Una recensione, interventi, segnalazioni varie

Il professor Eugen Galasso, di Bolzano, ci ha fatto arrivare una sua recensione del libro “Prender parola. Il metodo Scandola”. Volentieri la pubblichiamo, anche in vista della ripresa delle presentazioni, dopo la pausa estiva, alla quale stiamo lavorando. Sempre in vista della ripresa, e come memoria del percorso che abbiamo intrapreso, suggeriamo la lettura di alcuni contributi che sono stati elaborati per queste occasioni: in particolare l’introduzione di Giovanni Avonto all’incontro di Torino del 15 giugno, che trovate a questo link, ed il testo scritto, consegnato da Adriano Serafino in occasione degli incontro di giugno a Torino e Ivrea (il link è questo).

Sempre di Adriano Serafino, segnaliamo di nuovo l’articolo pubblicato dal Manifesto del 13 luglio dopo il congresso della Cisl . E anche se non riguarda direttamente il libro di cui parliamo, proponiamo anche la lettura dell’intervento di Ermis Segatti (questo è il link) sul percorso della dottrina sociale della Chiesa all’incontro su questo tema dell’11 luglio a Torino.

Gli incontri di presentazione del libro hanno avuto anche una loro narrazione su vari siti e su organi di informazione locale, che non possiamo segnalare tutti: a titolo di esempio, ricordiamo l’articolo di Pierluigi Tolardo dopo l’incontro di Torino sul sito zeusnews.it, e la copertura data dall’Ufficio stampa della Regione Basiicata alla presentazione che si è svolta a Potenza il 13 luglio (della quale abbiamo già pubblicato il testo inviato da Antonio Papaleo, impossibilitato a partecipare di persona).

Raccomandiamo, a chi non lo avesse visto ancora, il video dell’intervento di Savino Pezzotta all’incontro di Verona del 26 giugno scorso, un momento centrale di un appuntamento reso ancor più significativo dalla presenza di tanti amici di Fausto Scandola con la foto di Fausto sui cartelli e la scritta “Se l’amicizia è vita, io vivo” (e ricordiamo anche l’intervento dell’avvocato Lorenzo Cantone, che ha rappresentato Fausto nelle sue iniziative giudiziarie). Naturalmente rilanceremo anche nei prossimi incontri la richiesta, lanciata da Verona, che la Cisl revochi l’ingiusta espulsione di Fausto.

E ora, buona lettura della recensione del professor Galasso.

Da persona poco patriottica, anti-nazionalista per essentiam, mi permetto sempre di giocare sul montiano (Vincenzo Monti, che Foscolo chiamava polemicamente”Gran traduttor de’traduttor d’Omero”): “Bella Italia, amate sponde”, virandolo in”Golpitalia”: golpe per me era stato quello di Giorgio Napolitano, autunno 2011, quando liquidò tout court un governo (certo non il migliore di quelli possibili), nominando ex abrupto Mario Monti, economista della”Bocconi”nonché commissario europeo prima senatore a vita, poi Presidente del Consiglio. Sul governo Monti non mi esprimo, ma basterà dire che la prassi costituzionale avrebbe voluto lo scioglimento delle Camere e l’indizione di nuove elezioni. Idem in campo sindacale(l’accostamento al “golpe” di Napolitano non è casuale né peregrino, in quanto nel libro esaminato si parla anche dell’appoggio della CISL bonanniana al governo ed anche a”Scelta Civica”, il partito centrista di Monti, con vari esponenti CISL candidati nella suddetta lista, con pochi eletti:una situazione comunque complessivamente difficile per il partito dell’allora premier, con un”raccolto”scarso in termini di voti e di eletti).

Altrettanto difficile quanto sta avvenendo in CISL da almeno tre anni, dopo che il sindacalista (era stato elettricista presso la base Nato di Vicenza, in CISL dal 1968), Scandola , purtroppo scomparso il 19 marzo 2016, aveva denunciato, dapprima in una lettera alla Segretaria Confederale CISL Annamaria Furlan dell’aprile 2015, poi, dopo la sua espulsione”golpista”dal sindacato, rivelando pubblicamente l’assoluta sproporzione tra quanto paga mensilmente alla CISL un qualsiasi iscritto/a(quota di iscrizione) e quanto impropriamente hanno incassato i dirigenti al vertice del sindacato , ad iniziare dalla signora Furlan.

Ora Giovanni Graziani, del sito”il 9 marzo” in un efficacissimo volumetto, che scandisce le tappe dell’affaire Scandola (“Prender parola. Il metodo Scandola”, Bologna, Bonomo) ci spiega come sono andate le cose. Dalla lettera di Scandola, peraltro scritta in modo sofferto. Lettera che non avuto nessuna risposta. Una “quaestio horribilis”, su cui un chiarimento con relative dimissioni sarebbe stato necessario, mentre invece… nulla.

