veri e propri, che negli ultimi lustri sono cresciuti a dismisura prosciugando letteralmente quello che, solo qualche decennio fa, era la così detta classe media (in larga parte da pochi anni emancipatasi dal proletariato).
Capisco che ai più, può sembrare un paradosso ma è proprio così; i beni prodotti ci sono, al punto che il potenziale produttivo mondiale, è sotto utilizzato per mancanza di domanda che a sua volta scarseggia per mancanza di soldi. E noi tutti, accettiamo con rassegnazione la risposta data dall’establishment perché ci manca un passaggio che mai nessuno si è premurato di spiegarci né come cittadini e ancor meno come studenti. Eppure la cosa non è per niente di poco conto perché chiunque voglia, prima o poi adoperarsi per ricostruire un nuovo modello di società, è da questo punto (oscuro ai più) che dovrà partire.
Passando al merito della questione dobbiamo considerare alcune novità storiche che a tutt’oggi non sono per niente di dominio pubblico. Di fatto è successo (come appena scritto) che la domanda manca non per carenza di produzione che, anzi viene realizzata solo in parte rispetto alle reali potenzialità ma carenza di soldi  e la chiave di volta del problema sta nel fatto che, noi cittadini comuni continuiamo a ragionare, rispetto al denaro come sempre fatto finora; ovvero immaginando una transazione economica come un baratto dove i soldi facilitano l’operazione garantendo lo scambio CONTEMPORANEO di valori equivalenti grazie alla convertibilità. Questo è stato necessario fino a quando la capacità produttiva e dunque la potenziale offerta è stata inferiore alla domanda.
Chiediamoci allora perché, invece oggi è stata tolta la convertibilità e cosa, tutto questo ha comportato? Ci è stato sempre spiegato che senza convertibilità si rischiava di avere carta straccia se mancavano i beni reali. Ora si dà il caso che da Bretton Woods in avanti la produzione di beni, grazie alla scienza e alle nuove tecnologie, all’evoluzione nei diversi settori produttivi; e da qualche lustro anche grazie all’energia (elettrica in particolare) prodotta con fonti rinnovabili e venduta a prezzi sempre più bassi grazie allo sviluppo delle tecniche di  sfruttamento e conservazione, divenute capaci di garantire la continuità della fornitura nei momenti di mancata produzione. Recentemente l’argomento è stato trattato ed esposto evidenziando con più esattezza e scientificità i concetti e le  prospettive circa le fonti rinnovabili; nell’ultimo Outlook Energy 2018 di Blomberg presentato nella sede dell’ENEL dall’amministratore delegato F. Starace che ha confermato che nel settore sono stati fatti, autentici passi da gigante, al punto che si prevede di accelerare l’uscita definitiva dal carbone e per il 2030 che il 90% delle fonti sarà rinnovabile; cosa questa, non certo di poco conto, specie per il nostro Paese che, grazie alla sua posizione geografica e orografia, risulta tra i primi al mondo nello sfruttamento della: geotermica, idrica, eolica e solare. Chi ha una certa età ricorderà gli anni 50, quando in Italia partì l’industrializzazione, grazie all’oro bianco (ovvero l’energia idroelettrica) e il carbone che l’Italia ricavava dalle poche miniere che aveva più quello che riceveva dai paesi del nord Europa per ogni nostro emigrante che vi andava a lavorare e successivamente grazie al genio di Mattei che riuscì a inventarsi di sana pianta l’Eni. Fu così che il Paese prese il volo verso lo storico miracolo economico.
