{"id":3816,"date":"2016-01-27T17:19:00","date_gmt":"2016-01-27T16:19:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.il9marzo.it\/?p=3816"},"modified":"2016-01-27T17:19:00","modified_gmt":"2016-01-27T16:19:00","slug":"luigi-viggiano-ci-spiega-il-modello-tedesco-con-laiuto-di-tre-articoli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.il9marzo.it\/?p=3816","title":{"rendered":"Luigi Viggiano ci spiega il modello tedesco (con l&#8217;aiuto di tre articoli)"},"content":{"rendered":"<p>Luigi Viggiano, della Fnp di Savona, \u00e8 ormai un collaboratore abituale del nostro sito. Il suo ultimo contributo presenta alcune considerazioni sul famoso &#8220;modello tedesco&#8221; di relazioni industriali, citato pi\u00f9 spesso a sproposito che a ragione in Italia, spesso a sostegno di tesi opposte, magari egualmente lontane dalla realt\u00e0 tedesca.<\/p>\n<p>Questa volta, oltre alle sue considerazioni, ci manda un po&#8217; di interessante documentazione. cosa di cui lo ringraziamo, per illustrare meglio come anche nella Cisl la Germania sia citata in maniera poco documentata su come stanno realmente le cose.<\/p>\n<p>www.il9marzo.it<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<\/p>\n<p>Grazie alla cogestione la Germania \u00e8 uno dei paesi con minori tassi di disoccupazione, maggiore protezione sociale, e maggiori salari e redditi per i lavoratori. Questo \u00e9 il giudizio ricorrente tra gli addetti ai lavori sulle relazioni sindacali tedesche; alle quali spesso dichiarano d\u2019ispirarsi, i nostri segretari confederali.<\/p>\n<p>Peccato per\u00f2 che, nel rispetto della peggiore tradizione renziana, alle parole non seguono mai i fatti e quando ci sono non rispecchiano minimamente la realt\u00e0 tedesca. Ma questo per loro \u00e8 secondario, d\u2019altra parte, quante volte (anche di recente) la segretaria Furlan, a parole ha condiviso il pensiero del Papa, del Presidente della Repubblica ecc. ma poi ha fatto il contrario?\u00a0 .<\/p>\n<p>A questo piccolo lavoro sono stato sollecitato, dall\u2019intervista della segretaria Furlan rilasciata al Corriere della sera del 18 gennaio u.s. nella quale ancora una volta richiamava come modello delle relazioni sindacali a cui ispirarsi quello tedesco. In premessa devo dire per\u00f2 che di richiami simili ne ho letti e sentiti, in particolare negli ultimi anni, a iosa peccato per\u00f2 che puntualmente sono rimasti lettera morta.<\/p>\n<p>Per non rischiare di dire cose inesatte ho fatto (come \u00e9 mia abitudine) una piccola ricerca con l&#8217;intendo di far conoscere ha chi fosse interessato i due sistemi di relazioni sindacali per poterli confrontare con cognizione di causa; di materiale ne circola tanto sull&#8217;argomento per\u00f2, per un primo quadro d&#8217;insieme, penso che i tre lavori che seguono possano essere sufficienti :<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Il modello tedesco. Come funziona davvero<\/span> di Enrico Grazzini da Micromega on line<br \/>\n<span style=\"text-decoration: underline;\"> Modello partecipativo tedesco spiegato da Seyboth<\/span> di Fabio Ghellli<br \/>\nI<span style=\"text-decoration: underline;\">talia e Germania, esperienze sindacali a confronto<\/span> newsletter di nuovi lavori di Giuseppe Bianchi<\/p>\n<p>Luigi Viggiano &#8211; Fnp Savona<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Il modello tedesco. Come funziona davvero<\/span><\/p>\n<p>Pubblicato da Keynesblog il 6 aprile 2012 in Economia, Europa, Lavoro<br \/>\nDi Enrico Grazzini da MicroMega on line<\/p>\n<p>Uno degli elementi fondativi di questo modello \u00e8 la codeterminazione: infatti in Germania i rappresentanti dei lavoratori, eletti da tutti i lavoratori, iscritti o meno al sindacato partecipano al board delle grandi e medie imprese, in posizione (quasi) paritaria con gli azionisti, gli shareholders. Due studi che dimostrano i vantaggi strategici \u2013 per i lavoratori, per le stesse aziende e per l\u2019economia nel suo complesso \u2013 di questo modello. Il pericolo costituito dalle corporations sia per la democrazia che per una vera competizione di mercato; antidoto all\u2019involuzione post-democratica.