Certo: i giochi sporchi non iniziano con la Furlan ma già presenti con le precedenti gestioni (e probabilmente non solo in CISL ma anche in UIL), ma ciò non giustifica la latitanza su un tema etico fondamentale.

Se non solo da destra, si sente spesso il lamento più che altro di origine”qualunquista”: “I sindacati hanno rovinato il Paese”, il miglior modo per confermare il ritornello, di per sé scioccamente qualunquista (ma molto diffuso, anche in ambienti politici che si ritengono “progressisti”) è certamente quello di non fare chiarezza.

La testimonianza di Fausto Scandola è quella (non credo di esagerare) di un”martire”, termine che letteralmente-etimologicamente vuol dire appunto ciò, ossia”testimone”. Scandola, già ammalato, si espone come testimone e accusatore, in posizione decisamente scomoda, di”anti-establishment”, denunciando malversazioni che, di volta in volta, riuscirà sempre a documentare esattamente. Si esporrà a critiche e reprimende, venendo espulso in modo, diremmo così, “pinochetiano”, e nella sua Verona, per vario tempo e precisamente fino alla sua scomparsa, eviterà di incontrare i suoi amici e colleghi di CISL per non metterli in difficoltà, per non esporli a rischi quali quelli toccati a lui stesso. Un “eroe” del nostro tempo (non credo che siamo giunti all’epoca “beata”, auspicata da Brecht, in cui “non avremo più bisogni di eroi”, dunque beati ancora gli eroi, purché non intesi in senso bellico…), vero interprete di quell’autentico “spirito cislino”di Pastore e di Carniti, troppe volte tradito con camarillas politiche e politicistiche, con un pessimo adeguamento al peggio dello”spirito del tempo”. Graziani, che in appendice ci dà i documenti storici fondamentali per capire meglio l’affaire Scandola, parla giustamente di”metodo Scandola”, quello esemplificato ed emblematizzato nell’espressione: “Bisogna combattere, bisogna impegnarsi”, quasi una riformulazione, dice bene Giovanni Graziani, dell’alternativa proposta da Albert Hirschman, economista e politologo scomparso nel 2012, nel libro del 1970 “Voice, Exit and Loyalty” (Voce, uscita e lealtà), dove appunto le due opzioni, nella crisi di uno Stato, di un’impresa, di un partito o di… un sindacato si contrappone il “farsi sentire” (la voce, appunto, “alzare la voce”) o l’uscita.

Scandola ha scelto , appunto, la”voce”, esponendosi ai rischi annessi e connessi, divenendo così oggetto di rappresaglie, mai seriamente motivate, ma divenendo un esempio per i sindacalisti e i membri di associazioni, imprese e/o partiti di sempre. Andarsene sarà forse (quasi certamente) più comodo, meno rischioso; mentre farsi sentire è rischioso.Comporta conseguenze “ soprattutto” spiacevoli, il che nel caso di Scandola si è puntualmente verificato. Ma il “corpo nella lotta” scandoliano rimane un esempio importante, sul piano etico come su quello sociale, dove i due ambiti non sono, in realtà, per nulla divisi.

