Le differenze fra capitalismo finanziario e ultrafinanziario – di Luigi Viggiano

dal blog “il secondo 9 marzo. Libertà di discussione”

DIFFERENZE TRA CAPITALISMO FINANZIARIO E ULTRA-FINANZIARIO

Non ho capito, se per celia o seriamente mi è stato chiesto, da un lettore, di chiarire, cosa si intende per capitalismo industriale-finanziario e cosa per ultra-finanziario; termine quest’ultimo sempre più ricorrente, da quando il primo si è evoluto trasformandosi nel secondo. Provo a dare una mia versione, che probabilmente non sarà particolarmente precisa ed esauriente per tutti ma che ritengo comunque sufficiente per cogliere l’essenza e la portata del nuovo arrivato.

In pratica i due generi differiscono sostanzialmente per il modo di accumulare il capitale.

Come già detto in altra occasione, l’obiettivo principale del finanziario è di far crescere il valore del titolo in borsa che si ottiene nella produzione tradizionale, riducendo l’occupazione più di quando si riduce la produzione, oppure solo con prodotti innovativi che possono far crescere entrambi.

Prodotti, quest’ultimi che sono stati introdotti dall’ultra finanziario che ha, come anzidetto, non l’obiettivo di valorizzare il titolo e dunque l’azienda, bensì la massimizzazione dei titoli.

Se col capitalismo industriale, chi aveva uno o più titoli (pacchetto d’azioni di una o più società) ritenuti validi, in linea di massima faceva il così detto cassettista nel senso che conservava, per anni i titoli, contando sulla rivalutazione del capitale e sul dividendo. Oggi, con l’ultra finanziario questo non è fattibile perché esso vive e prospera con i debiti insolventi, la gente deve stare male, fino ad arrivare anche al default perché occorre massimizzare la quantità di titoli che si trattano nella singola operazione in quanto è su quella che si realizza il guadagno immediato senza dovere aspettare il processo di produzione e vendita del prodotto.

E’ EVIDENTE ALLORA CHE CON QUESTA CHIAVE DI LETTURA LA SPENDING REVUE E AUSTERITY NON SERVONO PER MIGLIORARE I CONTI PUBBLICI COME CONTINUANO A FARCI CREDERE MA PER PEGGIORARLI PERCHE’ IL PAESE DEVE STAR MALE I TITOLI VALERE DI MENO E GIRARE SEMPRE PIU’ VELOCEMENTE. In realtà col capitalismo ultra finanziario si è separato la finanza dal credito. Differenza che ovviamente non è solo nominale ma sostanziale perché l’ultra-finanziario si pone e promette l’obiettivo categorico di ricavare dalla produzione di denaro con altro denaro, un reddito superiore alla produzione di denaro per mezzo di merci e prodotti. Nell’ambiente finanziario infatti è risaputo che gli investitori istituzionali, in particolare fondi pensione e fondi comuni, esigono dalla quota di capitale investito in un’impresa un rendimento annuo minimo del 15 per cento. Ho letto di: fondi specializzati nel comprare imprese per poi rivenderle pezzo a pezzo (chiamati private equity funds) non soddisfatti se da tali operazioni non ricavano un profitto di almeno il 20 per cento; grandi banche europee che sollecitano gli investitori istituzionali a investire in titoli di multinazionali del settore alimentare assicurando che ne trarranno un reddito intorno al 25 per cento; fondi specializzati nella gestione di grandi patrimoni privati promettono a chi può investire capitali rilevanti, e accetta di correre rischi elevati, un rendimento pari o superiore al 30 per cento. A mio avviso l’ultra finanziario sta alla mondializzazione e alle multinazionali come il finanziario stava e sta alle piccole, medie e grosse industrie nazionali. E’ arcinoto oramai che le imprese multinazionali e delocalizzate sono: ovunque, quando si tratta di trovare mano-dopera da sfruttare e di vendere prodotti della produzione e sono in nessun luogo, quando devono dichiarare i profitti delle vendite, da pagare le tasse e da rispettare la dignità del lavoro umano e le condizioni ambientali.

Condizioni che hanno generato il neocapitalismo ultra finanziario che prospera favorendo lo sradicamento e la globalizzazione per trasformare il pianeta in un unico mercato; con esso è nato un nuovo ceto sociale, nemico di qualunque etica. E’ questo purtroppo il vero fine che si è perseguito e si persegue con la globalizzazione.

