{"id":4114,"date":"2016-02-17T16:36:50","date_gmt":"2016-02-17T15:36:50","guid":{"rendered":"http:\/\/www.il9marzo.it\/?p=4114"},"modified":"2016-02-17T16:36:50","modified_gmt":"2016-02-17T15:36:50","slug":"unanalisi-sulla-globalizzazione-da-savona","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.il9marzo.it\/?p=4114","title":{"rendered":"Un&#8217;analisi sulla globalizzazione da Savona"},"content":{"rendered":"<p><em>Luigi Viggiano, uno dei nostri lettori e collaboratori pi\u00f9 assidui, ci manda una riflessione sulla ripartizione della ricchezza su scala globale, un tema che interessa ai sindacati di tutto il mondo. <\/em><\/p>\n<p><em>Ed \u00e8 quindi significativo che nella CIsl di oggi interessi cos\u00ec poco&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>www.il9marzo.it<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>IL DOMINUS DELLA GLOBALIZZAZIONE HA IL VOLTO DELLE MULTINAZIONALI<\/p>\n<p>Solo cinquecento grandi societ\u00e0 transcontinentali controllano oggi il 52% del prodotto interno lordo del pianeta dando lavoro all\u20191,8% della manodopera mondiale. Per\u00f2 controllano ricchezze superiori a tutti i beni dei centotrentatr\u00e9 paesi pi\u00f9 poveri del mondo messi insieme\u201d. Il 58% delle suddette multinazionali sono statunitensi.<br \/>\nNella recente fase storica, i ceti dominanti sono riusciti a togliere: redditi, servizi, protezioni sociali e rappresentanza politica\/sindacale alle fasce deboli della societ\u00e0 annacquando qualsiasi sollevazione sociale grazie all\u2019avvio di un circolo vizioso col quale, al crescere della crisi cresce la disoccupazione e la povert\u00e0 che a loro volta consolidano ed incrementano la crisi fino a toccare livelli storici mai registrati finora.<\/p>\n<p>Oggi le disuguaglianze sociali sono un problema globale, cos\u00ec come lo \u00e8 la crescita del potere dei super-ricchi che sono diventati la componente pi\u00f9 globale di tutte, in particolare per le modalit\u00e0 con cui accumulano le loro fortune. Secondo Jean Ziegler, la globalizzazione \u00e8 l\u2019insieme degli strumenti e dei modi con cui le multinazionali realizzano su scala mondiale il loro potere perseguendo \u201cuna rifeudalizzazione del mondo\u201d. Trasformazione voluta e\u00a0 sostenuta dall&#8217;alleanza tra l&#8217;oligarchie di economia-finanza e politica, dei settori privato e pubblico, di portata nazionale e internazionale; che come scrive Stiglitz collaborano nell\u2019attuare politiche \u201cche rendono i ricchi sempre pi\u00f9 ricchi e i poveri sempre pi\u00f9 poveri \u201d.<br \/>\nSi pu\u00f2 dunque dire che nell\u2019era della globalizzazione le multinazionali sono i \u201cnuovi despoti\u201d che \u201cdispongono di mezzi finanziari praticamente \u201dillimitati\u201d e gli Stati Uniti, dove si trovano il 58 % delle cinquecento multinazionali, commerciali, finanziarie e di servizi pi\u00f9 importanti del mondo, sono il cuore della globalizzazione.<br \/>\nQuesta concentrazione di potere si \u00e8 avuta dal dopoguerra in avanti; un esempio in tal senso \u00e8 dato dalla propriet\u00e0 dei 4\/5 dei quotidiani statunitensi che erano indipendenti negli anni 40 ma alla fine degli anni Ottanta, la stessa percentuale di propriet\u00e0 era nelle mani di grandi gruppi economici, spesso di conglomerate con interessi in settori dell\u2019economia molto lontani tra loro.\u00a0 Solo qualche anno fa, il giornalista William Greider esemplificava alcune delle implicazioni di un tale stato di cose scrivendo: \u201cQuando la NBC trasmette un programma sul successo della politica del nucleare in Francia, sta informando il pubblico o vendendo un prodotto della GE, il proprietario della NBC?\u201d. Con la domanda introduceva una considerazione di enorme rilievo e cio\u00e8 che: \u201cA mano a mano che il controllo dei maggiori media giornalistici si concentra in un numero sempre minore di mani la loro ipotetica neutralit\u00e0 diventa sempre pi\u00f9 sospetta, sia in fatto di commercio, che di politica\u201d.