Professore Eugen Galasso

Condividi il Post

11 Commenti - Scrivi un commento

  1. Le testimonianze che narrano fatti dei quali si garantisce personalmente autenticità nel tempo odierno sono vere quando non si contestano e quando sono colpite con reprimende o allontanamenti mirati dal contesto associativo forme più gravi. Cosa è accaduto ? Si tratta di testimonianze ( ardue da smontare) e che riferiscono fatti che mettono in discussione le icone ufficiali, la sacralità della organizzazione e osano incrinare le versioni ufficiali dettate per ragion di stato e quindi imposte “per il bene dell’organizzazione ” che è espressione pericolosissima. Scandola si ė assunto una pesante responsabilità ma bisogna raccogliere quel messaggio, tenerlo vivo. Non si può andare avanti come se niente fosse accaduto. Resta una macchia, un alone che nemmeno il tempo riesce ad annullare. Ciò che impressiona in questo scorcio di anno, è la assenza di coraggio e la penuria di sindacalisti della cisl capaci di ricordarsi da dove vengono, cosa sono e cosa potrebbero dire e fare. Un sindacalista in fondo si nutre di coraggio ed è privilegiato perché può dimostrarlo. Perché oggi non accade? Sarà colpa di questa penuria o peggio di questa nuova patologia che ha colpito la politica che mira al quotidiano senza una visione del futuro, contagiosa a tale punto da annientare energie e persino l’essenza stessa dell’impegno del sindacalista che ė persona per definizione libera e non impiegata addetta alle dipendenze di…. Tutto ciò per dire che se all’interno della cisl non ci sono uomini e donne coraggiose senza visione del futuro se non per il proprio orizzonte di carriera e si assiste a una censura sempre più stringente e con un asservimento a figure, diciamo la verità, di modestissima levatura etica e anche sindacale, cosa ne rimane della storia della CISL? Si parte dalla riabilitazione di Fausto per poi arrivare alla autocritica, alla ammissione degli errori e dimostrare di non somigliare ad un soggetto degno della peggior tradizione di quel centralismo democratico che uomini di libertà hanno sempre avversato e non certo patrimonio della cisl. Il punto é: quanti sono disposti a mettersi in gioco per sottrarsi al giogo? Un giogo tutto sommato comodo e precario almeno sino al traguardo agognato delle pensione. È il caso di tanti reclutati a questo scopo. No, le grandi rivoluzioni e la tensione per fare eventi non appartengono a questo tempo di grigi apparati e di personaggi plaudenti ad ogni apparizione del capo. Per rifare la cisl bisogna rimettere in piedi il sindacato che faceva la cisl. Il sindacato nelle categorie, per le categorie e che lascia parlare le categorie al Paese. Protagonismo per tutti e protagonismo di un sindacato che parli dei temi del lavoro e non si sostituisca alla politica o alla Chiesa, un sindacato che non passa nelle sagrestie del pd nè in quelle delle curie. Un sindacato concreto, di filiera stretta, veloce e reattivo, immerso e presente nei luoghi di lavoro. Oggi non è così. Si parte dalla riabilitazione perché se non accade ciò l’accusa è pesante e non ci sono censure ed espulsioni che possano consentire di togliere quella macchia e ogni apparizione pubblica avrà sempre un alone che sarà il marchio di questa cisl odierna. Liberi onesti ma in migliaia per andare a Roma e chiederlo a gran voce. Ci sono ancora persone interessate a bloccare il declino ? Ne ho viste poche. Bisogna uscire dall’anonimato. Io lo farò quando nel mio territorio si costruirà intorno a Scandola e a quanti si sentono di esporsi, un movimento e tutti insieme iniziamo a contestare. Non ne colpiscono cento perché ne possono colpire solo uno alla volta.

    Reply
  2. Finalmente qualcuno che propone di muoversi e di vedere quanti tra iscritti / delegati/ rsu/ dirigenti a vario titolo e livello sono disposti a sporcarsi le mani per salvare la cisl ormai moribonda ! Caro Testimone , io ci sarò contaci !!! E , mi si passi il riferimento al Trono di Spade , solo se in tanti grideremo Dracarys e cioè useremo metaforicamente il fuoco del drago per bruciare e purificare una volta per tutte la nostra cisl da chi L’ ha infangata e indegnamente rappresentata … anche per Furlan & C. L’ inverno deve arrivare !!!

    Reply
  3. Che le domande poste da Fausto e i consigli di Papa Francesco siano fondati lo dimostra il fatto che le prime non sono mai state smentite e le seconde mai attuate ma semplicemente ignorate, pertanto fino a prova contraria è legittimo pensare che siano vere anche perché come si dice “CARTA CANTA”.
    Stamane ho letto, su “tutto scuola” questa notizia che mi è sembrata molto ben rappresentativa dell’efficienza operosa della dirigenza Italiana.
    UN ESEMPIO DI COME LA CLASSE DIRIGENTE ITALIANA SI GUADAGNA DA VIVERE CHE DOVREBBE GIUSTIFICARE I TRATTAMENTI PRINCIPESCHI CHE SI RISERVA
    GAE inesauribili: ci vorranno altri 40 anni per svuotare le graduatorie ad esaurimento
    Nella scuola dell’infanzia serviranno ancora 41 anni per svuotare le graduatorie ad esaurimento. E 14 anni nella scuola primaria. Una storia a cui nessuno riesce a mettere la parola fine.
    Le “graduatorie ad esaurimento” (GAE) furono istituite nel 2007 per porre fine alle “graduatorie permanenti”, arrivate a contenere, di sanatoria in sanatoria, 799 mila unità. Nel 2007 l’allora ministro dell’istruzione Fioroni dichiarò che le GAE sarebbero state svuotate in 5 anni (2012). La Gelmini nel 2010 ipotizzò la chiusura in “6 o 7 anni” (2016-2017). Nel 2014 Matteo Renzi assicurò che entro un anno (2015) tutti gli iscritti sarebbero stati assunti. Nel 2016 il ministro Giannini ammise: “è necessaria una fase transitoria per arrivare alla loro soppressione definitiva”. Secondo i calcoli aggiornati di Tuttoscuola, bisognerà aspettare il 2057: 50 anni dopo l’istituzione delle graduatorie “ad esaurimento”, quasi come i 54 anni necessari a completare la Salerno-Reggio Calabria(…)
    Luigi Viggiano