Man mano che scoprivo queste semplici e positive verità, si confermava e aumentava in me, il desiderio di capire come poteva conciliarsi una simile realtà con quella che tutti gli araldi (profumatamente prezzolati) ci rappresentano da anni? Ovvero che il governo non ha i soldi per fare investimenti e le imprese per svolgere le proprie attività. Proseguendo nell’approfondimento ho scoperto che in realtà il denaro viene creato a profusione ma finisce quasi esclusivamente al mercato finanziario e non all’economia reale che s’impoverisce sempre di più. Un esempio recente, in tal senso è stato il Q.E. col quale la BCE ha finanziato le banche per ingenti somme (si parla di centinaia di miliardi di euro) a tassi irrisori confidando sul fatto che queste, a loro volta, finanziassero l’economia reale; ma è stata tutta una messa in scena perché hanno investito in titoli con rendimenti superiori all’interesse pagato speculandone la differenza per decine e decine di miliardi senza che, un centesimo arrivasse all’economia reale. La verità è che la moneta che usiamo fisicamente (cartacea e metallica) è un misero 0.3% e bancaria 7% il resto è tutta elettronica. Ma la cosa davvero incredibile è che a decidere la quantità di moneta e la destinazione nell’economia è il sistema bancario privato e non lo Stato. Sul come uscire da questa trappola fatta di: recessione, deflazione e disoccupazione, in cui è finita l’Italia ed il resto dell’Ue (anche se in misura meno drammatica) oggi circolano due idee opposte:
Una fa della competitività l’obiettivo centrale; imposta, dalla Troika (Bce, Fmi e Commissione europea) ai Paesi della UE, e in particolare a quelli della ‘periferia’, accusati di bassa produttività ed eccesso di spesa pubblica. Il problema di questa ideologia mercantilista è che essendo la Terra di dimensioni finite è evidente che se qualcuno esporta di più, altri devono importare di più o lanciarsi nella stessa gara. Sostituendo di fatto l’idea fondante di ‘Unione’ Europea, con una ‘Competizione Europea’ dove ognuno cerca di superare l’altro innescando una corsa al ribasso in materia sociale, ambientale, dei diritti del lavoro, fiscale abbattere i costi di produzione. Così facendo però l’intero peso di una crisi causata dal collasso del gigantesco sistema finanziario privato viene scaricato sui lavoratori e sui più deboli. Smantellando diritti e tutele, minori stipendi, precarietà. Tutto sacrificato in nome della competitività. Le fasce più deboli della popolazione subiscono i tagli e la  privatizzazione del welfare, dalla sanità all’istruzione, vale a dire anche una drastica riduzione del proprio reddito indiretto. E così finisce per pagare chi non ha alcuna responsabilità che non viene in alcun modo compensato da un aumento delle esportazioni. E’ evidente a chiunque che il modello descritto si è rivelato un totale fallimento sia dal punto di vista sociale che economico. Non è quindi un caso se sempre più economisti segnalano che il problema è nella domanda, non nell’offerta, e che le ricette finora applicate stanno portando l’Europa verso il baratro; perché per l’economia reale, l’austerità è il problema, non la soluzione, servono politiche pubbliche espansive per sbloccare l’economia.
Capite allora che la posta in gioco è altissima e più passa il tempo più si consolida perché la strada intrapresa dall’establishment europeo ci sta portando verso una società neo-feudale dove c’è una piccola, vera casta, molto privilegiata, e tutti gli altri ridiventano servi della gleba.
Poco importa essere di destra o di sinistra, liberista o meno, liberale o socialdemocratico tanto colpisce tutti allo stesso modo. Non a caso il Fondo Monetario Internazionale ha appena detto: attenzione, per rilanciare l’Italia bisogna andare a tassare le proprietà immobiliari e le ricchezze il che vuol dire che vogliono insistere col programma, in atto, che ci renderà tutti molto più poveri privandoci della libertà che abbiamo finora conosciuto.
Bisogna combattere, cominciando col capire i meccanismi dell’informazione e del condizionamento sociale e psicologico, perché è la cosa che più di ogni altra può metterli in difficoltà. Non ha caso l’anticorpo del sovranismo, moltiplicatosi nei tempi e modi che sappiamo ne è una chiara dimostrazione.
E’ così dunque che, per un verso ci portano a credere che il governo non ha i soldi per fare investimenti e le imprese per operare al meglio e per un altro, quelli creati finiscono solo sul mercato finanziario e non in quello reale che si impoverisce sempre di più. Il problema di fondo sta nel fatto che chi decide la quantità di moneta e la destinazione nell’economia è il sistema bancario privato e non lo Stato. Cosa questa che comporta per lo Stato, doverli prendere a prestito dai privati pagando ovviamente degli interessi; ignorando letteralmente l’art. 47 della COSTITUZIONE che consente di gestire, tutelare e controllare il risparmio e credito nazionalizzando le banche cosa che gli altri paesi europei hanno fatto anzi non si sono mai sognati di abolire (in Germania, per esempio il 60% delle banche è statale e crea moneta senza debito. Poi però scopriamo che col Q.E. degli ultimi anni la banca Italiana ha creato dal nulla 400 miliardi di euro e comprato titoli di Stato. Dove ha preso i soldi? Li ha creati dal nulla; dimostrando così che il debito può essere acquistato ed eliminato dalla banca centrale. Però a noi poveri ignoranti ci fanno credere che va procurato con le tasse, perché?