<br \/>\nPer uscire in maniera equa e duratura dalla crisi, \u00e9 innanzitutto indispensabile cominciare a introdurre forme di democrazia nelle aziende. Altrimenti rischiano altre soluzioni, basate sempre e solo sulla lotta sindacale pi\u00f9 o meno antagonista fondata sulla sopravvalutazione della possibilit\u00e0 che politiche industriali illuminate, keynesiane, verdi e di sinistra, possano modificare dall\u2019alto la realt\u00e0 delle imprese e dell\u2019economia, senza partecipazione dei lavoratori nelle aziende.<br \/>\nIl nostro assunto di partenza \u00e8 invece che la democrazia dal basso sia essenziale non solo in politica ma soprattutto nell\u2019economia: senza un potere reale, anche se necessariamente parziale, dei lavoratori sulle strategie delle imprese sar\u00e0 difficile difendere l\u2019occupazione e modificare l\u2019economia, e quindi anche la politica e la societ\u00e0. Di pi\u00f9: senza che gli utenti e i lavoratori partecipino direttamente negli organi direttivi degli enti di servizio pubblico \u00e8 impossibile che gli interessi del pubblico stesso siano effettivamente rappresentati.<br \/>\nPochi sanno che la Mitbestimmung \u00e8 stata introdotta in Germania nel 1951 grazie a un referendum indetto dal potente sindacato DGB da cui risult\u00f2 che oltre il 95% dei lavoratori del settore siderurgico e minerario era disposto a scioperare per ottenere i diritti di cogestione. Il cattolico Konrad Adenauer fu quindi costretto ad accettare la Mitbestimmung, che pure la confindustria tedesca ha fin dall\u2019inizio, e poi sempre, duramente avversato, fino a chiedere (ma inutilmente) alla Corte Costituzionale tedesca di abrogarlo in quanto contrario al diritto costituzionale della propriet\u00e0 privata. Nel 1951 iniziava cos\u00ec la politica di codecisione (quasi) paritaria, che nel 1976 \u00e8 stata estesa dal governo socialdemocratico di Willy Brandt alle aziende nazionali ed estere di tutti i settori industriali con pi\u00f9 di 2000 addetti (sotto i 2000 i lavoratori possono eleggere un terzo dei rappresentanti nei consigli di sorveglianza). Cos\u00ec in Germania per legge dello stato il lavoro come tale (cio\u00e8 senza che i lavoratori siano obbligati a partecipare al capitale e agli utili aziendali) \u00e8 rappresentato nei consigli di sorveglianza che definiscono le strategie delle imprese, nominano i manager e controllano il loro operato.<br \/>\n50 anni dopo la fatidica data del 1951, in Italia, l\u2019amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne \u2013 alfiere del capitalismo anglosassone per cui le imprese devono soddisfare solo gli interessi e gli appetiti degli shareholder, senza curarsi delle ricadute sociali e ambientali delle attivit\u00e0 aziendali \u2013 indiceva (e riusciva a vincere) un altro referendum a Mirafiori. I dipendenti sono stati posti di fronti all\u2019alternativa se continuare (forse) a lavorare senza diritti e senza rappresentanze sindacali scelte da loro stessi, o se invece rimanere disoccupati perch\u00e9 le produzioni venivano spostate all\u2019estero. A (stretta) maggioranza i lavoratori italiani \u2013 purtroppo senza alcuna voce e rappresentanza negli organi direttivi della Fiat \u2013 hanno dovuto chinare il capo e accettare di continuare a lavorare senza diritti. Il modello tedesco di co-determinazione (Mitbestimmung) ci sembra importante soprattutto alla luce dell\u2019attuale debolezza dell\u2019azione sindacale che, per quanto sacrosanta e indispensabile, risulta purtroppo assai poco efficace e incisiva nelle fasi di crisi dell\u2019economia \u2013 e quando le multinazionali come la Fiat possono spostare le loro unit\u00e0 produttive (e anche la sede!!) dove e come vogliono. Comunque, Italia a parte, la partecipazione dei lavoratori nei board delle imprese si \u00e8 diffusa anche fuori dalla Germania, e cio\u00e8 in 12 paesi dell\u2019Unione Europea, come vedremo.<br \/>\nSi discute molto su quali siano gli effetti della Mitbestimmung sulle attivit\u00e0 delle imprese e sull\u2019economia in generale. Noi esporremo qui molto sinteticamente i risultati di due interessanti ricerche. La prima \u00e8 intitolata \u201cDoes good corporate governance include employee representation? Evidence from German corporate boards\u201d ed \u00e8 stata condotta sulle aziende tedesche quotate in borsa [3]. La seconda \u00e8 uno studio comparativo dell\u2019ETUI, European Trade Union Institute, sulle performance dei diversi paesi europei con o senza democrazia industriale.