    Reply
  4. Di seguito un classico esempio dell’arroganza del potere. Giusto per gradire, avete idea di quanto costa ed, è costato quest’organismo quando il lavoro c’era e ancora di più adesso che il lavoro e gli operai sono praticamente quasi scomparsi?
    Politici e sindacalisti, fregandosene dei tanti che soffrono, danno questo bellissimo esempio di efficienza e sobrietà. Sapete chi e’ il presidente di questo carrozzone? Quel Tiziano Treu autore della vergognosa legge sulle pensioni che venne alla luce con lo scandalo scoppiato allo Snals e poi con quello della CISL denunciato da Fausto SCANDOLA.
    Bell’esempio non c’è che dire non vi pare?
    CNEL I ROTTAMATORI SCONFITTI NOMINANO IL NUOVO CNEL TUTTI I NOMI
    Era il simbolo secondo i rottamatori degli enti inutili, la cui abolizione veniva sbandierata dai renziani come un vessillo nella campagna del Sì al Referendum costituzionale del 2016. Poi alle urne è andata come è andata e il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, è rimasto al suo posto. Oggi, meno di un anno dopo lo scampato pericolo, l’organo costituzionale si rinnova con nuove nomine. La comunicazione ufficiale è arrivata dalla Presidenza del consiglio tramite la sottosegretaria Maria Elena Boschi, ex ministro delle riforme, principale promotrice della campagna per Sì e, di conseguenza, prima sconfitta della débacle referendaria.
    COS’È IL CNEL
    I componenti del Cnel sono scelti su indicazione delle principali associazioni legate al mondo del lavoro: sindacati, Confindustria, ordini professionali, associazioni di categoria, eccetera. Il Cnel, organo di rilievo costituzionale (ecco perché per abolirlo serviva un referendum), ha funzioni consultive e di promozione dell’attività legislativa. Esprime pareri non vincolanti su materie legate a legislazione economica e sociale. Di fatto, in 60 anni di vita ha prodotto appena 14 disegni di legge che però poi il Parlamento ha ignorato, mentre buona parte delle associazioni rappresentate nel Consiglio hanno preferito altre sedi per sviluppare il dialogo sociale. Alla reputazione del Cnel non ha giovato il caso delle consulenze facili promosse da alcuni consiglieri, finiti nel mirino della Corte dei Conti per danno erariale. Questi alcuni dei motivi per cui molti sostenitori dell’ultima riforma costituzionale hanno utilizzato l’abolizione dell’ente come un grimaldello per la propaganda al Sì, con un ampio dibattito sviluppatosi di lì a poco, che ha diviso il paese, non senza qualche raro schieramento in favore del salvataggio del Cnel.
    La sconfitta del progetto renziano, pur tranquillizzando il clima a Villa Lubin, storico palazzo nel parco di Villa Borghese che ospita la sede dell’organo, ha prodotto anche nuove polemiche. I consiglieri, che nel 2015, prima del referendum, si erano tagliati le indennità, ad aprile 2017 hanno deciso di ripristinarle. Chiedendo pure gli arretrati, circa 4 milioni. Infine, è stato nominato presidente Tiziano Treu, che però nella campagna referendaria aveva promosso il Sì. Treu, in un’intervista al Corriere della sera, ha spiegato le sue nuove motivazioni, annunciando anche la necessità di rilanciare le funzioni del Cnel.
    Passata la paura, l’ente resta al suo posto e ora arrivano i nomi dei 48 nuovi consiglieri, che resteranno in carica fino al 2022. Ecco tutti i nomi (fra parentesi l’ente di rappresentanza).
    RAPPRESENTANTI DI LAVORATORI DIPENDENTI
    Gianna Fracassi, Ezio Corrado Barachetti, Manola Cavallini, Giovanni Di Cesare, Giordana Pallone, Carlo Podda, Luciano Silvestri, espressione della Cgil.
    Giuseppe Gallo, Luisangela Pelluccaccia, Alessandro Geria, Livia Ricciardi, Roberto Benaglia, Cosmo Colonna, espressione della Cisl.

