La scelta di Pinuccio

Pinuccio Rustioni si è dimesso dalla Fai e dalla Cisl. Ed ha deciso di proseguire il proprio impegno per i lavoratori dell’agricoltura in provincia di Milano dentro ad un’altra organizzazione.

Non è il primo che ha fatto questa scelta, eppure poche notizie descrivono come questa la mutazione genetiche subita dalla Fai negli ultimi anni. Perché Pinuccio non è stato solo uno dei dirigenti più bravi della federazione, ma anche allievo e continuatore dell’opera di persone come Renzo Cattaneo e Pietro Massini. Nomi che dicono poco all’attuale gestione, e questo basta a dire quanto l’attuale gestione sia estranea alla storia della federazione.

Siccome veniva da quella tradizione, da un’idea di sindacato che deve servire ai lavoratori e non ai sindacalisti, Pinuccio ha saputo svolgere egualmente bene ruoli diversi e assumersi diverse responsabilità, sia quelle più prestigiose che quelle di base. Che poi sono la stessa cosa ed hanno la stessa dignità quando sai che il senso del tuo lavoro non è la tua carriera ma dare forza e voce alle persone che rappresenti. E farlo dentro alla Cisl vuol dire avere un’idea forte di sindacato come associazione, come luogo di incontro fra persone diverse unite da questa idea. Vuol dire promuovere un’idea della contrattazione come strumento di tutela di interessi concreti più che di affermazione di leadership o di ideologie.

In un’epoca in cui si grida al contratto “storico” ogni volta che si mette una firma qualsiasi e intanto le retribuzioni restano ferme, lui, con queste forti convinzioni e seguendo la strada dell’associazione, ha lavorato per la tutela in termini concreti delle famiglie di chi vive del lavoro, sapendo che queste decisioni è meglio prenderle a livello locale che nazionale. Nulla di “storico”, molto di utile a chi ne ha bisogno.

Evidentemente nella gestione attuale della Federazione gli erano  state precluse tutte le possibilità di continuare ad essere un sindacalista così. Evidentemente nella Fai di oggi un sindacalista così stona.

Quando uno così esce, vien da dire che della Fai c’è rimasto solo il nome sulla targa e l’indirizzo al quale recapitare la posta, ma è mutata la natura dell’organizzazione. E che la scelta di Pinuccio è un giudizio sulla Cisl attuale molto più chiaro di tanti discorsi.

Noi però, che rispettiamo la scelta del nostro amico come altre situazioni personali simili alla sua, riteniamo che non sia il momento del ‘tutti a casa’, ma sia il momento della chiarezza dei giudizi.

E allora salutiamo Pinuccio Rustioni riproponendo il documento intitolato “Il bivio” che il ‘Gruppo per la Fai’ ha preparato in occasione della stagione congressuale della Fai e della Cisl. Perché il bivio oggi non è tanto se restare in un’organizzazione o andare da un’altra parte, ma fra tornare ad essere sindacato-associazione (dentro a qualsiasi organizzazione ci si trovi), per dare voce ai lavoratori, o trasformarsi definitivamente in una casta, una burocrazia che vive sulle spalle di chi lavora. Quale che sia la sigla, e quale che sia stata la storia.

 

 

Il bivio

Il sindacalismo in Italia si trova ad un bivio: ripartire dal lavoro, e dalla rappresentanza del lavoro, o sopravvivere in una serie di apparati che hanno in sé stessi e nella propria perpetuazione l’unica ragion d’essere. Gli autori del presente documento, che hanno condiviso nella Fai la loro sta sindacale, sono convinti che per la Fai e per la Cisl il bivio, la decisione da prendere, arriva nel 2017. E la decisione che sarà presa dalla Cisl sulla strada da seguire potrebbe indicare la strada quella giusta o quella sbagliata, alle altre organizzazioni.

I – La Fai

1. La stagione congressuale che si apre nella Cisl vedrà la Fai riunita a livello nazionale per la quinta volta dal 2013 (congresso ordinario a Perugia 2013; assemblea congressuale all’Ergife 2014; conferenza organizzativa di Fiuggi 2015; congresso straordinario a Pomezia 2016; congresso ordinario 2017). Dei quattro appuntamenti precedenti, tre si sono conclusi all’unanimità; ma la verità sulla Fai l’ha detta il congresso del 2014 all’Ergife, e cioè che quell’unanimità non è vera quando non nasce da una sintesi reale, ed è il frutto di imposizioni dall’esterno.