<br \/>\nUna volta era possibile dare conto delle societ\u00e0 dominanti in ciascun settore: quotidiani, periodici, radio, televisione, libri e cinema. Ma con il passare degli anni il numero delle societ\u00e0 dominanti \u00e8 diminuito in ciascun settore: da 50 multinazionali nel 1984 a 26 nel 1987, poi a 23 nel 1990 e infine, man mano che i confini tra i diversi media venivano cancellati, meno di 20 nel 1993\u201d. Nel 1996, il numero era ridotto a dieci e all\u2019inizio del decennio successivo si era quasi dimezzato; il 90% del mercato \u00e8 nelle mani di CBS, Disney, General Electric, News Corporation, Time Warner e Viacom, che hanno certamente ampliato l\u2019offerta di prodotti per il pubblico ma l\u2019hanno altrettanto appiattita culturalmente o \u201comogeneizzata\u201d, come sostengono altri.<br \/>\nGara La Marche in un discorso all\u2019Universit\u00e0 di California a Irvine diceva che negli USA: \u201cPi\u00f9 del 90 per cento delle vendite nazionali di musica fanno capo a sei societ\u00e0. Quattro grandi societ\u00e0 di produzione possiedono met\u00e0 dell\u2019industria cinematografica. Gli editori librari sono 2500, ma sono cinque ad avere la maggior parte degli introiti. Barnes &amp; Noble e Borders controllano quasi met\u00e0 del mercato delle vendite, con i librai indipendenti, ridotti a poco pi\u00f9 del 15%.<br \/>\nLe conseguenze di una tale evoluzione sono sia l\u2019omogeneizzazione dell\u2019informazione, che la riconducibilit\u00e0 della produzione di informazione, intrattenimento e cultura alle logiche di grandi conglomerate, sia la contiguit\u00e0 di interessi e strategie tra i mondi della politica, dell\u2019economia-finanza, della cultura. Ne si pu\u00f2 sottovalutare le potenzialit\u00e0 di internet e la televisione che rimane il mezzo di informazione di massa pi\u00f9 diffuso e influente sui processi di creazione di un senso comune nazionale. \u201cSe si controlla la comunicazione, si controlla\u201d, sosteneva anni fa il giornalista di \u201cFortune\u201d William H. Whyte.<br \/>\nLa fase di crescita della polarizzazione sociale nasce con l\u2019offensiva antioperaia e antisindacale lanciata da Ronald Reagan e Margaret Thacher, accaniti sostenitori della deregulation. Le conseguenze che riscontriamo sono: le trasformazioni strutturali, la deindustrializzazione unita alle delocalizzazioni e ristrutturazioni tecnologiche delle aziende, e soprattutto la finanziarizzazione dell\u2019economia.<br \/>\nOggi, con la recessione in atto si hanno quote crescenti di popolazione che: si impoveriscono e s&#8217;indebitano, l\u2019occupazione \u00e8 in caduta libera come pure i redditi e le condizioni di vita; ma anche i fortunati che un posto di lavoro l\u2019anno mantenuto o trovato non gioiscono pi\u00f9 di tanto perch\u00e9 il salario si \u00e8 ridotto al punto di non riuscire pi\u00f9 a vivere; dunque l\u2019occupazione non allontana pi\u00f9 la povert\u00e0.<br \/>\nGli addetti ai lavori o maggiormente informati danno per scontato che viviamo in una fase di crescenti disuguaglianze, ma \u201cla gente comune non \u00e8 cosciente di quanto grande queste siano\u201d nella distribuzione della ricchezza, e che solo grazie all\u2019eredit\u00e0 degli \u201canni buoni\u201d del secondo dopoguerra si \u00e9 potuto resistere alla gravi perdite che la crisi ha comportato come: l\u2019eliminazione di posti di lavoro, licenziamenti, riduzioni salariali, precarizzazione sociale, tagli ai servizi, all\u2019assistenza e alla previdenza ecc.; perch\u00e9 \u00e8 grazie a queste conquiste sociali del dopo guerra che si sono attenuati gli effetti della crisi ed evitato una catastrofe repentina e di massa come era accaduto negli anni trenta. Questa volta \u00e8 stata una progressione che, per quanto rovinosa di fatto, ha potuto essere mascherata a lungo, o addirittura negata in quanto fenomeno nazionale, o presentata come conseguenza temporanea di problemi economici congiunturali, oppure ancora come inevitabile conseguenza del progresso tecnologico, o effetto indotto da concorrenza estera. Tutto ci\u00f2, unito alla complicit\u00e0 dell\u2019informazione, ha depotenziato la protesta.