Luigi Viggiano, 01 novembre 2018

P.S.

Penso che il lettore, nel leggere questa conclusione, rimarrà un po’ spiazzato come era accaduto al sottoscritto (la prima volta). Per questo cerco di spiegare come si conciliano questioni, apparentemente contrastanti.

Per poter seguire e capire la spiegazione che cercherò di argomentare bisogna fare alcune, preliminari precisazioni, di novità introdotte in finanza, ed ignote alla stragrande maggioranza dei cittadini.

Poc’anzi ho precisato:

a) che col capitalismo ultra finanziario si è separato la finanza dal credito, perché l’ultra-finanziario persegue l’obiettivo categorico di ricavare dalla produzione di denaro altro denaro, un reddito superiore alla produzione di denaro per mezzo di merci, prodotti e servizi

b) che per produrre denaro con denaro non occorrono i tempi lunghi della produzione e commercializzazione dei beni e servizi bensì la massimizzazione dei titoli e la velocità delle operazioni

c) moneta creditizia delle multinazionali- Una multinazionale prende a prestito, da una banca consorella del trust internazionale delle quale fanno parte. La banca ad ogni scadenza rinnova il prestito così che non venga mai pagato e siccome è fatto con la riserva frazionaria si crea moneta creditizia che gira nel sistema perché non viene mai restituita si parla di decine di migliaia di miliardi di $ o euro. Lo stesso accade con i titoli di stato. La leva finanziaria si aumenta ricorrendo al debito, oppure investendo in prodotti derivati, che richiedono solo il versamento di un margine, o ancora vendendo titoli allo scoperto. La leva finanziaria di un’azienda si misura con il rapporto tra attivo totale e capitale proprio, oppure tra debito e capitale proprio. Essa moltiplica il rendimento delle azioni rispetto a quello sull’investimento. Quando il tasso di rendimento sull’investimento supera il tasso d’interesse sul debito, il rendimento azionario è tanto maggiore quanto più alta è la leva, poiché il capitale preso a prestito e investito nell’impresa rende più di quanto costa.

d) DEBITI INSOLVENTI !!!!

Il punto d non è un errore, avete letto benissimo perché il capitalismo ultra-finanziario crea denaro coi debiti e se avete la pazienza di leggermi vi spiego l’arcano; prima però vi invito a fare questa controprova semplicissima, andate da un rivenditore d’auto o di qualunque altro bene di un certo valore, fingendo di voler comprare e ad un certo punto della contrattazione chiedete quale sconto vi farebbe se pagaste in contanti. Ebbene, nove volte su dieci, non solo vi risponderà che non fa sconti ma cercherà di convincervi in tutti i modi di comprarla con un prestito di una finanziaria (non illudetevi il favore, se vi convince, non lo fa a voi ma alla finanziaria che userà il vostro debito come asset per mettere in circolazione con una opportuna leva finanziaria cifre molto più alte), che serviranno per creare derivati che a loro volta verranno venduti ad una società detta veicolo che si compra il debito pagandolo al concessionario subito, ad un prezzo inferiore e successivamente a sua volta lo venderà o userà essa stessa per costruire altri derivati da vendere ad altre società veicolo ovviamente abbassando il prezzo e così il giochetto si ripete più volte riducendo ad ogni passaggio il valore perché aumenta il rischio di non incassarlo.

IN CONCLUSIONE: i soldi del debito non restituito che sono solo numeri, vengono contabilizzati come perdite e quindi detratti dalle tasse pertanto sommando la parte di prestito che si riesce a recuperare più il risparmio delle tasse ed il gioco di prestigio è fatto i soldi che all’origine, erano solo numeri sono diventati ricchezza vera. Ma siccome l’appetito vien mangiando appare ovvio che maggiore è il numero di operazioni che si fanno e la quantità di titoli che si trattano (in un anno) e maggiore sarà il guadagno.

