Politiche sociali europee, dalle parole ai fatti – di Luigi Viggiano

dal blog “il secondo 9 marzo. Libertà di discussione”

 “PER L’ UNIONE EUROPEA E’ L’ORA DI PASSARE

DALLE PAROLE AI FATTI”

      Se si vuole per davvero, porre rimedio al diffondersi del populismo nel vecchio Continente ed evitare nuove Brexit, è giunto il momento di definire politiche sociali a livello europeo. In tal senso si sono espressi tre ricercatori* in un rapporto dell’Osservatorio sociale Europeo. Gli studiosi motivano il loro messaggio perché, per adesso i cittadini hanno ancora fiducia nell’integrazione ma temono fortemente che l’idillio possa avere un crollo improvviso e pertanto auspicano e consigliano che: l’Unione acceleri sulle politiche sociali comuni a tutti i paesi che vi aderiscono; intravedendo in esso un seme di vera unità che adeguatamente curato crescerebbe sempre di più recuperando all’unione, proprio quelle categorie di persone che loro malgrado sono finora state respinte verso livelli  e tenoridi vita insostenibili.
L’analisi dei professori, individua “nell’acuirsi della crisi migratoria e l’uscita dell’Inghilterra, due significativi campanelli d’allarme che hanno reso urgente definire politiche sociali di livello Europeo”.
Essi ritengono che la Brexit abbia dimostrato l’esigenza di abbandonare il welfare “neo-liberale” per intraprenderne uno nuovo che tenda a costruire una Unione “veramente inclusiva” e universale, per tutti gli Stati che vi aderiscono. Certo è fuori da ogni dubbio che, realizzare un progetto simile darebbe un segnale forte e chiaro, al resto del mondo, sulla solidità e volontà politica di portare avanti l’integrazione Europea creando un nuovo polo- socio economico in grado di tenere testa agli altri esistenti ed in via di realizzazione nel resto del mondo. Diversamente, Il rischio di un processo di disgregazione europeo potrebbe prima o poi tradursi in  una triste realtà.
I tre studiosi sostengono infatti che, sono stati i fattori “sociali e legati al mercato del lavoro” ad influenzare fortemente l’esito del voto inglese di due anni fa e favorire il crescente populismo che, lo scorrere del tempo non ha minimamente interrotto la corsa  anzi, in diversi, casi si è avuto una accelerazione dell’espansione.  Essi hanno rilevato che col passare degli anni “una parte, sempre più consistente degli inglesi si è sentita trascurata, non beneficiando dei frutti di una situazione economica complessiva più che discreta”.  Va detto anche però che, sarebbe sbagliato ed ingiusto pensare che l’Ue sia stata inoperosa in tal senso. Lo spiegano bene gli stessi ricercatori quando dicono come l’Ue ha fatto passi avanti in numerose aree di policy, come “il dialogo sociale, le regolamentazioni nel settore della sanità, il bilanciamento vita-lavoro e l’invecchiamento attivo”. Ma uno dei segni più importanti dell’attenzione manifestata dalle istituzioni è stato la proclamazione interistituzionale del pilastro Europeo dei diritti sociali (EPSR), avvenuta lo scorso novembre a Goteborg, in Svezia. Allo stesso, ha fatto seguito la proposta di direttiva sul bilanciamento vita-lavoro, la proposta per una raccomandazione riguardo all’accesso alla protezione sociale per tutti i tipi di lavoratori, la creazione di una raccolta di dati, nel merito, per monitorare il progresso in ambito sociale.
Gli studiosi dell’Ose hanno evidenziato anche come, nel 2017, l’agenda sociale sia tornata a ricoprire le prime pagine del dibattito pubblico. Cosa comprovata dallo svolgimento di numerosi dibattiti e incontri istituzionali di alto livello sul tema della dimensione sociale dell’Ue: dalla dichiarazione in occasione del 60° anniversario dei trattati di Roma, al meeting sociale di Goteborg, fino ad arrivare al dibattito suscitato dal Libro bianco sul futuro dell’Europa della Commissione europea. Però la crescente popolarità dei partiti euro scettici e populisti, obbliga tutti, anche alla luce del referendum italiano del 4 dicembre 2016, del referendum sull’autonomia Catalana in Spagna, di quanto accade nei paesi europei del ex blocco comunista e ultimo in ordine di tempo il recente risultato elettorale Italiano che ha segnato una profonda linea di demarcazione tra il prima e il dopo, rinnovando a larghissima maggioranza, la neo eletta classe politica. Penso che i tempi per intervenire cominciano a restringersi pericolosamente e, bene farebbero le autorità della UE a darsi una mossa, prima che tutto precipiti irrimediabilmente, nella speranza che non sia proprio quello il loro vero obiettivo (nel qual caso il futuro sarebbe già segnato e foriero di tempi estremamente duri e dolorosissimi per larga parte dell’Europa). Sia chiaro, per tutti che io non auspico per niente simili scenari e se li evoco è per scongiurarli,  con una  politica sociale inclusiva ad un livello base unificato per tutti i cittadini dell’unione,  che  così si sentirebbero considerati e riconosciuti attori attivi e partecipi alla costruzione della nuova Europa (recuperandoli così a credere nell’efficacia dell’istituzioni e dunque trasformandoli in paladini del progetto di integrazione). Quanto scritto non è utopistico perché uno studio, in proposito di Euro-barometro del 2017 mostra che, nonostante i problemi di lungo periodo, una maggioranza di cittadini europei è tuttora ottimista.
In conclusione, i tre ricercatori nell’auspicare una accelerazione del processo di integrazione sociale, sottolineano che è necessario chiedersi quali Stati debbano essere coinvolti in questo rilancio istituzionale di politica reale mossa dall’interesse dei cittadini: si continuerà cercando di mettere assieme i 27 Paesi Membri? O si procederà nell’ottica di un’integrazione differenziata? A loro avviso, la prima opzione è “desiderabile”, ma la seconda gode dell’appoggio della “leadership franco-tedesca”. Per quanto riguarda l’Istituto (OSE) per il quale il lavoro è stato svolto ritiene di fondamentale importanza che la Commissione europea definisca “una tabella di marcia” per l’applicazione concreta dei principi contenuti nel pilastro europeo dei diritti sociali. Come per esempio, il “rilancio della Direttiva sul salario minimo e del progetto di uno schema di disoccupazione pan-europeo”. Nel breve periodo, “sarebbe poi fondamentale avviare le attività dell’Autorità europea del lavoro”.
Luigi Viggiano, 12  Maggio 2018