Il successivo commissariamento come anche la gestione attuale che prosegue quella commissariale con altri mezzi sono segnati fin dall’origine da un’imposizione dall’esterno ad opera della confederazione; ed il risultato è una perdita di originalità e di autonomia della Federazione, azzerando volutamente la memoria della sua storia. Le difficoltà registrate nel rinnovo dei contratti provinciali degli operai agricoli, un livello dove la Fai era sempre stata l’elemento più dinamico e innovativo del sistema, ne sono in queste settimane la dimostrazione più chiara.

2. Né si tratta solo del problema agricolo, è tutta la linea della Fai a non essere più seriamente distinguibile per un verso dalle generali indicazioni confederali (che, per definizione, non possono dare risposte alle specifiche domande dei lavoratori di ogni settore) e per altro verso dalle posizioni assunte unitariamente con la Flai e la Uila, all’insegna di un’unità senza dialettica interna che sta costando cara alla federazione: la Fai che un tempo contendeva alla Flai il primato si trova superata dalla Uila, a livello nazionale ed in molti ambiti dove era tradizionalmente forza trainante.

Le radici di questa incapacità di rappresentare una proposta sindacale originale non sono da ricercare solo in quel che è successo a seguito del commissariamento del 31 ottobre 2014: ma certamente da allora questa perdita di originalità si è accelerata ed è stata anzi perseguita con tenacia: a cominciare dalla soppressione di tutti gli strumenti culturali e formativi che servivano ad alimentare quella originalità.

Il tutto a vantaggio delle altre organizzazioni.

La Flai-Cgil detta l’agenda all’azione unitaria, come si vede con la mobilitazione sul piano legislativo che ha provocato le resistenze e gli irrigidimenti della parte datoriale per il rinnovo dei contratti provinciali agricoli; col risultato di rimettere in discussione quell’assetto contrattuale che la stessa Flai aveva subito e la Fai aveva costruito nel 1995.

La Uila-Uil continua a rafforzarsi grazie alle risorse personali e alle posizioni sindacali che la Fai sta abbandonando e grazie ad una situazione in cui al lavoratore non sono proposte le motivazioni ideali che dovrebbero essere alla base della distinzione fra le organizzazioni.

3. La vicenda dell’unificazione (fallita) della Fai con la Filca, progettata all’insegna di un sindacato non più radicato nei luoghi di lavoro e nei territori ma erogatore di servizi, è esemplare di cosa succede quando un’organizzazione sindacale abbandona la propria identità rappresentativa per inseguire progetti organizzativi che sono nell’interesse del proprio apparato più che in quello di chi deve essere rappresentato: la Fai si è indebolita, ha perso la propria autonomia dentro alla Cisl aprendo la via del commissariamento ed ha indebolito la propria autorevolezza nei confronti delle altre organizzazioni, anche datoriali. Ed a distanza di due anni, ed in particolare dopo i diciotto mesi di commissariamento che sono serviti al commissario per farsi eleggere segretario generale, non è nemmeno chiaro se il progetto dell’unificazione sia ancora vivo o no.

Di tutto questo tempo, l’unico documento politico significativo prodotto dalla Fai è la relazione del commissario al congresso straordinario del 13-14 aprile 2016. Significativo soprattutto di come il commissario ha gestito il potere in questo periodo: con molti slogan di conio confederale e roboanti affermazioni autocelebrative, dietro alle quali nascondere il rifiuto di rispondere alla più semplice delle domande: perché la Fai è stata commissariata? Ovvero, perché gli organismi associativi democratici, che erano pienamente legittimati ad esprimere una nuova dirigenza al posto di quella dimissionaria dopo il congresso del 2014, sono stati sciolti d’autorità?

4. Non potendo dare risposte precise, con fatti e circostanze, a questa domanda si è fatto ricorso al trucco manicheo del “nuovo che avanza” e della condanna del “vecchio”; a dispetto del fatto che molto di vecchio è rimasto anche nella “nuova” Fai (a cominciare da molti che avevano avuto responsabilità politiche e patrimoniali nella precedente gestione, a differenza di altri che sono stati o si sono allontanati). Il tutto condito con una retorica sulla trasparenza nei comportamenti di cui il commissario non ha dato alcuna dimostrazione relativamente ai suoi compensi nel periodo in cui era segretario confederale (compensi che Fausto Scandola ha rivelato essere stati superiori alle indicazioni del regolamento confederale) e relativamente al fatto che dalla sua busta paga risulta dipendente in distacco dall’Anas nonostante che dal suo curriculum pubblicato sul sito della Fai non risulta aver mai lavorato presso questa azienda. Questioni sulle quali, dopo la vicenda Bonanni e quello che ne è seguito, nessuno si può permettere di non dare risposte se non perdendo il diritto ad essere considerato minimamente credibile.