Scusandomi per eventuali errori, omissioni e imprecisioni, ribadisco che il mio intendo è di far prendere coscienza che la realtà socio-economica in cui viviamo non è affatto quella che ci viene quotidianamente rappresentata cosa, per la quale spero che gli esempi riportati siano bastevoli, quanto meno per far dubitare chi legge di quanto ci viene propinato. D’altra parte ricordo che già il Presidente USA Roosevelt, in una occasione, riferendosi all’economia pronunziò la storica frase “IO SONO GIUNTO ALLA CONCLUSIONE, CHE TUTTO CIO’ CHE MI HANNO INSEGNATO IN ECONOMIA E’ TOTALMENTE FALSO”

*** Il termine leva finanziaria è un indicatore dell’indebitamento di un’azienda che di fatto prende in prestito dei capitali per investirli ottenendo un rendimento maggiore del tasso d’interesse richiesto dal prestatore. L’uso della leva finanziaria è tipico degli investimenti azionari in prodotti derivati o nel manovrare una determinata quantità di strumenti finanziari utilizzando un investimento di capitale minimo.

Le imprese utilizzano il ricorso al debito come fonte di finanziamento sia per il suo costo, inferiore a quello del capitale di rischio che per il vantaggio fiscale che esso genera perché gli interessi passivi, formalmente denominati oneri finanziari, che esso genera possono essere usati in sede di stesura del bilancio d’esercizio per diminuire l’utile permettendo un abbattimento delle tasse e aumentando così il valore dell’impresa.

Con la leva finanziaria l’investitore ha la possibilità di acquistare o vendere attività finanziarie per un ammontare superiore al capitale posseduto e, conseguentemente, di beneficiare di un rendimento potenziale maggiore rispetto a quello che otterrebbe con un investimento diretto nel sottostante e viceversa.

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5 Commenti - Scrivi un commento

  1. Hawaii, i robot rubano il lavoro? La soluzione è il reddito di cittadinanza
    Una delle preoccupazioni legate all’impiego dei robot è rappresentata dai rischi per i livelli occupazionali: se una macchina può prendere il posto di un lavoratore in carne ed ossa, prospettare una consistente riduzione della forza lavoro appare un’ipotesi indubbiamente verosimile e già anticipata da diversi studi – si ricorda quello pubblicato da Pricewaters-Coopers a luglio scorso.
    Le Hawaii hanno iniziato ad affrontare concretamente la questione, con un disegno di legge che propone di introdurre il reddito di cittadinanza – ovvero l’entrata finanziaria che ciascuno, per il sol fatto di essere cittadino di uno stato, dovrebbe avere, indipendentemente dallo status occupazionale – come strumento in grado di bilanciare il sempre crescente utilizzo di robot in ambiti lavorativi.
    Anche se la realtà del mercato hawaiano – principalmente incentrata sul settore turistico – non può essere equiparata a quella di altri Stati, la soluzione proposta può offrire un modello adatto ad affrontare problematiche che interesseranno nei prossimi anni anche altre realtà nazionali. Da un lato, infatti, non si rallenta l’evoluzione tecnologica, dall’altro non si privano i lavoratori di un reddito base, indispensabile per vivere. La posizione è descritta con chiarezza da Chris Lee, il deputato che si è fatto promotore del d.d.l.:
    La nostra economia sta cambiando molto più rapidamente di quanto ci si aspetta […] (è importante) essere certi che tutti potranno beneficiare della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo per assicurarsi che nessuno venga lasciato indietro
    Resta un punto centrale da chiarire per la buona riuscita di questi e di altri proposte analoghe: da dove ricavare le somme necessarie a fornire un reddito di cittadinanza. Sulla lunga distanza dovranno essere le istituzioni politiche a fornirlo, ma, nell’immediato, sono le organizzazioni filantropiche fondate dagli stessi imprenditori tecnologici ad occuparsene tramite progetti pilota. Si cita, ad esempio, The Economic Security Project, co-gestito dal co-fondatore di Facebook Chris Huges.
    a conferma che il problema é sentito a tutte le latitudini meno quella Italiana Luigi Viggiano

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  2. LETTERA APERTA AD ANTONIO SOCCI E AGLI “IMPRENDITORI DELLA PAURA”, SALVINI, MELONI, ECC.