<br \/>\nLa prima ricerca indica chiaramente che le aziende cogestite non solo non soffrono a causa della gestione congiunta e del potere duale, ma che anzi guadagnano in competitivit\u00e0 rispetto a quelle governate secondo il modello proprietario e gerarchico tradizionale. La condizione del successo \u00e8 per\u00f2 che non siano (solo) i sindacati a decidere chi sieder\u00e0 nel board aziendali ma i lavoratori stessi.<br \/>\n\u201cLa rappresentanza dei lavoratori nel board delle imprese apporta competenze molto preziose nel processo decisionale delle aziende, e fornisce un potente strumento per monitorare le decisioni degli azionisti e il comportamento del management. Inoltre maggiore \u00e8 il bisogno di coordinamento aziendale, maggiore \u00e8 anche l\u2019efficacia della rappresentanza del lavoro. Per\u00f2 questi vantaggi non si verificano quando la rappresentanza \u00e8 nominata dai sindacati (e non eletta dai lavoratori)\u201d. Lo studio comparativo dell\u2019ETUI analizza invece le performance dei paesi che hanno adottato forme avanzate di cogestione rispetto ai paesi pi\u00f9 arretrati. I 27 Paesi UE sono divisi in due gruppi: il primo include 12 paesi che garantiscono diritti \u201cforti\u201d di partecipazione (in termini di diritti all\u2019informazione, alla consultazione e alla partecipazione) \u2013 Austria, Czech Republic, Denmark, Finland, France, Germany, Luxembourg, the Netherlands, Slovakia, Slovenia, Spain e Sweden -; e l\u2019altro gruppo di 15 paesi che invece concede scarsi o nulli diritti di rappresentanza \u2013 Belgium, Bulgaria, Cyprus, Estonia, Greece, Hungary, Ireland, Italy, Latvia, Lithuania, Malta, Poland, Portugal, Romania e United Kingdom.<br \/>\nOgnuno dei due gruppi conta per circa la met\u00e0 del PIL della UE. Hanno quindi uguale importanza in termini economici. I due gruppi sono stati confrontati sugli otto indicatori utilizzati da Eurostat per misurare il progresso in confronto ai cinque principali obiettivi Europa 2020, che sono:<br \/>\npercentuale del 75% di occupati sulla popolazione dai 20 ai 64 anni<br \/>\nspese per ricerche sviluppo pari a 3% del Pil<br \/>\nraggiungimento dei traguardi europei 20-20-20 (20% di tagli alle emissioni di gas inquinanti; 20% di energie rinnovabili sul totale e 20% di riduzione dei consumi di energia)<br \/>\nla percentuale di uscita dalla scuola primaria sotto al 10% e almeno il 40% della popolazione dai 30 ai 34 anni con una laurea<br \/>\nalmeno 20 milioni di persone fuori dal rischio di povert\u00e0 e di esclusione<\/p>\n<p>I risultati sono evidenti ed espliciti: rispetto a tutti i cinque gli indicatori del programma Europa 2020 senza alcuna eccezione i paesi che hanno adottato legislazioni pi\u00f9 favorevoli alla cogestione sono molto pi\u00f9 performanti degli altri. Questo significa che se si vogliono raggiungere gli obiettivi del programma europeo occorre incentivare la partecipazione dei lavoratori nei board delle imprese.<br \/>\nRisultati analoghi sono stati rilevati in uno studio precedente (dati 2006) che metteva a confronto i due gruppi di paesi rispetto agli obiettivi fissati dal trattato di Lisbona.<br \/>\nCorrelation does not imply causation. Ma questi studi dimostrano in modo inequivocabile almeno due cose:<br \/>\nla cogestione certamente non danneggia le aziende e l\u2019economia, come invece vorrebbero i neoliberisti accecati dall\u2019ideologia antisindacale e antisocialista e a favore del potere monocratico di azionisti e manager;<br \/>\nla cogestione pu\u00f2 dare un contributo essenziale all\u2019occupazione e allo sviluppo economico sostenibile delle economie pi\u00f9 avanzate.