{"id":6295,"date":"2016-06-25T01:18:16","date_gmt":"2016-06-24T23:18:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.il9marzo.it\/?p=6295"},"modified":"2016-06-25T01:18:16","modified_gmt":"2016-06-24T23:18:16","slug":"tre-sindacati-per-tre-classi-operaie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.il9marzo.it\/?p=6295","title":{"rendered":"Tre sindacati per tre classi operaie?"},"content":{"rendered":"<p>In un recente articolo, Dario Di Vico ha raccontato che la classe operaia non \u00e8 pi\u00f9 una, e che &#8220;non basta essere sotto lo stesso capannone per avere una condizione di lavoro omogenea&#8221;. Oggi le classi operaie sarebbero tre: quella dei nuovi lavoratori &#8220;manual-cognitivi&#8221;, che sono il livello pi\u00f9 alto e rappresentano una sorta di nuova aristocrazia del lavoro; c&#8217;\u00e8 quello intermedio di lavoratori manuali ancora &#8220;fordisti&#8221;, ai quali si possono equiparare alcuni occupati in lavori non industriali come il cassiere del supermercato o l&#8217;operatore del call center; in fondo c&#8217;\u00e8 il proletariato dei servizi, rappresentato da facchini e badanti.<\/p>\n<p>Ora, che la classe operaia non sia una, e che non basti il capannone a forgiarne l&#8217;unit\u00e0, \u00e8 una scoperta relativa. Ad esempio, nei corsi di formazione della Fai libera si insegnava, fino al commissariamento, che il sindacato non nasce dal capannone e dalla comune condizione che esso determinerebbe, ma dalla associazione fra persone che esercitano la loro libert\u00e0 decidendo se aderire o meno a questo o quel sindacato. E la dialettica fra sindacato di classe o sindacato associazione era, in quei corsi, la chiave di lettura per studiare fatti storici, come l&#8217;unit\u00e0 sindacale a partire dall&#8217;autunno caldo, o per capire criticamente l&#8217;uso di forme organizzative come le Rsu.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 invece una generazione, cui appartengono anche\u00a0giornalisti come Dario Di Vico e molti formatori nella Cisl, cresciuta con l&#8217;idea che il sindacato nasce dalla comune condizione operaia. Per questo tutti hanno pensato, e alcuni pensano ancora, che l&#8217;unit\u00e0 sindacale fosse la condizione normale, e l&#8217;esistenza di pi\u00f9 organizzazioni una malattia, o una strana peculiarit\u00e0 italiana. Se la classe \u00e8 una, anche il sindacato deve essere uno.<\/p>\n<p>Ma la scoperta che le classi sono diventate tre potrebbe ora aprire la strada al riconoscimento della triplicit\u00e0. Guarda caso, proprio il numero delle confederazioni storicamente accreditate come rappresentative del lavoro (quasi che chi \u00e8 iscritto ad altri sindacati, o non \u00e8 iscritto ad alcuno, non esistesse).<\/p>\n<p>Se poi si pensa che i tre sindacati italiani si sono appena messi d&#8217;accordo su un sistema di regole che li costituirebbe in oligopolisti della rappresentanza (con l&#8217;eventuale sostegno dell&#8217;applicazione dell&#8217;articolo 39), allora lo schema &#8220;tre sindacati per tre classi operaie&#8221; diventa un po&#8217; meno romanzesco. Visto che le differenze del passato, organizzative prima ancora che ideologiche, sono date per morte e sepolte (oggi la Cisl non \u00e8 meno &#8220;generale&#8221; della Cgil) ma che l&#8217;unit\u00e0 non la si vuol fare per tanti motivi, una divisione di fatto delle zone di influenza potrebbe essere una soluzione che tiene in vita il &#8220;brand&#8221; di ciascuno, e gli apparati connessi, senza entrare in conflitto fra di loro.<\/p>\n<p>Uno scenario di questo tipo \u00e8 descritto per la Francia da alcuni studiosi, per i quali le riforme degli ultimi anni sulla rappresentanza sono servite alla &#8220;cartellizzazione&#8221; delle relazioni sindacali. Ogni organizzazione si \u00e8 riservata un campo d&#8217;azione privilegiato, la concorrenza fra di loro sparisce, salvo in occasione delle elezioni nelle aziende. Per il resto, tutti assieme i sindacati garantiscono la pace sociale nelle aziende (le grandi manifestazioni della Cgt in corso sono una sorta di licenza temporanea) garantendosi i finanziamenti dalle stesse imprese e dallo stato, spesso attraverso la gestione di enti bilaterali.<\/p>\n<p>E&#8217; questo il futuro che si prepara? Sindacati addomesticati in cambio di risorse?<\/p>\n<p>(Gli articoli citati sono: Dario Di Vico,\u00a0 <em>La classe operaia si fa in tre. Al top l\u2019aristocrazia della fabbrica digitale<\/em>, &#8220;Il Corriere della Sera&#8221;, 18 giugno 2016, <a href=\"http:\/\/www.corriere.it\/economia\/16_giugno_17\/classe-operaia-si-fa-tre-top-l-aristocrazia-fabbrica-digitale-e8733e02-34c9-11e6-a404-40e2630a61a7.shtml?refresh_ce-cp\">anche a questo link<\/a>; Dominique Andolfatto-Dominique Labbe, <em>France : La cartellisation des relations professionnelles<\/em>, in\u00a0 Andolfatto Dominique et Contrepois Sylvie <em>Syndicats et dialogue social. Les mod\u0012eles occidentaux \u0012a l&#8217;\u0013epreuve<\/em>, Peter Lang, pp.139-160, 2016; la versione messa a disposizione dagli autori in rete <a href=\"https:\/\/hal.archives-ouvertes.fr\/hal-01327575\">a questo link<\/a>)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In un recente articolo, Dario Di Vico ha raccontato che la classe operaia non \u00e8 pi\u00f9 una, e che &#8220;non basta essere sotto lo stesso capannone per avere una condizione di lavoro omogenea&#8221;. 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