*Sebastiano Sabato, Bart Vanhercke e Denis Bouget dell’Osservatorio sociale europeo (Ose) di Bruxelles,

 

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5 Commenti - Scrivi un commento

  1. Hawaii, i robot rubano il lavoro? La soluzione è il reddito di cittadinanza
    Una delle preoccupazioni legate all’impiego dei robot è rappresentata dai rischi per i livelli occupazionali: se una macchina può prendere il posto di un lavoratore in carne ed ossa, prospettare una consistente riduzione della forza lavoro appare un’ipotesi indubbiamente verosimile e già anticipata da diversi studi – si ricorda quello pubblicato da Pricewaters-Coopers a luglio scorso.
    Le Hawaii hanno iniziato ad affrontare concretamente la questione, con un disegno di legge che propone di introdurre il reddito di cittadinanza – ovvero l’entrata finanziaria che ciascuno, per il sol fatto di essere cittadino di uno stato, dovrebbe avere, indipendentemente dallo status occupazionale – come strumento in grado di bilanciare il sempre crescente utilizzo di robot in ambiti lavorativi.
    Anche se la realtà del mercato hawaiano – principalmente incentrata sul settore turistico – non può essere equiparata a quella di altri Stati, la soluzione proposta può offrire un modello adatto ad affrontare problematiche che interesseranno nei prossimi anni anche altre realtà nazionali. Da un lato, infatti, non si rallenta l’evoluzione tecnologica, dall’altro non si privano i lavoratori di un reddito base, indispensabile per vivere. La posizione è descritta con chiarezza da Chris Lee, il deputato che si è fatto promotore del d.d.l.:
    La nostra economia sta cambiando molto più rapidamente di quanto ci si aspetta […] (è importante) essere certi che tutti potranno beneficiare della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo per assicurarsi che nessuno venga lasciato indietro
    Resta un punto centrale da chiarire per la buona riuscita di questi e di altri proposte analoghe: da dove ricavare le somme necessarie a fornire un reddito di cittadinanza. Sulla lunga distanza dovranno essere le istituzioni politiche a fornirlo, ma, nell’immediato, sono le organizzazioni filantropiche fondate dagli stessi imprenditori tecnologici ad occuparsene tramite progetti pilota. Si cita, ad esempio, The Economic Security Project, co-gestito dal co-fondatore di Facebook Chris Huges.
    a conferma che il problema é sentito a tutte le latitudini meno quella Italiana Luigi Viggiano

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  2. LETTERA APERTA AD ANTONIO SOCCI E AGLI “IMPRENDITORI DELLA PAURA”, SALVINI, MELONI, ECC.