<br \/>\nIn Germania, nei paesi scandinavi e del nord Europa si \u00e8 affermato un modello di condivisione per la gestione strategica delle imprese grazie al quale i lavoratori e i sindacati da una parte collaborano per lo sviluppo dell\u2019impresa, e dall\u2019altra esercitano per\u00f2 una forma effettiva di controllo e di contro-potere verso gli azionisti e i top manager. I lavoratori e i sindacati hanno un potere limitato e minoritario rispetto a quello della propriet\u00e0: tuttavia possono affermare un vero controllo dal basso in termini di informazione e di consultazione: e il loro diritto di veto \u2013 per esempio nel caso importantissimo delle localizzazioni all\u2019estero, delle chiusure di impianti, delle fusioni e delle acquisizioni aziendali \u2013 \u00e8 sostanziale e non puramente nominale. La cogestione non comporta per\u00f2 la fine dei conflitti e la subordinazione sindacale, anzi: il conflitto sindacale \u00e8 regolamentato ma \u00e8 un diritto riconosciuto e ampiamente esercitato.<br \/>\nGrazie alla cogestione, nel modello tedesco le aziende non sono valutate solo per il loro valore speculativo sul mercato finanziario, come invece avviene nel sistema anglosassone dominante in Europa. Il risultato \u00e8 che la Germania \u00e8 uno dei paesi con minor tassi di disoccupazione, maggiore protezione sociale, e maggiori salari e redditi per i lavoratori delle famiglie. La confindustria tedesca tenta costantemente di restringere la co-determinazione, affermando che frena la competizione: ma anche grazie all\u2019introduzione della Mitbestimmung la Germania \u00e8 diventata la principale potenza manifatturiera \u2013 e quindi finanziaria e politica \u2013 in Europa.<\/p>\n<p>Per questi motivi anche in Italia ci sembra indispensabile cominciare a discutere non solo del \u201cmodello tedesco\u201d di articolo 18\u2026 ma anche dei meriti della Mitbestimmung e della crisi del modello anglosassone di corporate governance.<br \/>\nLa Mitbestimmung offre dei vantaggi che ci sembrano ampiamente dimostrati; ovviamente \u00e8 per\u00f2 anche criticabile e \u2013 come tutte le cose \u2013 non \u00e8 certamente priva di rischi. Sul piano giuridico in Italia la co-determinazione sembra possibile grazie all\u2019articolo 46 della Costituzione (quello forse meno applicato) per cui \u201cla Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende\u201d. Sul piano politico occorrerebbe considerare che la questione della democrazia economica potrebbe interessare tutta l\u2019opinione pubblica democratica \u2013 la sinistra ma anche ampi settori cattolici e perfino i liberali pi\u00f9 radicali \u2013, e non solo i lavoratori delle fabbriche e i sindacati. Come l\u2019acqua e il nucleare \u2013 su cui sono gi\u00e0 stati vinti i referendum \u2013 il problema della democrazia nell\u2019economia \u00e8 infatti trasversale e riguarda tutti i cittadini. Perch\u00e9 allora la sinistra italiana sembra avere paura di discutere apertamente e a fondo questa questione strategica di democrazia?<br \/>\nOvviamente \u00e8 molto difficile introdurre forme di Mitbestimmung nel nostro paese: le resistenze confindustriali sono molto forti. Questo per\u00f2 non \u00e8 un motivo sufficiente per scartare a priori una discussione approfondita, teorica e politica, sulla democrazia industriale.<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Il modello partecipativo tedesco spiegato da Seyboth<\/span><br \/>\ndi Fabio Ghelli da Lettera43<br \/>\nCon la riforma del lavoro del ministro Elsa Fornero, in Italia si fa un gran parlare di modifiche all\u2019articolo 18 che vadano nella direzione del \u00absistema tedesco\u00bb. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha annunciato battaglia in parlamento, chiedendo che la flessibilit\u00e0 in uscita sia bilanciata da un maggiore potere di concertazione dei sindacati nelle aziende, come, appunto, si ha in Germania.<br \/>\nViceversa, Angelino Alfano ha frenato sul modello tedesco, poich\u00e9 \u00abla giurisprudenza italiana non \u00e8 quella di Berlino\u00bb e \u00abi casi di reintegro inaccettabili\u00bb disposti dalla magistratura, ha argomentato il segretario del Pdl, limiterebbero la maggiore libert\u00e0 di licenziamento.<br \/>\nMENO LICENZIAMENTI, PI\u00d9 REINTEGRI. In realt\u00e0, ha spiegato a Lettera43.it Marie Seyboth, dirigente Lega dei sindacati tedeschi a capo del dipartimento della \u2018cogestione politica\u2019- il meccanismo di concertazione con il quale i lavoratori partecipano ai processi decisionali delle aziende \u2013, \u00abin Germania spesso le nostre cause per il reintegro sono coronate dal successo\u00bb.