<\/p>\n<p>Di seguito, ritenendolo utile al discorso, riporto un estratto dell&#8217;informativa riservata che nel 2005, la conglomerata finanziaria Citigroup invi\u00f2 ai propri clienti pi\u00f9 ricchi, dove diceva che \u201cil mondo si divide in due blocchi: le plutonomie, in cui la crescita economica\u00a0 \u00e9 largamente goduta da pochi ricchi, e il resto\u201d. Il \u201cresto\u201d \u00e9 costituito dalle popolazioni che non contano nulla o quasi, come al tempo delle precedenti plutonomie e citava come esempi: la Spagna del Cinquecento, l\u2019Olanda del Seicento, la Gilded Age del secondo Ottocento ecc.<\/p>\n<p>Per gli analisti le forze motrici delle plutonomie erano: \u201cInnalzamenti della produttivit\u00e0 grazie a tecnologie che sovvertono [gli esistenti rapporti sociali di produzione, NdA], innovazioni finanziarie creative, governi amici e collaborativi, un quadro internazionale di immigranti [che lavorino a bassi salari e senza diritti, NdA] e di conquiste oltremare che diano vigore alla creazione di ricchezza, la certezza del diritto [a protezione degli investimenti, NdA] e la produzione di brevetti.<br \/>\nNel giro di pochi anni la sicumera \u201cplutonomica\u201d di Citigroup fu ridimensionata dalla pi\u00f9 grave recessione del secondo dopoguerra: una crisi finanziaria e una recessione la cui responsabilit\u00e0 principale\u00a0 \u00e9 d&#8217;attribuire proprio alle spregiudicate strategie speculative delle grandi organizzazioni finanziarie e alle istituzioni politiche che nel decennio precedente il 2008 avevano spinto la deregolamentazione del mondo finanziario oltre ogni limiti di tollerabilit\u00e0 economica e sociale.<br \/>\nIn parole povere una versione ancora pi\u00f9 estrema del neoliberismo, secondo cui \u201ci ricchi non hanno pi\u00f9 bisogno degli altri\u201d. E\u2019 da qui che la plutocrazia (i ricchi governano) si trasforma in plutonomia (i ricchi fanno le leggi a proprio favore).<br \/>\nNell\u2019autunno 2011, il Premio Nobel per l\u2019economia Paul Krugman scriveva che mediamente all\u201980% della popolazione di un paese capitalista va meno della met\u00e0 del reddito totale, e tutta la \u201credistribuzione verso l\u2019alto del reddito sottratto dall\u201980% va all\u2019uno per cento che sta al vertice della scala dei redditi\u201d. Cos\u00ec coloro che hanno continuato ad arricchirsi, anche nella crisi, hanno contemporaneamente cercato di imporre alla politica scelte antipopolari di \u201causterit\u00e0\u201d e le disuguaglianze sociali si sono accentuate ed estese al punto che nei ranghi degli emarginati sono\u00a0 finite percentuali sempre pi\u00f9 alte di uomini e donne e la \u201csociet\u00e0 dei due terzi\u201d di cui si parlava negli anni del neoliberismo, in cui il terzo inferiore della piramide sociale veniva abbandonato al suo destino dalla politica e dall\u2019economia.<br \/>\nLe disuguaglianze economiche sono dunque cresciute nell\u2019ultimo trentennio, vale a dire dall\u2019era Reagan-Thacher in poi.\u00a0 Scrive Martin Gilens nelle pagine conclusive di un suo libro che, in parallelo con tale evoluzione le \u201cpreferenze e gli interessi\u201d dei poveri e della classe media sono stati sempre pi\u00f9 scarsamente considerati nelle scelte dei governi e questo ha fatto si che \u201cil potere del popolo\u201d fosse sostituito dal \u201cpotere di pochi\u201d e la liretta italiana sovrana e democratica \u00e8 diventata euro europeo\u00a0 favorendo una economia non democratica; considerato che il 75 % delle leggi sono imposte da commissari europei non eletti (il parlamento europeo non legifera e quello nazionale pu\u00f2 solo ubbidire). Questo perch\u00e9 \u00e9 arcinoto che la disuguaglianza ha sempre inevitabilmente distorto la democrazia a vantaggio dei pochi che possono permettersi lobbisti costosi e contributi elettorali illimitati.