    Antonio Foccillo, Tiziana Bocchi, Domenico Proietti, espressione della Uil.
    Francesco Paolo Capone (Ugl), Marco Paolo Nigi (Confsal), Francesco Cavallaro (Cisal)
    RAPPRESENTANTI DIRIGENTI E QUADRI
    Stefano Biasioli (Confedir), Tommaso Di Fazio (Ciu), Giorgio Ambrogioni (Cida)
    RAPPRESENTANTI DI ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA
    Roberto Moncalvo (Coldiretti), Giovan Battista Donati e Giuseppe Montalbano (Confartigianato – Cna – Casartigiani), Secondo Scanavino (Cia), Francesco Verrascina
    (Copagri), Mauro Lusetti (Legacoop), Marco Menni (Confcooperative).
    RAPPRESENTANTI DI LIBERI PROFESSIONISTI
    Maurizio Savoncelli (Consiglio nazionale geometri), Gianmario Gazzi (Consiglio dell’Ordine degli assistenti sociali),
    RAPPRESENTANTI DELLE IMPRESE
    Marco Zigon, Floriano Botta, Elio Catania, Carlo Ferroni, Marco Gay, Federico Landi,
    espressione di Confindustria.
    Donatella Prampolini e Renato Mattioni (Confcommercio), Massimo Vivoli (Confesercenti), Paolo Uggè (Conftrasporto), Vincenzo Gesmundo (Coldiretti), Nereo Paolo Marcucci (Confetra), Carlo Capoccioni (Abi), Giorgio Cippitelli (Confartigianato – Cna – Casartigiani), Gennaro Fiore (Confitarma), Massimiliano Giansanti (Confagricoltura), Giovanni Valotti
    (Confservizi – Asstra – Utilitalia).
    C’è chi ricorda come almeno quattro componenti del nuovo Cnel (Biasioli, Cavallaro, Nigi e Uggé) erano contrari alla riforma. Ora si attendono le nomine degli esperti da parte della presidenza della Repubblica e quelle dei rappresentanti del mondo del volontariato.

    Onore a FAUSTO

    Reply
  5. Free skipper italia (CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE)
    Il governo approva il “reddito di inclusione”, ma cambiando l’ordine degli addendi… la povertà non cambia!
    Il governo, rincorre i 5stelle sul “reddito di cittadinanza”, e approva il decreto legislativo che introduce il “reddito di inclusione” (Rei). L’iter prevede ora il passaggio alle Camere per il parere e il via libera definitivo da parte del governo. Lo strumento del Reddito di inclusione (ReI) potrà così diventare esecutivo dal 1° gennaio 2018. La misura si rivolge a una platea di 400 mila famiglie, pari a circa 1,8 milioni di persone.
    Il Rei sostituisce il Sia, sostegno all’inclusione attiva, e anche l’Asdi, l’Assegno di disoccupazione: praticamente il governo cambia “nome” alle cose, ma poi le cose rimangono sempre quelle, perché cambiando l’ordine degli addendi la somma (ovvero la povertà degli indigenti) non cambia! Insomma, quella varata ieri dal Consiglio dei ministri è una misura sociale ideata per motivi politici e portata a termine con tempi e modalità che fanno pensare alla prossima campagna elettorale. Ed infatti entrerà in vigore nel 2018, proprio a ridosso del voto. L’importo dell’aiuto corrisponde al massimo a quello dell’assegno sociale per gli over 65 senza reddito, pari a 485 euro al mese. Avrà una durata massima di 18 mesi, dipenderà dal numero dei componenti della famiglia e dalla situazione familiare e reddituale. Si tratta di uno strumento universale ma selettivo, “condizionato alla prova dei mezzi sulla base dell’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) tenendo conto dell’effettivo reddito disponibile e di indicatori della capacità di spesa, nonché all’adesione ad un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa finalizzato all’affrancamento dalla condizione di povertà”. I limiti Isee sono stati fissati a 6.000 euro, con un valore del patrimonio immobiliare, diverso dall’abitazione di residenza, non superiore a 20mila euro. Sarà rivolto sia a cittadini italiani sia stranieri, ma viene fissato un periodo minimo di residenza nel territorio nazionale per avere diritto al beneficio. In sostanza, per usufruirne occorrerà essere al di sotto di un certo livello di reddito secondo i parametri Isee, essere residenti in Italia da almeno 2 anni ed essere disponibili a seguire programmi di inserimento lavorativo per evitare che gli assistiti rimangano intrappolati in una condizione di bisogno. Il Rei, all’interno dei parametri Isee fissati, è compatibile con lo svolgimento di un’attività lavorativa, mentre non è possibile ricevere contemporaneamente la Naspi o altre forme di ammortizzatori sociali per la disoccupazione. Non potranno ottenere il Rei i proprietari di imbarcazioni, o auto e moto immatricolati nei 24 mesi precedenti la richiesta del sussidio.

