{"id":4016,"date":"2016-02-10T12:49:02","date_gmt":"2016-02-10T11:49:02","guid":{"rendered":"http:\/\/www.il9marzo.it\/?p=4016"},"modified":"2016-02-10T12:56:00","modified_gmt":"2016-02-10T11:56:00","slug":"una-vittoria-o-unoccasione-sprecata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.il9marzo.it\/?p=4016","title":{"rendered":"Una vittoria, o un&#8217;occasione sprecata?"},"content":{"rendered":"<p><em>Con questo contributo teniamo aperto il dibattito, per chi fosse interessato, sull&#8217;ultimo rinnovo del contratto per l&#8217;industria alimentare. Facendo un po&#8217; di conti e leggendo meglio quello che \u00e8 stato effettivamente firmato, per andare al di l\u00e0 degli slogan e delle strategie di comunicazione. E per capire, sul piano economico e sul piano della politica sindacale, se si tratta di un accordo che apre la strada alla nuova stagione delle relazioni sindacali (ma sono anni che si parla di &#8220;svolte&#8221;, di &#8220;nuova stagione&#8221;, di &#8220;accordi storici&#8221; che alla fine lasciano le cose pi\u00f9 o meno come stavano) o se invece non si tratti di un&#8217;occasione che, a voler essere generosi, poteva essere sfruttata meglio sia nell&#8217;interesse delle imprese, sia nell&#8217;interesse dei sindacati, sia nell&#8217;interesse dei lavoratori.<\/em><\/p>\n<p><em>www.il9marzo.it<\/em><\/p>\n<p>In casa FAI <a href=\"http:\/\/www.faicisl.it\/dagli-alimentaristi-un-esempio-da-seguire\/\">si canta vittoria<\/a>, la difficile trattativa per il rinnovo del contratto per gli addetti dell\u2019industria alimentare si \u00e8 conclusa, a detta di tutti i contraenti, con considerazioni diverse, con un successo. Lungi dal voler essere gli interpreti ad uso gratuito di un \u201ccontrocanto\u201d fine a se stesso, ci sembra doveroso offrire alcune <strong>libere riflessioni<\/strong> che mettono in luce elementi che quanto meno inducono <strong>prudenza di giudizio<\/strong>.<\/p>\n<p>Una prima considerazione riguarda <strong>il contesto<\/strong> in cui il negoziato si \u00e8 svolto. Il contratto appena rinnovato interessa circa <strong>quattrocentomila alimentaristi<\/strong> sparsi nelle varie industrie alimentari presenti nel nostro paese. Al netto dei dipendenti da <strong>imprese alimentari artigiane<\/strong> (a proposito: chi si ricorda di questi lavoratori? Della fatica che si fa a rinnovare un contratto\u2026? Siamo proprio sicuri che in casi come questi, il salario minimo stabilito per via legislativa sia \u201cuna cosa cattiva e dannosa\u201d come ci dicono in questi giorni i sindacati confederali?) e degli addetti alle <strong>piccole e medie imprese<\/strong> alimentari per le quali di solito si rinnova un \u201ccontratto quasi fotocopia\u201d rispetto a quello dell\u2019industria alimentare, utile solo a dare ruolo istituzionale a Confapi, FAI, FLAI E UILA, dove la rappresentanza reale di imprese e lavoratori \u00a0\u00e8 sostituita da \u201cuna rappresentativit\u00e0 istituzionale\u201d? Ci si pu\u00f2 chiedere allora che senso ha il corpo intermedio e se non sia pi\u00f9 corretto anche in questo caso perseguire la via legislativa.