Perché lo Stato invece che crearsi il denaro lo chiede in prestito? Eppure è lo Stato che dà valore alla moneta. Pensate che in 30 anni l’Italia ha pagato di interessi l’equivalente di due volte l’intero debito pubblico. Faccio notare che sono soldi veri perché tolti dall’economia reale come abbiamo appena detto dati, in cambio di soldi falsi perché senza   alcun valore e prestati da privati allo stato. Per chi avesse la curiosità di voler capire provo a spiegare l’imbroglio.
La prima cosa da tenere sempre presente è che con la moneta non convertibile alla creazione il denaro vale zero dunque quando ci dicono che le banche vantano dei crediti per averci prestato dei soldi è un’autentica menzogna. La banca non ha fatto neanche la fatica, dei falsari di una volta, di stampare moneta falsa no l’ha solo registrata nei PC. In cambio di questo zero assoluto di ricchezza che ci ha prestato pretende la restituzione del capitale e degli interessi questi si che sono soldi veri che rappresentano il valore di una ricchezza reale creata dall’economia reale. Dunque in cambio di zero se va bene incassano l’intero capitale più gli interessi in ricchezza reale che viene sottratta dall’economia vera del paese, se gli va benino gli interessi e parte del capitale vendendosi il debito a prezzi più bassi di quello nominale a società che combinandolo con altri derivati formare un paniere che mediamente rende di più della cifra pagata quindi ulteriore guadagno. In quest’ultimo passaggio c’è un’altra fregatura per noi poveri ignoranti; si perché l’eventuale non restituzione del debito non crea un danno alla banca perché non ci aveva dato alcunché di valore, tutto al più un mancato arricchimento ma non certo un danno; eppure è proprio come danno che ce lo addebitano.
IN CONCLUSIONE mi sono convinto che i politicanti, dal 1999 con l’abrogazione da parte di Clinton della legge Glass Stegall che nel 1936 aveva separato l’economia reale da quella speculativa (fare soldi con altri soldi) e successivamente, grazie ai nostri politicanti, che rinunciando alla sovranità monetaria dello Stato e alle banche di Stato, contravvenendo platealmente alla Costituzione, più altri provvedimenti in linea con questi hanno permesso di creare montagne di moneta, bancaria che è stata assimilata in tutto e per tutto a quella di Stato nonostante fossero semplici numeri dunque senza neanche il valore della carta straccia.
Luigi Viggiano, 16 luglio 2018

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5 Commenti - Scrivi un commento

  1. Hawaii, i robot rubano il lavoro? La soluzione è il reddito di cittadinanza
    Una delle preoccupazioni legate all’impiego dei robot è rappresentata dai rischi per i livelli occupazionali: se una macchina può prendere il posto di un lavoratore in carne ed ossa, prospettare una consistente riduzione della forza lavoro appare un’ipotesi indubbiamente verosimile e già anticipata da diversi studi – si ricorda quello pubblicato da Pricewaters-Coopers a luglio scorso.
    Le Hawaii hanno iniziato ad affrontare concretamente la questione, con un disegno di legge che propone di introdurre il reddito di cittadinanza – ovvero l’entrata finanziaria che ciascuno, per il sol fatto di essere cittadino di uno stato, dovrebbe avere, indipendentemente dallo status occupazionale – come strumento in grado di bilanciare il sempre crescente utilizzo di robot in ambiti lavorativi.
    Anche se la realtà del mercato hawaiano – principalmente incentrata sul settore turistico – non può essere equiparata a quella di altri Stati, la soluzione proposta può offrire un modello adatto ad affrontare problematiche che interesseranno nei prossimi anni anche altre realtà nazionali. Da un lato, infatti, non si rallenta l’evoluzione tecnologica, dall’altro non si privano i lavoratori di un reddito base, indispensabile per vivere. La posizione è descritta con chiarezza da Chris Lee, il deputato che si è fatto promotore del d.d.l.:
    La nostra economia sta cambiando molto più rapidamente di quanto ci si aspetta […] (è importante) essere certi che tutti potranno beneficiare della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo per assicurarsi che nessuno venga lasciato indietro
    Resta un punto centrale da chiarire per la buona riuscita di questi e di altri proposte analoghe: da dove ricavare le somme necessarie a fornire un reddito di cittadinanza. Sulla lunga distanza dovranno essere le istituzioni politiche a fornirlo, ma, nell’immediato, sono le organizzazioni filantropiche fondate dagli stessi imprenditori tecnologici ad occuparsene tramite progetti pilota. Si cita, ad esempio, The Economic Security Project, co-gestito dal co-fondatore di Facebook Chris Huges.
    a conferma che il problema é sentito a tutte le latitudini meno quella Italiana Luigi Viggiano

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  2. LETTERA APERTA AD ANTONIO SOCCI E AGLI “IMPRENDITORI DELLA PAURA”, SALVINI, MELONI, ECC.