<br \/>\nQuanto ai licenziamenti facili, nel Paese il dibattito si chiuse anni fa, quando uno studio dimostr\u00f2 che, \u00abmandando a casa i lavoratori, non si risolveva la piaga della disoccupazione\u00bb.<br \/>\nDINAMICA DEL CONSENSO E NIENTE SCIOPERI POLITICI. Certo, il modello sindacale tedesco, basato come i sistemi scandinavi sulla dinamica del consenso e non del conflitto, \u00e8 profondamente diverso da quello dell\u2019Europa del Sud.<br \/>\nA Berlino si incrociano meno le braccia che a Roma, perch\u00e9 \u00abgli scioperi non possono avere natura politica\u00bb, ha precisato la responsabile. E tuttavia, in Germania \u00abi sindacati hanno pi\u00f9 strumenti per partecipare alle decisioni aziendali\u00bb.<br \/>\nI CONSIGLI DI FABBRICA E DI SORVEGLIANZA. Nelle ditte con pi\u00f9 di cinque dipendenti, sono obbligatori i consigli di fabbrica. Non bastasse, grazie al meccanismo della \u2018cogestione\u2019, i sindacalisti occupano la met\u00e0 delle sedie degli Aufsichtsrat, i consigli di sorveglianza tedeschi, che a loro volta possono influire sulle decisioni dei consigli di amministrazione (Vorstand)aziendali. Seyboth, per esempio, ha difeso i lavoratori come membro dell\u2019Aufsichtsrat\u00a0delle acciaierie ThyssenKrupp.<br \/>\nDOMANDA. Si parla tanto di \u2018modello tedesco\u2019. Come funziona il principio<br \/>\ndellaMitbestimmung, la cosiddetta \u2018cogestione\u2019, all\u2019interno delle aziende tedesche?<br \/>\nRISPOSTA. In Germania lavoratori partecipano alle decisioni delle societ\u00e0 attraverso due organi, il Betriebsrat (consiglio di fabbrica, ndr) e l\u2019Aufsichtsrat, l\u2019equivalente del vostro consiglio di sorveglianza.<br \/>\nD. Nello specifico, come si differenziano i due organi?<br \/>\nR. Il primo viene eletto dai lavoratori nei singoli luoghi di lavoro ed \u00e8 formato interamente di dipendenti. Il secondo \u00e8 un organo aziendale che fa capo alla sede centrale.<br \/>\nD. Quanto \u00e8 forte la presenza dei sindacati nell\u2019Aufsichtsrat?<br \/>\nR. Il consiglio di sorveglianza \u00e8 composto per met\u00e0 da rappresentanti della propriet\u00e0 e per met\u00e0 da rappresentanti dei lavoratori.<br \/>\nD.\u00c8 uno strumento diffuso ed efficace?<br \/>\nR. Lo si trova nelle societ\u00e0 con pi\u00f9 di 500 dipendenti, ossia nelle medie e grandi imprese tedesche. Ed \u00e8 considerato il cane da guardia, il padrone che vigila sull\u2019azienda.<br \/>\nD. E il consiglio di fabbrica invece?<br \/>\nR. La sua costituzione dipende in larga misura dal grado di sindacalizzazione dell\u2019azienda. Inoltre, il suo funzionamento varia tra piccole e grandi aziende. Il regolamento di base, tuttavia, \u00e8 sempre lo stesso.<br \/>\nD. Come si svolge il gioco delle parti?<br \/>\nR. La condizione indispensabile per le trattative \u00e8 che il datore di lavoro creda nel principio della consensualit\u00e0 come fattore di crescita per la sua azienda.<br \/>\nD. Per un italiano, suona strano. A grandi linee, quali sono le differenze tra il modello sindacale tedesco e quello italiano?<br \/>\nR. Possiamo parlare di due culture sindacali diverse. In quella Nord-europea, della Germania e dei Paesi scandinavi, prevale il principio della consensualit\u00e0. Nel Sud-Europa, ossia in Italia, Spagna, e Grecia, \u00e8 invece pi\u00f9 diffuso un modello basato sul conflitto.<br \/>\nD. Gli italiani incrociano le braccia di pi\u00f9 spesso dei tedeschi?<br \/>\nR. S\u00ec, in Italia esiste un diritto pi\u00f9 ampio allo sciopero, ma i sindacati hanno meno strumenti per partecipare alle decisioni dell\u2019azienda. In Germania le proteste devono svolgersi pacificamente e non possono avere natura politica. Da noi sono impensabili scioperi generali come a Roma.<br \/>\nD. I conflitti per\u00f2 esistono, anche in Germania. Il colosso del software Sap, per esempio, si \u00e8 opposto alla presenza dei sindacati. Come, di recente, la P-Well in Bassa Sassonia. Che succede in questi casi?