<\/p>\n<p>Dicevamo, al netto dei due elementi sopracitati, <strong>siamo sicuri<\/strong> che i 400.000 destinatari del nuovo contratto alimentare lavorano <strong>in aziende omogenee<\/strong> per struttura e redditivit\u00e0? La <strong>risposta \u00e8 semplice e negativa<\/strong>. Cos\u00ec accade che all\u2019interno di Federalimentare, federazione composta da pi\u00f9 comparti produttivi e dove a volte regna il caos, nascano <strong>due fazioni opposte<\/strong>: quella che ha come riferimento le <strong>grosse industrie<\/strong> alimentari ubicate per la maggior parte al nord e che trovano riferimento in <strong>Assolombarda<\/strong>; e l\u2019altra pi\u00f9 rappresentativa di <strong>aziende di minori dimensioni<\/strong> con capacit\u00e0 produttive inferiori e disseminate <strong>su tutto il territorio nazionale<\/strong>.<\/p>\n<p>Accade anche che <strong>la prima componente<\/strong> sia favorevole ad una chiusura in <strong>tempi rapidi del negoziato<\/strong> principalmente per il fatto che un contratto nazionale forte d\u00e0 comunque minor agibilit\u00e0 ad una contrattazione aziendale, vantaggio non da poco per le grandi aziende che possono giustificare in questo modo una \u201cnecessit\u00e0 di ristrutturazione\u201d che pu\u00f2 interessare oggi un sito produttivo, domani un altro.<\/p>\n<p>Non \u00e8 da considerare, d\u2018altro canto, secondaria neppure una certa forma di \u201c<strong>pressione di fabbrica<\/strong>\u201d a cui viene sottoposta un\u2019azienda di grosse dimensioni attraverso minacce di blocchi degli straordinari e flessibilit\u00e0, magari proprio per il sabato seguente a trattativa in corso: non esattamente un esempio di maturit\u00e0 negoziale. Per inciso chi scrive non \u00e8 affatto contrario a priori ad azioni di lotta di questa natura, ma sicuramente se utilizzate come estrema ratio, non come forme di ricatto.<\/p>\n<p>La seconda componente, pur animata da buona volont\u00e0, paga a volte il prezzo di qualche <strong>ingenuit\u00e0 o inesperienza<\/strong> come nel caso in cui si concentrano eccessive energie nella richiesta di <strong>cancellazione degli scatti di anzianit\u00e0<\/strong>, istituto contrattuale la cui abolizione non comporta conseguenze cos\u00ec devastanti (stiamo parlando di un massimo di 5 scatti di anzianit\u00e0 biennali con importi fissati e non rivalutabili); ci si chiede quindi se il problema sia di natura prettamente economica o piuttosto di <strong>natura ideologica<\/strong>.<\/p>\n<p>In questo contesto \u00e8 stato quindi siglato un contratto nazionale la cui <strong>durata \u00e8 passata da 3 a 4 anni<\/strong>, con una <strong>contrattazione aziendale perci\u00f2 posticipata<\/strong> di un anno e con aumenti salariali medi diluiti nei quattro anni di validit\u00e0 del contratto: <strong>dal 2016 al 2019 euro 105 mensili lordi<\/strong> a regime.<\/p>\n<p>Chi ne ha tratto <strong>maggior vantaggio<\/strong>? O sarebbe meglio chiedersi: chi ne ha ricavato minor danno? Nel concreto: le <strong>componenti datoriali<\/strong> hanno \u201dperso\u201d meno perch\u00e9 l\u2019<strong>allungamento dei tempi<\/strong> del contratto nazionale e quindi di quello aziendale rappresentano un sicuro <strong>contenimento dei costi<\/strong>.<\/p>\n<p>La <strong>FLAI e la UILA<\/strong> salvano la faccia vedendo: la prima confermata la <strong>centralit\u00e0 della contrattazione nazionale<\/strong> e il suo peso nelle grosse aziende in base ad un equilibrio ormai consolidato per cui il \u201csindacato che conta\u201d assicura la pax aziendale in cambio di un protagonismo indiscusso di fabbrica, la seconda si riscopre \u201c<strong>ago della bilancia<\/strong>\u201d con un\u2019autorevolezza negoziale rinnovata rispetto alla controparte .