    Scrivo perché sono molto molto arrabbiato nel vedere ormai da anni un paese rassegnato, fancazzista e vecchio. Non parlo solo per gli altri parlo anche per me, ma come possiamo accettare Politici e sindacalisti inutili e senza idee e soprattutto fannulloni e avidi di danaro per il quale si sono veduta l’Italia e gli italiani.
    Autentici imbonitori anzi più imbroglioni da fiera che, ad ogni tornata elettorale si attivano con i soliti trucchi. Che anche in questa occasione si tratti del solito pacco dono pieno di nulla; che però serve a far credere, in giro, che tutti i bisognosi sono messi in sicurezza, ma non è così, è FALSO si tratta del solito bidone. Innanzitutto questo assorbe altre previdenze già in atto ma la cosa che grida vendetta è il numero di potenziali beneficiari rispetto agli aventi diritto. Si perché La legge di Stabilità ha stanziato 1 miliardo e 150 milioni per quest’anno, a cui andranno aggiunti i fondi non spesi lo scorso anno per un totale di circa 1,6 miliardi. L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere le persone in povertà assoluta, che l’Istat calcola in 4,6 milioni, circa 1,6 milioni di famiglie nel suo ultimo rapporto ma le risorse stanziate non bastano certamente. La stessa legge delega prevede dunque di dare priorità ad alcuni soggetti: “nuclei familiari con figli minori o con disabilità grave o con donne in stato di gravidanza accertata o con persone di età superiore a 55 anni in stato di disoccupazione”. La prima reale ipotesi è perciò quella di raggiungere con il beneficio circa 600mila famiglie, fino a 1,8 milioni di persone, ha assicurato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. In particolare 500mila minori, cioè la metà del milione di bambini che versa in condizioni di assoluta miseria. Quindi già in partenza sappiamo che ad andare bene su 4,6 milioni di avente diritto circa il 30% può sperare di usufruirne e tutti gli altri? Che pure ne avrebbero diritto? (divide et impera?).
    POVERI NOI, POVERA ITALIA. IN CHE MANI SIAMO FINITI

    Reply
  6. Leggere che:
    Il CNEL IN 60 ANNI DI VITA HA PRODOTTO 14 PROPOSTE DI LEGGE TUTTE RIMASTE TALI E SI CALCOLA CHE FINO AL 2O14 E’ COSTATO CIRCA 19 MILIONI DI EURO ALL’ANNO DIMINUITI A 5 -10 MILIONI GRAZIE AI TAGLI. MI HA LASCIATO SENZA PAROLE E A VOI?

    Reply
  7. MENTRE L’ITALIA RESTA FOSSILIZATA
    La Francia di Macron passa alla contrattazione aziendale
    Di Riccardo Sorrentino 31 agosto 2017
    Il primo ministro francese, Edouard Philippe, e il presidente francese Emmanuel Macron
    Contrattazione aziendale e fine della «discriminazione sindacale». È questo lo schema che sorregge la riforma francese del codice del lavoro, che il primo ministro Edouard Philippe considera equilibrato. «È la fine del contratto di lavoro», è stato invece il commento di Philippe Martinez, segretario della Cgt, il secondo sindacato del paese, che conferma lo sciopero generale proclamato per il 12 settembre, al quale non parteciperanno però la Cfdt e Force Ouvriére, che hanno adottato posizioni più sfumate.
    Il presidente del consiglio, pur ritenendo sane le differenze di opinioni, non intende cedere alle pressioni. «Abbiamo ricevuto un mandato sulla riforma del lavoro», ha detto Philippe riferendosi alla campagna per le elezioni legislative. I decreti delegati presentati ieri in conferenza stampa dal primo ministro e dalla ministra del lavoro, Muriel Pénicaud, entreranno dunque in vigore tra un mese: saranno presentati al consiglio dei ministri il 22 settembre, per dar tempo alle organizzazioni sindacali e padronali di elaborare i propri pareri – ed eventualmente di apportare correzioni «marginali» – ed entreranno in vigore a fine mese dopo la firma del presidente Emmanuel Macron. La nuova disciplina dovrebbe andare a regime nella primavera del 2018, anticipando un po’ i tempi inizialmente previsti. 28 giugno 2017