<br \/>\nA questo punto l\u2019amara conclusione \u00e8 che una simile politica \u00e8 diventata un sistema di potere utilizzato per il dominio dell\u2019Europa e del Mondo sostituendo le guerre tradizionali con quelle economiche. Per essere pi\u00f9 chiari rispetto al titolo di questo scritto penso che, se con Napoleone e l&#8217;illuminismo si confinarono le aristocrazie, e il clero con il neo-conservatorismo, avviato dalla Tacher e Reagan continuato con la dinastia Bush e a seguire fino ad Obama si sta compiendo (sotto mentite spoglie) il piano di rinascita delle classi dominanti ante rivoluzione francese, azzerando tutte le conquiste sociali da essa prodotto e ripristinando una divisione dell&#8217;umanit\u00e0 in una parte molto ristretta straricca e rigorosamente anonima molto coesa e tutto il resto condannata a vivere alle soglie della povert\u00e0 super sfruttati e senza alcun diritto. Ovviamente nessuno mai riconoscer\u00e0 questa analisi ma non pretendo di essere depositario di nessuna verit\u00e0 invito, chi minimamente interessato, a riflettere sulla questione con mente libera si accorger\u00e0 che la disgregazione della societ\u00e0 e di qualunque istituto sociale che crea unit\u00e0 non avviene per caso bens\u00ec per portare a compimento una restaurazione sociale programmata e perseguita utilizzando: strumenti, tecniche, conoscenze, mezzi e metodi molto moderni e raffinati invece che la guerra tradizionale con cui fu sconfitto Napoleone ma non le idee che aveva seminato.<br \/>\nOggi l&#8217;unica cosa che potrebbe risollevarci dallo stato di crisi \u00e9 quella di generare una crescita occupazionale e sociale e non l&#8217;ottemperanza di trattati e regolamenti europei che ci dissanguano ancora di pi\u00f9. La maggior parte degli economisti e sostenitori dell&#8217;euro si comportano come i cerusichi del medioevo che per qualunque malattia procedevano con salassi, uccidendo cos\u00ec i loro malcapitati ammalati per dissanguamento; se ad ogni crisi si risponde con un salasso di tasse come si pu\u00f2 sperare nella ripresa?. Tra l&#8217;altro come accennato in precedenza una moneta unica come l&#8217;euro con cambio non ugua per tutti gli Stati come avviene per il dollaro, oltre ai seri e dannosissimi pericoli per l&#8217;economia che stiamo conoscendo da anni ne comportanta altrettanti se non di pi\u00f9 per il nostro sistema democratico. Perch\u00e9 come scrive Gabriele Sannino in un suo libro \u201cl&#8217;euro \u00e9 una moneta non del popolo che \u00e9 stato privato della sua sovranit\u00e0 ma di una \u00e8lite capitalista globale che crea queste banconote dal nulla e ce le addebbita chiedendoci in cambio pezzi delle nostre vite\u201d. Un sindacato che facesse veramente il suo mestiere altro che ambire alle briciole del potere si batterebbe per l&#8217;uscita, al pi\u00f9 presto da questa comicia di forza che sta strangolando l&#8217;Italia e gli Italiani.<br \/>\nLa prima cosa da fare \u00e9 prendere atto che come ha detto Papa Francesco quella che stiamo vivendo \u201cnon \u00e9 un&#8217;epoca di cambiamenti ma un cambio d&#8217;epoca\u201d nel senso che la inarrestabile ultima crisi ha cambiato il mondo per sempre precipitandolo in una perenne instabilit\u00e0 fatta di oscillazioni che vanno da paure di crisi imminenti a\u00a0 crescite stentate e\u00a0 ristrette nel tempo.<\/p>\n<p>L u i g i\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 V i g g i a n o<br \/>\nF N P\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 S A V O N A<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Luigi Viggiano, uno dei nostri lettori e collaboratori pi\u00f9 assidui, ci manda una riflessione sulla ripartizione della ricchezza su scala globale, un tema che interessa ai sindacati di tutto il mondo. 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