<\/p>\n<p>Chi, a nostro giudizio, ne esce <strong>meno bene \u00e8 la FAI<\/strong>, che si dimostra fuori dal gioco nell\u2019asse negoziale costituitosi fra Assolombarda, FLAI e UILA, vedendo le proprie prerogative di fondo, nel concreto, ridimensionate (ad esempio il <strong>mancato rilancio della contrattazione di secondo livello<\/strong>) . Non sembra avere solide basi di sviluppo <strong>neppure il welfare bilaterale<\/strong> ottenuto sotto la gestione della <strong>precedente segreteria<\/strong> nazionale e considerato una novit\u00e0 assoluta nel settore (ai posteri l\u2019ardua sentenza).<\/p>\n<p>L\u2019evidenza dei calcoli dimostra con certezza che i <strong>veri perdenti<\/strong> in quest\u2019ultima tornata contrattuale sono <strong>le imprese e i lavoratori<\/strong>: le prime perch\u00e9 di fatto, seppur diluito in quattro anni, subiscono un <strong>costo significativo senza poter negoziare elementi di produttivit\u00e0<\/strong> (105 euro al mese comportano un <strong>costo del lavoro di 2000 euro<\/strong> circa su base annua per unit\u00e0 lavorativa a tempo pieno); i secondi vedono entrare nelle loro tasche poco pi\u00f9 di 200 euro netti per anno e quindi, a regime dal 2020, <strong>poco pi\u00f9 di 800 euro annui netti<\/strong>. Quest\u2019ultimo calcolo rimane incerto in quanto dopo l\u2019introduzione del famoso bonus mensile di 80 euro netti (euro 960 per anno contro euro 800 in 4 anni del nuovo contratto) \u00e8 stato fissato il limite di reddito per averne diritto a euro 24000 annui con una proporzione decrescente del bonus fino a euro 26000. Nel caso in cui gli aumenti previsti dal contratto nazionale portano i lavoratori a raggiungere e\/o a stazionare il loro reddito nei limiti fra i 24000 e i 26000 euro annui (caso molto frequente per i lavoratori con salari medio bassi) i 200 euro verranno si percepiti ma <strong>verr\u00e0 loro tolto o ridimensionato il bonus Renzi<\/strong>.<\/p>\n<p>Le notizie non sono migliori per chi aveva gi\u00e0 <strong>redditi superiori<\/strong> a quelli indicati: infatti chi supera la soglia dei 28000 euro annui otterr\u00e0 <strong>aumenti del contratto nazionale di fatto dimezzati<\/strong> (INPS 9,19% , aliquota marginale IRPEF al 38%, addizionale comunale e regionale) .<\/p>\n<p>L\u2019aspetto pi\u00f9 paradossale \u00e8 che la <strong>contrattazione aziendale <\/strong>sfruttando detassazione e decontribuzione avrebbe portato sicuramente a <strong>tre vantaggi<\/strong>:<\/p>\n<p>1 ai <strong>lavoratori<\/strong> un <strong>aumento pi\u00f9 consistente<\/strong>,<\/p>\n<p>2 alle <strong>aziende<\/strong> un <strong>minor costo del lavoro<\/strong> a vantaggio di produttivit\u00e0 e competitivit\u00e0,<\/p>\n<p>3 i <strong>sindacati<\/strong> avrebbero svolto con maggior efficacia il loro ruolo di <strong>tutela salariale e stabilit\u00e0 occupazionale<\/strong> (un costo del lavoro maggiore spesso sfocia in ristrutturazioni ed esuberi).<\/p>\n<p>La questione rimane: vittoria o occasione perduta?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con questo contributo teniamo aperto il dibattito, per chi fosse interessato, sull&#8217;ultimo rinnovo del contratto per l&#8217;industria alimentare. 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