    Caro Antonio, ho letto quanto hai scritto e pubblicato su “piovegovernoladro” del 2 settembre 2017, giornale online della destra politica, e devo dire che non essendo giornalista, scrittore e conduttore televisivo come te perché sono del tutto impreparato e inadeguato per confutare le tue tesi, e dunque non posso che dire che hai ragione, che è giusto, prima gli italiani!
    Ciò premesso mi permetto però di fare, come si dice, i conti “della serva”.
    Ogni mese dalla mia busta paga, e non importa se è da lavoro o da pensione perché sono sempre soldi del mio lavoro, guadagno del mio tempo, ci sono trattenute, ossia tasse applicate alla fonte da cui, a differenza di chi non è lavoratore dipendente, non si scappa.
    Queste tasse vengono spese per varie cose, tra cui “Prima gli italiani” (nel senso di sussidi di disoccupazione, pensioni minime, alloggi pubblici, servizi sociali e sanitari, etc. etc.).
    Poi c’è anche una quota, piccola, di queste tasse, che va per aiutare gli immigrati.
    (lo scrivente è molto orgoglioso che una piccola parte del proprio lavoro possa aiutare chi per puro caso è nato dall’altra parte del mare)
    Mi segui? Bene.
    Adesso ti mostro un bel numeretto, che dovresti conoscere e forse hai solo dimenticato:
    122 miliardi di euro l’anno (l’ha detto il Presidente Mattarella nel discorso di fine 2016 citando uno stidio di Confindustria). Hai presente quanti sono centoventiduemiliardi?, 2.033 euro di evasione per ogni cittadino, neonati compresi.
    Questo è quanto vale l’evasione fiscale ogni anno in Italia, per non parlare di quanto vale la corruzione, l’economia sommersa, il lavoro nero e di quanti sono i miliardi di italiani depositati nei paradisi fiscali (500 miliardi solo in Svizzera).
    Soldi sottratti a noi tutti e soprattutto a “Prima gli italiani”.
    Con 122 miliardi potremmo garantire reddito a tutti, italiani giovani e non, che non hanno un reddito sufficiente per viver, e pure agli immigrati.
    Ci sei ancora? Molto bene.
    Non credo che ogni volta che dici “Prima gli italiani” intendi giustificare, ad esempio:
    – il dentista che non ti fa la fattura,
    – oppure l’idraulico che ti fa lo sconto ma senza ricevuta,
    – o che il tuo datore di lavoro ti paga il 20% in voucher e il resto a nero,
    – o ancora peggio, che il tuo datore di lavoro ti fa lavorare il triplo delle ore effettivamente pagate,
    – o il tuo vicino ha il SUV ma non paga Tari e Tasi etc. etc.,
    perché ognuna di queste cose, impoverisce “prima un italiano”.
    Quindi, vedi che il problema è un altro e non i 3,5 miliardi annui stanziati per le politiche di accoglienza.
    Per concludere.
    Il grande capolavoro di questo inizio secolo è stato mettere in lotta tra loro i disperati.
    Nessuno rivendica più dignità lavorativa, parificazioni salariali, sicurezza sul lavoro e cancellazione dei contratti precari, lotta alle disuguaglianze e ai privilegi.
    Gli Agnelli spostano il domicilio fiscale a Londra, e tutti zitti.
    Nessuno dice nulla del fatto che l’Italia (60 milioni di abitanti) è il Paese che ha più gente che emigra del Messico (128 milioni di abitanti) e Afghanistan (35 milioni di abitanti) e gli stranieri che arrivano in Italia vogliono subito andarsene, per trovare un lavoro altrove.
    Non ci rendiamo conto ma abbiamo un problema opposto a quello che pensiamo di avere: non siamo un Paese che subisce una grande invasione, ma siamo un Paese dal quale le persone fuggono. Meglio un Paese che si riempie, di un Paese che si svuota.
    Basta che diciamo che in Parlamento sono tutti ladri e ci sentiamo belli e puri, non parte del problema.
    E qual è il problema? Il problema, tu dici, sono gli immigrati
    Ma ne sei proprio sicuro?