    Macron avvia la riforma del lavoro per decreto
    L’idea di fondo è una riforma complessiva delle relazioni sindacali, una «trasformazione del codice del lavoro – ha detto Pénicaud – di dimensioni ineguagliate», per spostare le contrattazioni più vicino all’azienda. I negoziati aziendali diventano prioritari, e saranno affidati a un organismo unico, il Comitato sociale ed economico. Con l’obiettivo di evitare di alterare gli equilibri tra le parti sociali, le norme prevedono un rafforzamento delle garanzie per rappresentanti eletti e rappresentanti dei sindacati: «La discriminazione sindacale è inaccettabile»ha aggiunto Pénicaud che ritiene di aver affrontato anche il tema del calo delle “vocazioni” tra i rappresentanti dei lavoratori, prevedendo norme su formazione e garanzie anche economiche.
    Le grandi organizzazioni dei lavoratori, in realtà, sono chiamate a svolgere il loro lavoro solo nelle aziende con più di 50 addetti (e non 300, come chiedevano gli imprenditori); mentre in quelle più piccole, che occupano più del 50% della forza lavoro francese, le trattative saranno svolte con un rappresentante eletto tra i lavoratori o, nelle imprese con meno di 20 addetti, con tutti i dipendenti. Solo il 4% dei delegati delle organizzazioni sindacali è del resto presente oggi nelle piccole e medie aziende.
    Gli accordi aziendali potranno riguardare stipendi – ma in Francia esiste il salario minimo – premi di anzianità, tempi e orari, organizzazione del lavoro e saranno sottoposti a referendum. Dal primo maggio 2018, saranno validi se adottati da sindacati che rappresentino almeno il 50%, e non più il 30% degli addetti. Su tempi di lavoro, remunerazioni e mobilità il governo intende varare anche degli “accordi di competitività”, semplificati ma comunque adottati a maggioranza dei lavoratori.
    CORRELATI EUROPA 30 agosto 2017
    «Loi travail», Macron va avanti sulla riforma
    I contratti collettivi non scompaiono, in ogni caso, per rispondere alle esigenze delle aziende più piccole che non possono permettersi ampi negoziati. Potranno, per esempio, determinare durata, numero dei rinnovi, il periodo di latenza dei contratti a tempo determinato.
    È stata introdotta la regola che impone ai giudici di non tener conto della situazione internazionale di un gruppo, ma solo di quella francese, nei casi di licenziamento collettivo, mentre le indennità di licenziamento sono state aumentate al 25% dello stipendio mensile per anno di attività, dall’attuale 20%. È stato inoltre introdotto un tetto massimo anche per i danni da riconoscere in caso di licenziamento illegittimo: 10 mesi di stipendio, per esempio, per chi ha un’anzianità aziendale di 10 anni, 20 per chi ne ha una di 30 e più anni.
    Le nuove norme pongono anche le basi per una cogestione alla francese, mentre disciplinano e tutelano il telelavoro. Un osservatorio sui negoziati completa il quadro.
    Philippe non si illude che questa riforma possa da sola dare una svolta al problema della disoccupazione, che in Francia raggiunge il 9,8%. «Sappiamo – ha detto durante la conferenza stampa – che il diritto del lavoro non è la prima causa di disoccupazione in Francia, ma sappiamo anche che se vogliamo andare avanti sulla questione del lavoro, dobbiamo trattare tutta la questione della disoccupazione»; e i vincoli posti dal diritto, ha spiegato, spesso frenano la domanda di lavoro, insieme all’incertezza sulle norme da applicare e sull’esito delle eventuali controversie. Il governo intende in ogni caso ridurre i contributi di lavoratori e imprese e quindi il costo del lavoro, mentre varerà nuovi programmi per la formazione dei lavoratori.