5. Alla mancanza di trasparenza personale corrisponde anche una serie di dubbi rimasti senza risposta sul piano delle decisioni organizzative della gestione commissariale: perché la tenuta della contabilità della Federazione è stata data in appalto all’esterno? E perché fin dai primi mesi del commissariamento è stata chiusa la Fondazione Fisba-Fat (che aveva come principale compito la salvaguardia dell’identità storica della Fai) sostituendola con una fantomatica “Fondazione Fai Cisl-Studi e ricerche” che non ha mai fatto studi né ricerche, e della quale si è parlato solo in occasione della raccolta del 5 per mille? Perché si è tentato di cancellare ogni forma di controllo sulla gestione delle risorse della nuova fondazione, provocando la bocciatura del suo statuto da parte della Prefettura di Roma in data 11 febbraio 2015?

II – La Cisl

1. La vicenda del commissariamento della Fai è esemplificativa di come nella Cisl si sia alterato e pervertito il rapporto fra i livelli dell’organizzazione. Rapporto che dovrebbe essere imperniato sulla centralità della persona e quindi costruito su di una pluralità di livelli organizzativi articolati secondo un criterio di tipo sussidiario. Dal basso verso l’alto, non dall’alto verso il basso.

Al posto di questo sistema, si è affermato un controllo totale del centro sui livelli periferici, che, combinato alle scarse capacità di leadership della segretaria attuale e ad un abbassamento della sensibilità ai limiti giuridici ed etici del potere che Fausto Scandola ha avuto il merito di svelare, ha prodotto lo scandalo di una Cisl dove tutte le decisioni negli organismi sono prese in forza di una fittizia unanimità mentre la lotta politica si fa attraverso ricatti e lettere anonime invece che negli organismi democratici.

2. Il mancato chiarimento sul modo in cui Raffaele Bonanni è stato costretto a lasciare in anticipo la segreteria, e dopo l’uscita di Bonanni la mancata chiarezza sulle questioni sollevate da Fausto Scandola in base a documenti mai smentiti relativi anche al segretario generale Annamaria Furlan, significano ormai che questo gruppo dirigente non vuole o non può fare chiarezza.

Risulta così pregiudicata la natura della Cisl come confederazione di sindacati dotati di autonomia. Risulta pregiudicato il patrimonio ideale elaborato negli anni della fondazione del sindacato nuovo, come dimostra la sottoscrizione del documento con Cgil e Uil nel quale l’attuazione dell’articolo 39 della Costituzione – sempre rifiutata dalla Cisl – è evocata per ben due volte. Risulta pregiudicata la trasparenza sui comportamenti del gruppo dirigente, che è premessa indispensabile alla responsabilità democratica verso gli iscritti. E risulta pregiudicata anche l’incisività politica della Cisl, che ormai si limita a fare da sponda ai governi nei periodi in cui la Cgil si mette all’opposizione.

III – Il sindacato in Italia

La crisi della Cisl si colloca a sua volta in quella che, a ragione, la Civiltà cattolica ha definito “la notte del sindacato”. Una notte che non riguarda solo le organizzazioni dei lavoratori ma coinvolge pienamente la rappresentanza delle imprese.

L’involuzione della Cisl non nasce solo da motivi interni, ma è figlia anche di un’involuzione generale che vede i sindacati, compresi quelli datoriali e di impresa, staccarsi dalla base di riferimento, cioè i lavoratori, le imprese e la rappresentanza dei loro interessi, e farsi corporazione che si alimenta attraverso forme di contribuzione diversa dai versamenti dei soci; ad esempio attraverso la bilateralità, e normative di sostegno a queste forme che permettono di drenare risorse dai lavoratori, iscritti o meno, e di redistribuirle fra le organizzazioni.

Il “trentanovismo” riscoperto dai sindacati italiani e fatto proprio dalla Cisl ha anche questa motivazione di garantirsi, con contratti erga omnes, le fonti di finanziamento attraverso i servizi. Come abbiamo sentito ripetere tante volte da Mario Grandi, quello che si prefigura quando ci si mette su questa strada è un destino da ente parastatale, garantito da un adeguato finanziamento pubblico.