<br \/>\nR. Per legge, ogni azienda con pi\u00f9 di cinque dipendenti deve avere un consiglio di fabbrica. Quando nessun lavoratore si candida, non li si pu\u00f2 costringere ad assumere un ruolo di rappresentanza. Ma se esiste anche un solo candidato, la dirigenza non pu\u00f2 opporsi.<br \/>\nD. Dunque, i sindacati hanno il pieno diritto di entrare nell\u2019azienda per costituire un consiglio di fabbrica. Ma va davvero sempre cos\u00ec?<br \/>\nR. Non sempre, in effetti \u00e8 problematico. Come accennavo, il diritto di rappresentanza \u00e8 condizionato dalla premessa che il sistema tedesco \u00e8 basato sul consenso tra le due parti. Tale modello si fonda sul dialogo e sul proposito di raggiungere una piena convergenza.<br \/>\nD. Cosa comporta, nella prassi, il modello del dialogo?<br \/>\nR.\u00a0Che se una delle due parti in causa, in questo caso il datore di lavoro, non accetta il dialogo perch\u00e9 non \u00e8 convinto che sia utile all\u2019azienda, la strada verso un pieno accordo si fa erta.<br \/>\nD. In Italia si discute della necessit\u00e0 di sdoganare i licenziamenti, come condizione essenziale per creare nuovi posti di lavoro. Come \u00e8 percepito questo dibattito in Germania?<br \/>\nR. Tempo fa, anche qui si \u00e8 discusso sulla necessit\u00e0 di ridurre i dispositivi di tutela del posto di lavoro, dando per scontato che la difficolt\u00e0 di licenziare fosse una delle cause dell\u2019elevata disoccupazione.<br \/>\nD. Come and\u00f2 a finire?<br \/>\nR. Uno studio della fondazione Hans Boeckler dimostr\u00f2 che la\u00a0deregulation\u00a0non serviva a rendere dinamico il mercato del lavoro. Negli ultimi anni, il dibattito non si \u00e8 pi\u00f9 riproposto.<br \/>\nD. Nelle aziende tedesche che hanno consigli di fabbrica, ogni licenziamento passa al vaglio di questo organo. Eppure si legge sempre di allontanamenti per piccoli furti o negligenze varie.<br \/>\nR. Indipendentemente dalla sua entit\u00e0, nella normativa sul lavoro dipendente il furto \u00e8 una ragione sufficiente per giustificare un licenziamento.<br \/>\nD. Il sindacato tedesco non fa sconti, neppure in caso di distrazioni o leggerezze?<br \/>\nR. Ci stiamo adoperando per prevedere alcune eccezioni, soprattutto quando i furti sono di piccola entit\u00e0. Questi casi, per\u00f2, devono essere analizzati individualmente.<br \/>\nD. Legalmente, come si sviluppa il braccio di ferro tra l\u2019azienda e il sindacato che contesta un licenziamento?<br \/>\nR. Quando intende licenziare un dipendente, il datore di lavoro ha l\u2019obbligo di informare il consiglio di fabbrica. Il quale, a sua volta, pu\u00f2 pronunciarsi contro questa scelta. La decisione finale spetta tuttavia al datore di lavoro. A questo punto, il consiglio pu\u00f2 avviare un\u2019azione legale per ottenere il reintegro del dipendente.<br \/>\nD. In Italia i sindacati si appellano invece all\u2019articolo 18, che impone la riassunzione, in caso di licenziamento per ingiusta causa. Per limitare i reintegri c\u2019\u00e8 chi parla di modifiche sul \u00abmodello tedesco\u00bb.<br \/>\nR. In realt\u00e0, con la normativa vigente, in Germania le vertenze per il reintegro dei lavoratori, dopo che il loro licenziamento \u00e8 stato impugnato dai sindacati, sono spesso coronate dal successo.<br \/>\nD. Ci sono \u00abpotentati oscuri\u00bb tra industriali e sindacati?<br \/>\nR. In Germania, la maggioranza dei consigli di fabbrica svolge un lavoro egregio. Certo, ogni sistema ha le sue mele marce, come lo furono, nel 2005, i rappresentanti di Volkswagen, accusati di aver accettato favori. Indipendentemente dal grado di influenza reciproca tra sindacato e il gruppo dirigente, ci\u00f2 non autorizza tuttavia a definire i consigli \u00abpotentati oscuri\u00bb.<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Italia e Germania, esperienze sindacali a confronto<\/span><br \/>\nnews letter di nuovi lavori di Giuseppe Bianchi<br \/>\nIl recente seminario di studi, promosso dalla FAI Cisl (Federazione agricola, alimentare, ambientale) e dalla Fondazione FISBA-FAT, ha avuto come oggetto un confronto tra modelli ed esperienze sindacali in Italia e Germania. L\u2019approfondimento del tema \u00e8 stato favorito dalla presentazione di un volume di G. Graziani (seconda edizione) che ricostruisce i tratti costitutivi della IG Metall il grande sindacato tedesco dei metalmeccanici, ragionevolmente assunto quale riferimento per il previsto confronto.