{"id":3564,"date":"2016-01-07T18:12:29","date_gmt":"2016-01-07T17:12:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.il9marzo.it\/?p=3564"},"modified":"2016-01-07T18:14:54","modified_gmt":"2016-01-07T17:14:54","slug":"liberta-di-parolaaltro-che-ripresa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.il9marzo.it\/?p=3564","title":{"rendered":"Libert\u00e0 di parola\/Altro che ripresa!"},"content":{"rendered":"<p><em>Luigi Viggiano ci manda da Savona una sua analisi sulla situazione economica del paese e torna a lanciare il suo appello perch\u00e9 le organizzazioni sindacali riacquistino la perduta capacit\u00e0 di essere soggetti propositivi di risposte adeguate e di rappresentanza efficace dei soggetti pi\u00f9 deboli. Altrimenti perderanno ulteriormente, come stanno gi\u00e0 perdendo, ruolo e rilevanza<br \/>\n<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>ALTRO CHE RIPRESA, I DATI EUROSTAT CONFERMANO: L\u2019 ITALIA E\u2019 DIETRO I BIG UE; LO SPAZIO FISCALE E\u2019 A ZERO, IL DEBITO E\u2019 SALITO A 2212 MILIARDI DI EURO<br \/>\nogni Italiano nasce con 36.000 euro di debiti<\/p>\n<p>Altro che ripresa, i dati Eurostat di questi giorni lo confermano: l\u2019Italia \u00e8 dietro tutti i big della Ue. Al contrario degli spot governativi e annunci propagandistici del governo; non riusciamo a recuperare terreno. In altre parole: il paese \u00e9 bloccato nella recessione. Lo testimoniano i dati Eurostat rielaborati dal Mise. Dati che non lasciano dubbi: l\u2019Italia non riesce a recuperare le perdite della crisi e a mettersi al pari dei principali paesi europei su industria e lavoro. Non solo ma a stentare \u00e8 soprattutto l\u2019occupazione giovanile, che dal minimo registrato durante la crisi ha recuperato 0,9 punti (2,7 in Germania, 4,2 in Gran Bretagna e 1,9 in Spagna). E ancora secondo il ministero dello sviluppo economico, il livello della produzione industriale italiana rimane di oltre il 31% inferiore rispetto ai massimi pre-crisi ed ha recuperato solo il 3% rispetto ai minimi toccati durante la recessione. Per capire meglio l\u2019entit\u00e0 del fondo che stiamo toccando, baster\u00e0 considerare che la Francia ha recuperato l\u20198%, la Germania il 27,8%, la Gran Bretagna il 5,4% e la Spagna il 7,5%. Il confronto, poi, \u00e8 ancora pi\u00f9 pesante nel settore delle costruzioni: ad ottobre di quest\u2019anno l\u2019Italia era 85 punti sotto il massimo pre-crisi ed ha toccato il nuovo minimo assoluto dall\u2019inizio della recessione economica. Secondo Eurostat, tutti gli altri hanno invece recuperato.<br \/>\nQuello in cui per\u00f2 continuiamo ad essere imbattibili \u00e8 la speranza nel futuro: cos\u00ec, proprio mentre i dati dell\u2019indagine sanciscono la prosecuzione della nostra deb\u00e0cle economica, altre voci dicono che l\u2019Italia distanzia quasi tutti gli altri paesi europei nel clima di fiducia dei consumatori. Un \u201cottimismo\u201d che mal si concilia con i dati relativi alla realt\u00e0 del mercato del lavoro secondo i quali continuiamo ad essere in difficolt\u00e0. E allora, se \u00e8 vero che nel terzo trimestre, del 2015 il tasso di disoccupazione \u00e8 sceso all\u201911,5%, \u00e8 anche vero che in Germania era al 4,5% e in Inghilterra al 5,2%. La Spagna segnava ancora un grave 21,6%, tuttavia rispetto ai momenti pi\u00f9 gravi della crisi Madrid ha recuperato 4,7 punti contro 1,6 punti di Roma. L\u2019Italia, sempre in base ai dati dell\u2019indagine Eurostat, risulta infine fanalino di coda nell\u2019occupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni con un tasso del 15,1% contro il 28% della Francia, il 43,8% della Germania, il 48,8% del Regno Unito e il 17,7% della Spagna. Rispetto ai picchi negativi della crisi il recupero \u00e8 stato di 0,9 punti, contro 1,9 della Spagna, 2,7% della Germania 4,2 della Gran Bretagna.