IV – Il sindacalismo ad un bivio

Di fronte a questo scenario, nella Cisl e nella Fai c’è il rischio che i rispettivi congressi del 2017, invece di essere chiamati a fare le scelte necessarie, siano ridotti ad un momento di redistribuzione del potere interno, risolvendosi in momenti di suggello dei nuovi equilibri, di rafforzamento delle leadership e di seppellimento della questione morale sollevata anche di fronte all’opinione pubblica che anch’essa aspetta, finora invano, risposte credibili.

Per questo, il 2017 è l’anno in cui la Cisl arriva ad un bivio, che è lo stesso al quale stanno arrivando tutti i sindacati e le organizzazioni di interesse. Ma la Cisl, che almeno in questo dimostra di aver conservato qualcosa del proprio passato, ci arriva prima degli altri e sembra destinata a fare da apripista: se prenderà la strada del ritorno alla rappresentanza potrà essere battistrada di una rigenerazione anche per le altre organizzazioni; ma se si farà trascinare dall’inerzia sulla strada seguita finora, rischia di fare una fine non molto diversa da quella fatta dai grandi partiti all’inizio degli anni ’90. Solo che, in questo caso, la fine avverrà più per consunzione lenta che per improvviso collasso.

Chi ha ancora interesse ad un esito diverso, sia come azione sindacale che come leadership nell’organizzazione, deve organizzarsi per tempo. Non è più il momento di stare nascosti ed aspettare il prossimo giro di carte sperando che ti capitino quelle buone, quando l’asso di briscola resta in mano a qualcun altro.

E’ il momento della chiarezza e delle decisioni di fronte alla propria coscienza e alla storia: della responsabilità verso un passato verso il quale abbiamo il dovere di non disperdere il patrimonio che abbiamo ricevuto, e della responsabilità verso un futuro che non potrà essere migliore del presente senza la forza del lavoro organizzato in sindacati liberi e responsabili.

GRUPPO per la FAI – dicembre 2016

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16 Commenti - Scrivi un commento

  1. Per capire come è messa veramente la cisl bastava frequentare un po le assemblee congressuali; vi assicuro che, quanto letto su questo blog e cioè che in molte non erano presenti neanche tutti i candidati è vero in alcuni casi le candidature sono state acquisite pe r telefono durante l’assemblea ammesso che fosse vera la telefonata. Perchè dopo il casodi Napoli dei disabili candidati a loro insaputa mi viene il dubbio che l’inventore del metodo potrebbe essere un anonimo vignaiolo originario di quelle zone

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  2. Ha fatto bene, visto che la giustizia latita, è che chi può si salvi. Questa non è più la cisl dei fondatori ma una banda autoreferenziale!!! Pubblichino i patrimoni personali e familiari di ogni dirigente e ne scopriremo delle belle.

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  3. L’occupazione è in calo, molti lasciano la Fai per passare alla Uila, eppure gli iscritti alla Fai crescono del sette per cento. Qualcuno mi spiega questo mistero?

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  4. L’interessante documento della fai “il bivio” è un chiaro esempio di come si dovrebbe affrontare un congresso, intanto scindere la parte più strettamente di politica sindacale che come minimo dovrebbe svilupparsi secondo un percorso che preveda:
    1) analisi del lavoro fatto e del raggiungimento o meno degli obiettivi col quale si era chiuso il precedente; eventualmente proponendo modifiche, aggiornamenti e cancellazioni delle cose che eventualmente hanno tradito le aspettative.
    2) Analisi della situazione sociopolitica che si è determinata nel quadriennio e prospettive della possibile evoluzione nei prossimi 4 anni;
    3) Proposte politiche sul come affrontare il nuovo che avanza

    Per quanto riguarda l’aspetto più propriamente organizzativo: partendo dalla struttura venuta fuori al congresso precedente una relazione dettagliata degli eventi che hanno investito l’organizzazione con particolare attenzione a: dimissioni di Bonanni; allo scandalo denunciato da Fausto; a quello legato ai falsi iscritti di Faverin e a seguire lo scandalo IAL, che ha investito la cisl dalle alpi alle piramidi, l’altro del Lazio e poi del vignaiolo toscano pare di origini casertane del Beato stradino che fa miracoli aumentando gli iscritti mentre diminuiscono i lavoratori nel settore e aumentano i dimissionari dalla cisl che passano alla Uil