    Reply
  8. PENSIONI APPELLO DEL CNEL CONTRO LO STOP DELL’AUMENTO DELL’ETA’
    Si cominciano a capire i retropensieri che stavano dietro la riesumazione del cnel
    No allo stop dell’aumento automatico dell’eta’ pensionabile dal 2019 per effetto dell’adeguamento all’aspettativa di vita. Gli esperti interpellati dall’Agi concordano: il sistema non si tocca e il governo deve tenere duro di fronte al pressing dei sindacati. “Non si puo’ alterare questo meccanismo – spiega il neo presidente del Cnel, Tiziano Treu – non sono favorevole.
    L’adeguamento dell’eta’ pensionabile all’aspettativa di vita deve rimanere perché, a parte i costi, e’ un sistema che vale in tutta Europa ormai e che non può essere modificato poiche’ c’e’ un contingente rallentamento dell’andamento della longevita’. Sono meccanismi delicati, non si possono toccare impunemente, al di la’ dei costi. Capisco che ci siano delle spinte ma e’ una visione miope contingente”. “Sono contrario alla questione di bloccare l’adeguamento dell’eta’ pensionabile all’aspettativa di vita e mi auguro che il governo tenga duro”, rincara la dose Giuliano Cazzola. Anche il giuslavorista Pietro Ichino si dice contrario: “La riforma delle pensioni del 2011, che ha completato quella del 1995 estendendola anche alle mia generazione e istituendo l’aumento automatico dell’eta’ pensionabile in relazione all’aspettativa media di vita, e’ una delle cose piu’ importanti che l’Italia possa vantare nell’ultimo quarto di secolo. Soprattutto sul piano dell’equita’ intergenerazionale: sono i giovani di oggi a portare sulle spalle l’enorme debito pensionistico accumulato dalla mia generazione”. Per il senatore, “la ‘spesa sociale’ dello Stato non deve più servire per ripianare un deficit del sistema pensionistico, che non ha di per se’ alcuna giustificazione sociale; deve invece indirizzarsi alle vere situazioni di indigenza e di bisogno”. Suscitano, invece, prudente interesse, negli esperti, le ipotesi allo studio del governo per garantire una sorta di paracadute ai giovani con carriere discontinue che rientrano nel sistema contributivo, che consenta di avere una pensione minima di almeno 600 euro e la possibilità di uscire prima dei 70 anni di eta’ e con 20 anni di contributi avendo maturato un trattamento pari a 1,2 volte l’assegno sociale invece delle 1,5 volte attualmente previste.”E’ un’opzione praticabile abbassare da 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale a 1,2 il coefficiente mentre sarebbe molto rischiosa la riduzione del parametro del 2,8″ previsto per gli attuali pensionandi, spiega Cazzola. “La prima operazione – aggiunge – salvaguarda l’eta’ pensionabile prevista per la vecchiaia che va avanti secondo i requisiti. Una riduzione drastica avrebbe costi enormi e un ritocco non so a cosa possa portare. Considero quindi questa seconda ipotesi molto rischiosa e sostanzialmente finirebbe per riaprire anche nel contributivo un pensionamento di anzianità”. Per Cazzola, il parametro di 2,8 va “salvaguardato.
    Per chi si trova in una situazione di necessita’, anche nel contributivo, se sarà confermata l’Ape social potrà andare in pensione a 63 anni e rotti se ha i requisiti dei 20 anni di contributi pero’ mettendo insieme anche un’esigenza che puo’ essere il lavoro disagiato, la disoccupazione. Se invece si dovesse ritoccare il coefficiente del 2,8 si andrebbe a modificare l’Ape volontaria, si andrebbe in pensione invece di prendere un prestito”.Dal suo canto Ichino esprime “qualche perplessità” rispetto alla proposta di ridurre il coefficiente da 1,5 volte a 1,2 l’assegno sociale perché, osserva, “questo costituirebbe una deroga al principio fondamentale della corrispondenza tra contributi versati e pensione erogata. Mi parrebbe più opportuno – afferma – se il problema e’ quello di coprire i buchi contributivi dovuti alle carriere lavorative molto frazionate, intervenire sul versante della protezione assicurativa per il caso di disoccupazione”. Le ipotesi allo studio del governo trovano il consenso di Treu. “Mi sembrano proposte importanti perché – sottolinea – e’ vero che riguardano il futuro delle pensioni però sono dirette a correggere delle situazioni passate che creerebbero pregiudizio per il futuro dei giovani. Molti con il mercato lavoro attuale rischiano di non avere pensioni adeguate ed e’ una variante di proposte che avevamo fatto anche noi in passato”. In particolare, secondo l’ex ministro del Lavoro, anche la richiesta avanzata dai sindacati di riduzione del parametro pari al 2,8 l’assegno sociale e’ “giusto che si sia posta. Credo che il governo debba approfondirla – prosegue – mi pare una forma intelligente, costa meno sicuramente di vecchie ipotesi che avevamo fatto noi ma risponde alla stessa esigenza di dare un po’ più di garanzia sul futuro”. Infine gli esperti concordano nell’incentivare la previdenza complementare e considerano interessante la possibilità di svincolare la Rita, la rendita integrativa temporanea anticipata, dall’Ape, l’anticipo pensionistico, favorendo le adesioni attraverso la detassazione.
    “Credo che un’operazione che usi la previdenza complementare non solo per dare 100-200 euro in piu’ a chi va in pensione ma per anticipare l’eta’ sia corretta e opportuna – dichiara Cazzola – sarebbe anche giusto ripensare alla tassazione dei rendimenti. Adesso sono tassati al 20% ed e’ eccessivo. Bisognerebbe ridurre il carico fiscale. Il costo c’é ma è una riduzione di entrate positiva perché favorisce il ricorso alla previdenza complementare”. Per Treu, “favorire la pensione complementare e’ obiettivamente una necessita’ anche e soprattutto riducendo il peso fiscale. E’ assurdo – osserva – far pagare di più l’accumulo previdenziale come se fosse un investimento speculativo. Erano anni che dicevamo che bisognava ridurre la tassazione per rendere piu’ appetibile la previdenza integrativa e si e’ fatto il contrario, sarebbe una correzione giusta. Non credo sia sbagliato mettere mano a questo sistema”.
    POVERA ITALIA, POVERA CISL, POVERI NOI IN CHE MANI SIAMO FINITI

    Reply
  9. pur condividendo tutte le riflessioni, corrette e pesanti, riguardanti le preoccupazioni per l’inerzia spaventosa e perversa dei vertici cislini ad ogni livello, io rifletto su un detto semplice: mentre il dottore studia…il malato muore!
    Non vi sembra il momento di agire?
    Anche l’inerzia, se prolungata e consapevole, diventa responsabilità!

    Reply
  10. E’ QUI CHE TI SBAGLI PERCHE’ E’ DAI TEMPI DI MARINI CHE E’ MORTO MA HANNO SAPUTO PRENDERCI PER… E’ STATO SOLO GRAZIE A FAUSTO CHE IL RE E’ DIVENTATO NUDO.
    SUL DA FARSI UN DETTO DICE CHI VUOLE FA CHI NON VUOLE CONSIGLIA. SE RITIENI CHE SI DEBBA E POSSA FARE DI PIU’ CHI TI TRATTIENE DAL FARLO?

    Reply

Commenti