    Caro Antonio, ho letto quanto hai scritto e pubblicato su “piovegovernoladro” del 2 settembre 2017, giornale online della destra politica, e devo dire che non essendo giornalista, scrittore e conduttore televisivo come te perché sono del tutto impreparato e inadeguato per confutare le tue tesi, e dunque non posso che dire che hai ragione, che è giusto, prima gli italiani!
    Ciò premesso mi permetto però di fare, come si dice, i conti “della serva”.
    Ogni mese dalla mia busta paga, e non importa se è da lavoro o da pensione perché sono sempre soldi del mio lavoro, guadagno del mio tempo, ci sono trattenute, ossia tasse applicate alla fonte da cui, a differenza di chi non è lavoratore dipendente, non si scappa.
    Queste tasse vengono spese per varie cose, tra cui “Prima gli italiani” (nel senso di sussidi di disoccupazione, pensioni minime, alloggi pubblici, servizi sociali e sanitari, etc. etc.).
    Poi c’è anche una quota, piccola, di queste tasse, che va per aiutare gli immigrati.
    (lo scrivente è molto orgoglioso che una piccola parte del proprio lavoro possa aiutare chi per puro caso è nato dall’altra parte del mare)
    Mi segui? Bene.
    Adesso ti mostro un bel numeretto, che dovresti conoscere e forse hai solo dimenticato:
    122 miliardi di euro l’anno (l’ha detto il Presidente Mattarella nel discorso di fine 2016 citando uno stidio di Confindustria). Hai presente quanti sono centoventiduemiliardi?, 2.033 euro di evasione per ogni cittadino, neonati compresi.
    Questo è quanto vale l’evasione fiscale ogni anno in Italia, per non parlare di quanto vale la corruzione, l’economia sommersa, il lavoro nero e di quanti sono i miliardi di italiani depositati nei paradisi fiscali (500 miliardi solo in Svizzera).
    Soldi sottratti a noi tutti e soprattutto a “Prima gli italiani”.
    Con 122 miliardi potremmo garantire reddito a tutti, italiani giovani e non, che non hanno un reddito sufficiente per viver, e pure agli immigrati.
    Ci sei ancora? Molto bene.
    Non credo che ogni volta che dici “Prima gli italiani” intendi giustificare, ad esempio:
    – il dentista che non ti fa la fattura,
    – oppure l’idraulico che ti fa lo sconto ma senza ricevuta,
    – o che il tuo datore di lavoro ti paga il 20% in voucher e il resto a nero,
    – o ancora peggio, che il tuo datore di lavoro ti fa lavorare il triplo delle ore effettivamente pagate,
    – o il tuo vicino ha il SUV ma non paga Tari e Tasi etc. etc.,
    perché ognuna di queste cose, impoverisce “prima un italiano”.
    Quindi, vedi che il problema è un altro e non i 3,5 miliardi annui stanziati per le politiche di accoglienza.
    Per concludere.
    Il grande capolavoro di questo inizio secolo è stato mettere in lotta tra loro i disperati.
    Nessuno rivendica più dignità lavorativa, parificazioni salariali, sicurezza sul lavoro e cancellazione dei contratti precari, lotta alle disuguaglianze e ai privilegi.
    Gli Agnelli spostano il domicilio fiscale a Londra, e tutti zitti.
    Nessuno dice nulla del fatto che l’Italia (60 milioni di abitanti) è il Paese che ha più gente che emigra del Messico (128 milioni di abitanti) e Afghanistan (35 milioni di abitanti) e gli stranieri che arrivano in Italia vogliono subito andarsene, per trovare un lavoro altrove.
    Non ci rendiamo conto ma abbiamo un problema opposto a quello che pensiamo di avere: non siamo un Paese che subisce una grande invasione, ma siamo un Paese dal quale le persone fuggono. Meglio un Paese che si riempie, di un Paese che si svuota.
    Basta che diciamo che in Parlamento sono tutti ladri e ci sentiamo belli e puri, non parte del problema.
    E qual è il problema? Il problema, tu dici, sono gli immigrati
    Ma ne sei proprio sicuro?
    Non ti sorge il dubbio che tu, assieme a quelli che come te pensano, dicono e scrivono le stesse tue cose, che diffondi odio e intolleranza, sei parte dei problemi che vive questo nostro Paese? Non è forse vero che con il tuo modo di pensare e di agire stai legittimando e giustificando una nuova forma di “banalità del male” che, contrariamente al comandamento cristiano “ama il tuo prossimo come te stesso”, non rifiuta di odiare, ma alimenta l’odio e ne fa ragione di battaglia politica?