    Caro Antonio, ho letto quanto hai scritto e pubblicato su “piovegovernoladro” del 2 settembre 2017, giornale online della destra politica, e devo dire che non essendo giornalista, scrittore e conduttore televisivo come te perché sono del tutto impreparato e inadeguato per confutare le tue tesi, e dunque non posso che dire che hai ragione, che è giusto, prima gli italiani!
    Ciò premesso mi permetto però di fare, come si dice, i conti “della serva”.
    Ogni mese dalla mia busta paga, e non importa se è da lavoro o da pensione perché sono sempre soldi del mio lavoro, guadagno del mio tempo, ci sono trattenute, ossia tasse applicate alla fonte da cui, a differenza di chi non è lavoratore dipendente, non si scappa.
    Queste tasse vengono spese per varie cose, tra cui “Prima gli italiani” (nel senso di sussidi di disoccupazione, pensioni minime, alloggi pubblici, servizi sociali e sanitari, etc. etc.).
    Poi c’è anche una quota, piccola, di queste tasse, che va per aiutare gli immigrati.
    (lo scrivente è molto orgoglioso che una piccola parte del proprio lavoro possa aiutare chi per puro caso è nato dall’altra parte del mare)
    Mi segui? Bene.
    Adesso ti mostro un bel numeretto, che dovresti conoscere e forse hai solo dimenticato:
    122 miliardi di euro l’anno (l’ha detto il Presidente Mattarella nel discorso di fine 2016 citando uno stidio di Confindustria). Hai presente quanti sono centoventiduemiliardi?, 2.033 euro di evasione per ogni cittadino, neonati compresi.
    Questo è quanto vale l’evasione fiscale ogni anno in Italia, per non parlare di quanto vale la corruzione, l’economia sommersa, il lavoro nero e di quanti sono i miliardi di italiani depositati nei paradisi fiscali (500 miliardi solo in Svizzera).
    Soldi sottratti a noi tutti e soprattutto a “Prima gli italiani”.
    Con 122 miliardi potremmo garantire reddito a tutti, italiani giovani e non, che non hanno un reddito sufficiente per viver, e pure agli immigrati.
    Ci sei ancora? Molto bene.
    Non credo che ogni volta che dici “Prima gli italiani” intendi giustificare, ad esempio:
    – il dentista che non ti fa la fattura,
    – oppure l’idraulico che ti fa lo sconto ma senza ricevuta,
    – o che il tuo datore di lavoro ti paga il 20% in voucher e il resto a nero,
    – o ancora peggio, che il tuo datore di lavoro ti fa lavorare il triplo delle ore effettivamente pagate,
    – o il tuo vicino ha il SUV ma non paga Tari e Tasi etc. etc.,
    perché ognuna di queste cose, impoverisce “prima un italiano”.
    Quindi, vedi che il problema è un altro e non i 3,5 miliardi annui stanziati per le politiche di accoglienza.
    Per concludere.
    Il grande capolavoro di questo inizio secolo è stato mettere in lotta tra loro i disperati.
    Nessuno rivendica più dignità lavorativa, parificazioni salariali, sicurezza sul lavoro e cancellazione dei contratti precari, lotta alle disuguaglianze e ai privilegi.
    Gli Agnelli spostano il domicilio fiscale a Londra, e tutti zitti.
    Nessuno dice nulla del fatto che l’Italia (60 milioni di abitanti) è il Paese che ha più gente che emigra del Messico (128 milioni di abitanti) e Afghanistan (35 milioni di abitanti) e gli stranieri che arrivano in Italia vogliono subito andarsene, per trovare un lavoro altrove.
    Non ci rendiamo conto ma abbiamo un problema opposto a quello che pensiamo di avere: non siamo un Paese che subisce una grande invasione, ma siamo un Paese dal quale le persone fuggono. Meglio un Paese che si riempie, di un Paese che si svuota.
    Basta che diciamo che in Parlamento sono tutti ladri e ci sentiamo belli e puri, non parte del problema.
    E qual è il problema? Il problema, tu dici, sono gli immigrati
    Ma ne sei proprio sicuro?
    Non ti sorge il dubbio che tu, assieme a quelli che come te pensano, dicono e scrivono le stesse tue cose, che diffondi odio e intolleranza, sei parte dei problemi che vive questo nostro Paese? Non è forse vero che con il tuo modo di pensare e di agire stai legittimando e giustificando una nuova forma di “banalità del male” che, contrariamente al comandamento cristiano “ama il tuo prossimo come te stesso”, non rifiuta di odiare, ma alimenta l’odio e ne fa ragione di battaglia politica?