<br \/>\nNe richiamiamo, sulla base della documentazione fornita, i lineamenti principali.<br \/>\n\u00b7 Si tratta di un sindacato di natura associativa che ha come scopo principale la tutela del socio alla cui centralit\u00e0 si ordina l\u2019intera struttura organizzativa.<br \/>\n\u00b7 Il finanziamento \u00e8 basato sul contributo degli iscritti raccolto nelle imprese dai fiduciari e viene utilizzato tra l\u2019altro per compensare i costi degli scioperi e per rispondere ai bisogni degli associati (welfare associativo).<br \/>\n\u00b7 La rappresentanza degli iscritti attribuisce al Sindacato la competenza esclusiva in materia di contrattazione collettiva il cui iter decisionale si svolge all\u2019interno delle strutture di rappresentanza cui compete la validazione dei contratti stipulati, anche attraverso referendum riservati agli iscritti, laddove lo statuto lo prevede.<br \/>\n\u00b7 La gestione delle clausole di deroga dalle tutele previste nei contratti di categoria avviene nei casi previsti e regolati dagli stessi contratti nazionali.<br \/>\n\u00b7 La Mitbestimmung (la presenza di lavoratori nei consigli di sorveglianza), laddove prevista, \u00e8 regolata da meccanismi elettivi cui partecipano tutti i lavoratori (iscritti e non iscritti) e resta comunque subordinata, anche giuridicamente, alle rappresentanze sindacali di azienda in quanto la contrattazione pu\u00f2 regolare tale forma di partecipazione ma non \u00e8 previsto l\u2019inverso.<br \/>\nQuesti brevi tratti riepilogativi assegnano al modello tedesco una forte coerenza interna, che ha resistito alla crisi dei primi anni 2000 (Governo Schr\u00f6der) quando per recuperare competitivit\u00e0 all\u2019industria tedesca, la politica delle \u201cconcessioni\u201d offerta dal sindacato in materia di salari e di organizzazione del lavoro (flessibilit\u00e0 degli orari) si \u00e8 proposta, quale obiettivo primario, la tutela dell\u2019occupazione. Il modello, sottoposto a forti tensioni, non ha per\u00f2 subito compromissioni n\u00e9 aprendosi a forme di assemblearismo all\u2019interno delle aziende, n\u00e9 evocando interferenze extra associative, affidate a forme di concertazione sociale.<br \/>\nUna strategia che non ha risparmiato costi sociali agli iscritti al sindacato per il risanamento competitivo delle imprese, n\u00e9 erosioni nella sua rappresentanza associativa.<\/p>\n<p>Anche in Germania la redistribuzione del reddito ha ridotto la quota lavoro nel valore aggiunto e si \u00e8 accentuata la concentrazione della ricchezza (dati recenti della Bundesbank) ma come W. Goethe annotava due secoli fa \u201ci tedeschi fra l\u2019ingiustizia e il disordine preferiscono l\u2019ingiustizia\u201d. Affermazione che si \u00e8 ulteriormente radicata nella cultura tedesca a fronte dei disastri provocati dal disordine istituzionale ed economico della repubblica di Weimar. Nel nuovo contesto di prosperit\u00e0 relativa rispetto agli altri partner europei il sindacato tedesco tende ora a risalire la china della sua forza associativa attraverso un maggiore decentramento contrattuale per una ricostruzione dal basso del suo potere organizzativo. Rimangono, in ogni caso, non poche rigidit\u00e0 nel sistema tedesco che rallentano la dinamica dei salari nel loro rapporto con la produttivit\u00e0 delle imprese, ma come gi\u00e0 alcuni secoli fa il nostro Macchiavelli scriveva, \u201ci tedeschi sono ricchi in gran parte perch\u00e9 vivono come poveri\u201d.<br \/>\nIl problema che ora si pone \u00e8 come la storia di successo del modello tedesco possa inserirsi nel processo costitutivo dell\u2019Europa che propone una necessaria integrazione dei sistemi economici e sociali rispetto alla quale una pi\u00f9 aggressiva politica salariale da parte del sindacato tedesco potrebbe sostenere la domanda interna e per tale via allentare gli attuali divari nei saldi delle bilance commerciali tra paesi forti e paesi deboli. Come annota Graziani, la classe politica tedesca e i sindacati devono evitare l\u2019errore di poter costruire l\u2019economia sociale di mercato \u201cin un solo paese\u201d perch\u00e9, come ricorda un loro storico, M. St\u00fcermer \u201cl\u2019egemonia del paese deve esprimersi in una entit\u00e0 sopranazionale per evitare il rischio che essa degeneri negli avventurismi tragici del passato\u201d.