    In realtà penso che nulla di tutto questo, sostanzialmente accadrà, formalmente qualche passaggio pindarico giusto per poi poter dire che se ne è parlato in congresso ma non illudiamoci di far tornare l’udito a chi ha deciso di fare il sordo. Tutto si svolgerà stancamente con interventi fotocopiati volti ad incensare Crudelia e i suoi compari che annoiati e spocchiosi come si conviene a dei boss eternamente al telefono d’altra parte i sudditi devono sapere del loro eterno impegno per giustificare i conseguenti stipendi. Quando con immane sacrificio il presidente dell’assemblea chiude gli interventi preannunciando le conclusioni il mortorio riprende vita. Come per incanto la sala si riempie i baciapile rigorosamente tutti in prima fila pronti ad applaudire, ad ogni cazzata che viene detta dal padrone di turno fino a sfociare nella stand ovation riservata alla divina che non strappa solo applausi ma come nella più collaudata sceneggiata napoletana strappa lacrime e deve essere protetta dagli uomini della scorta per evitare che in cambio delle lacrime non gli strappino qualche reliquia.
    E tutto finisce in gloria lasciando le cose, se possibile peggio di com’erano all’inizio perché questi il bivio l’hanno superato senza neanche vederlo; la strada che hanno imboccato dai tempi di Bonanni non prevede bivi, al massimo qualche curva ma è già una eccezione.
    Pertanto rispetto alla giusta proposta iniziale di scegliere tra: ripartire dal lavoro, e dalla rappresentanza del lavoro, o sopravvivere in una serie di apparati che hanno in sé stessi e nella propria perpetuazione l’unica ragion d’essere. Penso la seconda ipotesi è quella che hanno sempre e solo avuto in mente.

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  5. Non ce ne è bisogno è da qualche decennio che le statistiche e relazioni di istituzioni un tempo gloriose ci raccontano e presentano dati che poi alla prova dei fatti si dimostrano falsi o quanto meno male interpretati ed esposti. La realtà dell’agricoltura italiana la conosco molto bene ed in particolare quella legata alla produzione del latte prova a parlare con qualche agricoltore e vedi un po cosa ti dice di fare dei dati delle agenzie.

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  6. L’amico anonimo di qualche commento fa si chiedeva perché nonostante le “emorragie” in particolare verso la UIL, gli iscritti alla FAI aumentano del 7%. Spiegazione dell’enigma (gonfiamenti a parte): gli iscritti alla UGC vengono considerati pari pari iscritti alla FAI, ovviamente a costo zero, cioè senza pagare le tessere-verificare per credere,ma fidatevi, È VERO. Ora, cari sostenitori del e degli insostenibili costruttori di case di vetro, come la chiamate questa cosa, e visto che rilevate infastiditi che si ripetono sempre le stesse cose

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  7. Ringrazio della precisazione e domando alla postina che parla di casa di vetro come mai in questo caso non scatta il commissariamento come è avvenuto per Faverin?

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  8. Perché non proviamo a chiederlo alle cariatidi, ossia gli improbabili, asserviti probiviri della CISL, che in particolare negli ultimi due anni hanno infangato tale nobile funzione in TUTTE le vicende nelle quali sono stati coinvolti (Scandola-FAI-FP-USR CAMPANIA etc…) e con a capo quel campione che risponde al nome di Carlo Biffi? Chi se ne prende carico? Vi prego, facciamolo

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  9. Pier Luigi Trivelli · Edit

    Sinceramente non conosco la FAI, ma conosco abbastanza bene la FP. Detto questo sono sconcertato che un così bravo sindacalista dal cuore generoso come Pinuccio sia così attaccato alla trasparenza da lasciare la CISL per la UIL. Di mercenari senza cuore e anima è pieno il mondo, ma quando ciò avviene non è certo da ammirare. Ho avuto anch’io questa tentazione per un gesto di rivalsa nei confronti dei miei “superiori”, gli onnipotenti della FP, ma ho trovato intorno a me amici che mi hanno richiamato al dovere verso chi mi aveva accompagnato in un percorso sindacale proficuo e molto bello. Ho riflettuto, e dopo l’amarezza dei primi giorni, ho raccolto l’invito e sono rimasto per combattere la mia e la nostra battaglia all’interno della FP. Ho rinunciato a partecipare ai congressi, ma ho lavorato e lavorerò per garantire una sana riostruzione della FP. Se non ci riuscirò pazienza, ma avrò la coscienza a posto e potrò essere orgoglioso di non essere diventato un capitano di ventura venduto al concorrente, e che concorrente.