<br \/>\nSe a questo aggiungiamo che il debito pubblico continua a crescere nonostante il petrolio sia sceso da oltre 100 dollari al barile a circa 35 e l\u2019euro svalutato di circa il 25\/30% la situazione \u00e9 divenuta preoccupante al punto di allarmare il Fmi che si \u00e8 premurato di ricordarci che il nostro \u201cspazio fiscale\u201d a zero e il debito pubblico cos\u00ec pericolosamente alto (quello italiano \u00e8 pari al 143% del Pil rispetto al 74% della Germania) fanno si che l\u2019Italia venga considerata vista all&#8217;estero come il massimo rischio sistemico globale. (Per essere pi\u00f9 chiari si stanno rapidamente creando le condizioni che ci portarono al governo Monti, con l&#8217;aggravante che oggi non ci sono pi\u00f9 le pensioni da sacrificare).<\/p>\n<p>Scusatemi se insisto ma se, come sindacato, non ritorniamo alle origini occupandoci di questi ed altri temi simili come possiamo sperare di risalire la china? Lo so qualcuno mi ricorder\u00e0 il detto che \u201c quando non ci sono cavalli corrono gli asini\u201d per\u00f2 non penso che questo possa valere per recuperare lo stato in cui siamo precipitati e che Ilvo Diamanti descriveva molto bene su Repubblica del 31 agosto 2015; (di seguito un significativo stralcio).<br \/>\nLA SOLITUDINE DEL SINDACATO<br \/>\n[La Repubblica, 31 agosto 2015] Ilvo Diamanti<br \/>\n\u2026\u2026\u2026il declino di credibilit\u00e0 e fiducia che coinvolge tutte le sigle maggiori. Dal 2009 al 2015, infatti, la quota di popolazione che esprime (molta o moltissima) fiducia nella Cgil \u00e8 scesa di circa 13 punti. (Da qui in poi: dati di sondaggi Demos-Coop). Dal 37% al 24%. Mentre la Cisl \u00e8 passata dal 28% al 20%. \u00c8 interessante osservare, inoltre come il clima d&#8217;opinione peggiori proprio nella base naturale del sindacato. Gli operai. Fra i quali il grado di fiducia verso la Cgil \u00e8 ridotto al 21,3%. Verso la Cisl e Uil: al 18,7%. D&#8217;altra parte \u00e8 da anni che il sindacato sta perdendo adesioni. Soprattutto nell&#8217;impiego privato. Per contro, &#8220;rappresenta&#8221;, sempre di pi\u00f9, i pensionati: circa met\u00e0 degli iscritti. Mentre \u00e8 cresciuto nel pubblico impiego. D&#8217;altronde, le adesioni sindacali nell&#8217;impiego privato non sono facilmente verificabili. Tuttavia, ci\u00f2 non dipende solo dall&#8217;incapacit\u00e0 del sindacato e del suo gruppo dirigente. Rispecchia, invece, il cambiamento della societ\u00e0. Sempre pi\u00f9 vecchia. Dove i posti di lavoro sono sempre meno e sempre pi\u00f9 frammentati. Circa il 60% della popolazione definisce il proprio lavoro: precario, temporaneo, flessibile. Insomma, non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 &#8220;un&#8221; tipo di lavoro a cui fare riferimento. Semmai, lavori e lavoratori &#8220;atipici&#8221;. E &#8220;atopici&#8221;. Senza un &#8220;posto&#8221; fisso. Presso i quali il sindacato &#8220;attecchisce&#8221; a fatica. Per difficolt\u00e0 ambientali. Ma anche culturali. Proprie. Perch\u00e9 sembra aver perduto il ruolo sociale che, ancora pochi anni fa, occupava. Nel 2004, il 30% della popolazione lo indicava come il primo elemento di difesa dei lavoratori. Oggi appena pi\u00f9 della met\u00e0: il 16%. Mentre, parallelamente, \u00e8 cresciuto, anche su questo piano, il ruolo della famiglia: dal 10% al 36%. Il fatto \u00e8 che tra i cittadini e i lavoratori si \u00e8 fatta largo la convinzione che il sindacato serva soprattutto a chi ci opera. Ai sindacalisti. In primo luogo: ai gruppi dirigenti. Tuttavia, non credo vi sia di che rallegrarsi. Perch\u00e9 il sindacato \u00e8 &#8220;servito&#8221; a tutelare gli ultimi e i penultimi. Quelli che da soli non ce la possono fare. E, per difendersi, hanno bisogno di unirsi agli altri, che condividono la loro condizione. Ormai non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec. Il sindacato rappresenta i garantiti. Mentre la questione dei &#8220;diritti&#8221;, posta da un grande leader sindacale come Bruno Trentin, &#8211; ha osservato Bruno Manghi &#8211; \u00e8 &#8220;brandita per la difesa della rivendicazione specifica, mai per quelle altrui&#8221;. Ma a quel punto &#8220;i diritti&#8221; perdono valore. E ci\u00f2 costituisce un problema. Per i lavoratori, per gli &#8220;esclusi&#8221;, ma anche per il sindacato.<br \/>\nTuttavia, non hanno di che rallegrarsi nemmeno Squinzi e Confindustria. Il &#8220;sindacato degli imprenditori&#8221; ha perduto a sua volta credito. Dal 32,9% nel 2009 al 25,2% registrato alcuni mesi fa. (E quando si utilizza esplicitamente la denominazione &#8220;Confindustria&#8221; i valori scendono ulteriormente.) Le polemiche e le tensioni, comunque, si sono allargate anche all&#8217;interno. Molte imprese &#8211; soprattutto le pi\u00f9 grandi &#8211; si &#8220;tutelano&#8221; e si rappresentano sempre pi\u00f9 da sole. A partire dalla Fiat di Sergio Marchionne. &#8220;Il tempo \u00e8 scaduto anche per Confindustria&#8221;, ha affermato Alessandro Barilla due anni fa. Neppure questa, per\u00f2, \u00e8 una buona notizia. Per nessuno.<br \/>\nUna parola insignificante. Perch\u00e9, nell&#8217;epoca dei partiti personali e personalizzati, al tempo dei partiti senza societ\u00e0, dove avanzano leader &#8220;soli&#8221; e da &#8220;soli&#8221;: la burocratizzazione del sindacato e delle organizzazioni imprenditoriali, lascia i cittadini ancora pi\u00f9 &#8220;soli&#8221;. Pi\u00f9 lontani dalla politica e dalle istituzioni.<br \/>\nCos\u00ec, senza mediazione e mediatori, la democrazia rappresentativa diventa sempre pi\u00f9 incolore.<br \/>\nL&#8217;amara conclusione \u00e9 che mentre la nave affonda noi incuranti continuiamo la festa\u2026\u2026 senza che i grandi strateghi prendano uno straccio d&#8217;iniziativa .<\/p>\n<p>S a v o n a, 5 G e n n a i o 2 0 1 5<br \/>\nL u i g i V i g g i a n o<br \/>\nF N P S A V O N A<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Luigi Viggiano ci manda da Savona una sua analisi sulla situazione economica del paese e torna a lanciare il suo appello perch\u00e9 le organizzazioni sindacali riacquistino la perduta capacit\u00e0 di essere soggetti propositivi di risposte adeguate e di rappresentanza efficace dei soggetti pi\u00f9 deboli. 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