<br \/>\n2) Dicevamo che il seminario proponeva un confronto con le esperienze sindacali del nostro Paese che a partire dalla fine degli anni \u201960 ha intrapreso un percorso che presenta una ibrida combinazione di elementi propri del sistema tedesco e del sistema francese. Del sistema tedesco conserva la vocazione contrattuale (influenza CISL) e del sistema francese alcuni tratti neo-corporativi che si traducono nell\u2019esercizio di una \u201cinfluenza\u201d sindacale sulla politica, in nome di una rappresentativit\u00e0 di tutti i lavoratori che fa premio sulla rappresentanza degli iscritti (influenza CGIL).<br \/>\nE\u2019 nota la situazione di stallo sindacale, in un contesto istituzionale confuso ed in presenza di una grave crisi economica e sociale. L\u2019attivit\u00e0 contrattuale \u00e8 declinante, sia a livello di categoria che di azienda e la sindacalizzazione \u00e8 sottoposta al paradosso di Olson: perch\u00e9 iscriversi al Sindacato, quando al contrario di quanto avviene in Germania, il non iscritto gode degli stessi diritti di partecipazione alla vita sindacale (l\u2019elezione della RSU) e dei risultati della contrattazione senza sopportarne i costi?<br \/>\nAnche la capacit\u00e0 di influenza sindacale sulla politica presenta un problema di efficacia in un paese come il nostro dove, a differenza del caso francese, sussiste una precariet\u00e0 degli assetti istituzionali ed una non visibilit\u00e0 dell\u2019intervento pubblico entro cui le parti sociali sono chiamate ad assumere impegni vincolanti. Un esempio pu\u00f2 essere offerto dai patti sociali a sostegno della competitivit\u00e0 stipulati a cavallo del 2013 in Francia e in Italia. In Francia il contributo delle parti sociali \u00e8 avvenuto in presenza di un \u201cpiano industriale\u201d del Governo maturato sulla base di un lungo lavoro preparatorio (progetto Attali \u201cliberer la croissance\u201d, 2007). In Italia l\u2019analogo patto sociale, non inserito in un piano governativo, si \u00e8 limitato a definire linee programmatiche in materia di competitivit\u00e0 e di assetto contrattuale che rinviamo ad ulteriori intese.<br \/>\nIn conclusione, il seminario ha indicato quanto sia ancora lontano l\u2019obiettivo di una armonizzazione europea dei sistemi di relazioni industriali e per quanto riguarda l\u2019Italia, un \u201cdisordine\u201d negli assetti istituzionali e nelle regole contrattuali presidiato da una intransigenza identitaria dei diversi attori. Il rischio \u00e8 di trasformarci da cofondatori a co-affondatori del progetto europeo se non troviamo soluzioni per uscire dal vicolo cieco in cui ci troviamo.<br \/>\nN\u00e9 il seminario ha fornito qualche via di uscita dall\u2019attuale situazione di stallo del sindacalismo italiano, rattrappito nel suo pluralismo conflittuale. Una conferma dell\u2019avvenuta rottura tra cultura ed azione sindacale, dell\u2019esaurimento dei cosiddetti \u201cintellettuali di area\u201d che nel passato hanno svolto un ruolo importante nell\u2019alimentare un confronto dialettico all\u2019interno e fra le diverse organizzazioni, il lievito di ogni struttura democratica. Per la CISL, che ha promosso il seminario, basterebbe ricordare, tra gli altri, il ruolo del Prof. Romani di cui si conserva la memoria senza rinnovarne lo spirito creativo, a correzione dell\u2019isolazionismo dell\u2019attuale classe dirigente.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Luigi Viggiano, della Fnp di Savona, \u00e8 ormai un collaboratore abituale del nostro sito. Il suo ultimo contributo presenta alcune considerazioni sul famoso &#8220;modello tedesco&#8221; di relazioni industriali, citato pi\u00f9 spesso a sproposito che a ragione in Italia, spesso a sostegno di tesi opposte, magari egualmente lontane dalla realt\u00e0 tedesca. 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