    R. Vialba

    3 settembre 2017

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  3. Alzare le tasse per finanziare il welfare: l’idea percorre il Regno Unito, dalla Scozia a Londra (da R.it economia e finanza 7/9/2017)
    La leader scozzese Sturgeon ha chiesto la stretta fiscale per finanziare il reddito di cittadinanza. Ma anche l’Arcivescovo di Canterbury e il nuovo capo liberal democratico, Vince Cable, hanno messo il tema in agenda per abbattere le diseguaglianze sociali ENRICO FRANCESCHINI
    LONDRA – Ci sono due cose che la gente non vuole sentirsi mai ricordare dai politici, ammonivano i consulenti elettorali di Ronald Reagan, gli “spin doctors” come li chiamiamo oggi, nell’America degli anni ’80: “Tutti dobbiamo morire e bisogna pagare le tasse”. Eppure è proprio questo che la premier del governo autonomo scozzese mette al centro del suo nuovo, “ambizioso” programma: non solo far pagare le tasse ai suoi contribuenti, ma aumentarle. “La continua austerità del governo britannico, le conseguenze della Brexit (contro cui la Scozia ha votato, ndr) e i cambiamenti demografici metteranno crescenti pressioni sui nostri servizi pubblici”, ha detto Nicola Sturgeon al parlamento di Edimburgo. “E’ dunque venuto il momento di aprire il dibattito sull’uso responsabile e progressivo dei nostri poteri fiscali per aiutarci a costruire il tipo di paese che vogliamo essere”.
    In altre parole, come ha precisato poi, è ora di pensare ad incrementare le tasse per i contribuenti più ricchi. L’unico metodo, afferma la leader degli indipendentisti scozzesi, per poter finanziare uno stato sociale (in cui per esempio l’università è gratuita: in Inghilterra costa 9 mila sterline l’anno) e continuare a rafforzarlo, con misure come un “reddito di cittadinanza” per tutti, versato dallo stato, e aumenti salariali per i dipendenti pubblici.
    Non ha precisato da quale livello verrebbero introdotti gli aumenti delle imposte, ma già a Londra la stampa filo-conservatrice (e anti indipendenza della Scozia) avverte che a rimetterci alla fine sarà la classe media. Si vedrà chi eventualmente pagherà e quanto. L’opposizione conservatrice scozzese commenta che Sturgeon ha rimediato una batosta alle elezioni britanniche di giugno, in cui ha visto dimezzare i propri seggi al parlamento di Westminster, che ha dunque reagito prima posticipando i piani per un nuovo referendum sull’indipendenza e ora promettendo più soldi ai poveri con più tasse ai ricchi. Ma di certo c’è che aumentare le tasse, considerato un anatema per i politici della generazione post-Reagan e post-Thatcher, non è più un tabù.
    Jeremy Corbyn lo aveva proposto nella campagna elettorale per le elezioni del giugno scorso, sostenendo che l’aumento avrebbe colpito soltanto chi guadagna da 100 mila sterline (110 mila euro) l’anno lorde in su, ovvero il cosiddetto 1 per cento della popolazione più ricco: anche in quel caso i suoi avversari hanno ammonito che il Labour al potere finirebbe per aumentare le tasse anche alla middle-class, ma intanto il leader laburista ha ottenuto un ottimo risultato alle urne, aumentando i suoi deputati e migliorando la sua reputazione.
    Qualcosa di simile lo ha proposto ieri il nuovo leader liberaldemocratico Vince Cable, affermando che la Gran Bretagna deve aumentare perlomeno le tasse ereditarie e sulla proprietà se vuole affrontare una crescente diseguaglianza sociale. E sullo stesso tema si esprime stamane l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, in un articolo sul Financial Times, criticando l’economia britannica come un modello “ingiusto” e discriminante nei confronti dei più disagiati, in particolare tra i giovani. Insomma, il vecchio tabù dell’era Reagan, rinfacciato anche in precedenza a ogni latitudine alla sinistra “tassa e spendi”, non vale più in un modo in preda al disagio sociale e alla ineguaglianza.
    Luigi Viggiano

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