    R. Vialba

    3 settembre 2017

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  3. Alzare le tasse per finanziare il welfare: l’idea percorre il Regno Unito, dalla Scozia a Londra (da R.it economia e finanza 7/9/2017)
    La leader scozzese Sturgeon ha chiesto la stretta fiscale per finanziare il reddito di cittadinanza. Ma anche l’Arcivescovo di Canterbury e il nuovo capo liberal democratico, Vince Cable, hanno messo il tema in agenda per abbattere le diseguaglianze sociali ENRICO FRANCESCHINI
    LONDRA – Ci sono due cose che la gente non vuole sentirsi mai ricordare dai politici, ammonivano i consulenti elettorali di Ronald Reagan, gli “spin doctors” come li chiamiamo oggi, nell’America degli anni ’80: “Tutti dobbiamo morire e bisogna pagare le tasse”. Eppure è proprio questo che la premier del governo autonomo scozzese mette al centro del suo nuovo, “ambizioso” programma: non solo far pagare le tasse ai suoi contribuenti, ma aumentarle. “La continua austerità del governo britannico, le conseguenze della Brexit (contro cui la Scozia ha votato, ndr) e i cambiamenti demografici metteranno crescenti pressioni sui nostri servizi pubblici”, ha detto Nicola Sturgeon al parlamento di Edimburgo. “E’ dunque venuto il momento di aprire il dibattito sull’uso responsabile e progressivo dei nostri poteri fiscali per aiutarci a costruire il tipo di paese che vogliamo essere”.
    In altre parole, come ha precisato poi, è ora di pensare ad incrementare le tasse per i contribuenti più ricchi. L’unico metodo, afferma la leader degli indipendentisti scozzesi, per poter finanziare uno stato sociale (in cui per esempio l’università è gratuita: in Inghilterra costa 9 mila sterline l’anno) e continuare a rafforzarlo, con misure come un “reddito di cittadinanza” per tutti, versato dallo stato, e aumenti salariali per i dipendenti pubblici.
    Non ha precisato da quale livello verrebbero introdotti gli aumenti delle imposte, ma già a Londra la stampa filo-conservatrice (e anti indipendenza della Scozia) avverte che a rimetterci alla fine sarà la classe media. Si vedrà chi eventualmente pagherà e quanto. L’opposizione conservatrice scozzese commenta che Sturgeon ha rimediato una batosta alle elezioni britanniche di giugno, in cui ha visto dimezzare i propri seggi al parlamento di Westminster, che ha dunque reagito prima posticipando i piani per un nuovo referendum sull’indipendenza e ora promettendo più soldi ai poveri con più tasse ai ricchi. Ma di certo c’è che aumentare le tasse, considerato un anatema per i politici della generazione post-Reagan e post-Thatcher, non è più un tabù.
    Jeremy Corbyn lo aveva proposto nella campagna elettorale per le elezioni del giugno scorso, sostenendo che l’aumento avrebbe colpito soltanto chi guadagna da 100 mila sterline (110 mila euro) l’anno lorde in su, ovvero il cosiddetto 1 per cento della popolazione più ricco: anche in quel caso i suoi avversari hanno ammonito che il Labour al potere finirebbe per aumentare le tasse anche alla middle-class, ma intanto il leader laburista ha ottenuto un ottimo risultato alle urne, aumentando i suoi deputati e migliorando la sua reputazione.
    Qualcosa di simile lo ha proposto ieri il nuovo leader liberaldemocratico Vince Cable, affermando che la Gran Bretagna deve aumentare perlomeno le tasse ereditarie e sulla proprietà se vuole affrontare una crescente diseguaglianza sociale. E sullo stesso tema si esprime stamane l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, in un articolo sul Financial Times, criticando l’economia britannica come un modello “ingiusto” e discriminante nei confronti dei più disagiati, in particolare tra i giovani. Insomma, il vecchio tabù dell’era Reagan, rinfacciato anche in precedenza a ogni latitudine alla sinistra “tassa e spendi”, non vale più in un modo in preda al disagio sociale e alla ineguaglianza.
    Luigi Viggiano

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