    Non ti sorge il dubbio che tu, assieme a quelli che come te pensano, dicono e scrivono le stesse tue cose, che diffondi odio e intolleranza, sei parte dei problemi che vive questo nostro Paese? Non è forse vero che con il tuo modo di pensare e di agire stai legittimando e giustificando una nuova forma di “banalità del male” che, contrariamente al comandamento cristiano “ama il tuo prossimo come te stesso”, non rifiuta di odiare, ma alimenta l’odio e ne fa ragione di battaglia politica?

    R. Vialba

    3 settembre 2017

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  3. Alzare le tasse per finanziare il welfare: l’idea percorre il Regno Unito, dalla Scozia a Londra (da R.it economia e finanza 7/9/2017)
    La leader scozzese Sturgeon ha chiesto la stretta fiscale per finanziare il reddito di cittadinanza. Ma anche l’Arcivescovo di Canterbury e il nuovo capo liberal democratico, Vince Cable, hanno messo il tema in agenda per abbattere le diseguaglianze sociali ENRICO FRANCESCHINI
    LONDRA – Ci sono due cose che la gente non vuole sentirsi mai ricordare dai politici, ammonivano i consulenti elettorali di Ronald Reagan, gli “spin doctors” come li chiamiamo oggi, nell’America degli anni ’80: “Tutti dobbiamo morire e bisogna pagare le tasse”. Eppure è proprio questo che la premier del governo autonomo scozzese mette al centro del suo nuovo, “ambizioso” programma: non solo far pagare le tasse ai suoi contribuenti, ma aumentarle. “La continua austerità del governo britannico, le conseguenze della Brexit (contro cui la Scozia ha votato, ndr) e i cambiamenti demografici metteranno crescenti pressioni sui nostri servizi pubblici”, ha detto Nicola Sturgeon al parlamento di Edimburgo. “E’ dunque venuto il momento di aprire il dibattito sull’uso responsabile e progressivo dei nostri poteri fiscali per aiutarci a costruire il tipo di paese che vogliamo essere”.
    In altre parole, come ha precisato poi, è ora di pensare ad incrementare le tasse per i contribuenti più ricchi. L’unico metodo, afferma la leader degli indipendentisti scozzesi, per poter finanziare uno stato sociale (in cui per esempio l’università è gratuita: in Inghilterra costa 9 mila sterline l’anno) e continuare a rafforzarlo, con misure come un “reddito di cittadinanza” per tutti, versato dallo stato, e aumenti salariali per i dipendenti pubblici.
    Non ha precisato da quale livello verrebbero introdotti gli aumenti delle imposte, ma già a Londra la stampa filo-conservatrice (e anti indipendenza della Scozia) avverte che a rimetterci alla fine sarà la classe media. Si vedrà chi eventualmente pagherà e quanto. L’opposizione conservatrice scozzese commenta che Sturgeon ha rimediato una batosta alle elezioni britanniche di giugno, in cui ha visto dimezzare i propri seggi al parlamento di Westminster, che ha dunque reagito prima posticipando i piani per un nuovo referendum sull’indipendenza e ora promettendo più soldi ai poveri con più tasse ai ricchi. Ma di certo c’è che aumentare le tasse, considerato un anatema per i politici della generazione post-Reagan e post-Thatcher, non è più un tabù.
    Jeremy Corbyn lo aveva proposto nella campagna elettorale per le elezioni del giugno scorso, sostenendo che l’aumento avrebbe colpito soltanto chi guadagna da 100 mila sterline (110 mila euro) l’anno lorde in su, ovvero il cosiddetto 1 per cento della popolazione più ricco: anche in quel caso i suoi avversari hanno ammonito che il Labour al potere finirebbe per aumentare le tasse anche alla middle-class, ma intanto il leader laburista ha ottenuto un ottimo risultato alle urne, aumentando i suoi deputati e migliorando la sua reputazione.
    Qualcosa di simile lo ha proposto ieri il nuovo leader liberaldemocratico Vince Cable, affermando che la Gran Bretagna deve aumentare perlomeno le tasse ereditarie e sulla proprietà se vuole affrontare una crescente diseguaglianza sociale. E sullo stesso tema si esprime stamane l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, in un articolo sul Financial Times, criticando l’economia britannica come un modello “ingiusto” e discriminante nei confronti dei più disagiati, in particolare tra i giovani. Insomma, il vecchio tabù dell’era Reagan, rinfacciato anche in precedenza a ogni latitudine alla sinistra “tassa e spendi”, non vale più in un modo in preda al disagio sociale e alla ineguaglianza.
    Luigi Viggiano

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