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  10. Caro luigi ho condiviso sempre i tuoi interventi ma questa volta per quanto riguarda Pinuccio no e spiego il perchè. Non ritengo appropriato dare a Pinuccio del mercenario a chi lascia la cisl per un’altra organizzazione perchè lo sarebbe se la scelta fosse fatta a parità di rispetto delle regole e il denaro fosse l’unica discriminante. ma qui non è così anzi ritengo che a fine congresso anche noi dovremmo fare una valutazione dei risultati ottenuti o non e abbandonare la cisl lasciando libero ognuno di comportarsi come crede. Che senso ha rimanere in una organizzazione che sfrutta il tuo buon nome e lavoro per poi trattarti come sappiamo convinti che una bugia ripetuta più volte diventi automaticamente una verità?

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  11. Intervengo solo per senso di giustizia, sapendo quanto siano abili e scaltri i “potenti” della Cisl nelle calunnie e nelle insinuazioni.
    E’ una storia triste, molto, amico Trivelli, ma non brutta come temi tu.
    Sulla fusione con la FILCA Pinuccio era stato l’unico sincero (gli altri fingevano) nel difenderla, o almeno a non vederla di malocchio: secondo lui avrebbe aiutato la presenza sul territorio decisiva nel settore agricolo come in quello edile. Certo, poi sul commissariamento aveva detto che sarebbe stato meglio non farlo e lasciare alla Federazione, o meglio al suo legittimo consiglio generale, la scelta della nuova linea e della nuova dirigenza: ma a parte questa personale “opinione” espressa, ricordo, chiaramente e pacatamente a tutti, e aveva assicurato al commissario e alla sua nuova dirigenza…lealtà e collaborazione piena.
    E così ha fatto. Nei mesi, anni successivi aveva accettato tutto, purché gli lasciassero il suo amato rapporto con i lavoratori, iscritti, capilega, amici. Accettava anche di non esser delegato al congresso nazionale (pur rappresentando metà e forse oltre… della FAI di Milano). E così anche dopo, quando per ordini superiori, un giovane rampante (quasi sconosciuto ai lavoratori ma fedele a Roma e al regionale) veniva nominato segretario generale della FAI di Milano, chiedendo di poter continuare nel lavoro di base, e reclamando rappresentanza adeguata agli iscritti veri e alle vere aziende che in lui e nei suoi si riconoscevano. Ovviamente non fu accontentato, ma rimase.
    Poi, improvvisamente, smentendo ogni accordo, alla vigilia di questo Natale, la notizia bomba: lui era bravo, gli dissero i rampanti, i lavoratori lo amavano, i suoi iscritti agricoli, del verde e delle pmi alimentari… erano in continua crescita ma… “non era in sintonia col segretario generale”, e quindi…doveva andarsene dalla FAI “ma”… “non si preoccupasse”, perché “gli avrebbero trovato una sistemazione”. E con lui doveva andarsene anche il pensionato (operatore volontario) che lo affiancava, mitica figura sindacale della Milano agricola, amato da tutti, e con lui dovevano mettersi da parte prima o poi gli oltre 20 operatori e capilega di zona compresi quelli del Direttivo FAI…da decenni in azione a sud di Milano tra i lavoratori fissi e specializzati della nuova agricoltura e nelle nuove PMI alimentari, vero polmone della FAI, ben oltre la solita previdenza. Al posto loro, la nuova FAI: giovanotti rampanti e obbedienti nominati dall’alto, sconosciuti ai lavoratori e di altre zone e altri settori e ambienti… ma che importa? Erano, loro sì, “in sintonia”. Insomma una “pulizia etnica”.
    E così loro, i vecchi agricoli, della vecchia Cisl dei valori si son riuniti, tutti assieme, ed han deciso di uscire da quella Cisl: nelle discussioni dicono che pensavano, addirittura, di formare un piccolo “sindacato autonomo” ma era difficile, molto, impossibile nei fatti: così l’offerta della UILA, organizzazione mai esistita in quel territorio, chiedendo solo larga autonomia e sostegno esterno. Ecco così spiegato quello che sta succedendo in questi giorni, centinaia di disdette, recapiti in posti di fortuna, confronti a viso aperto e di contro calunnie, insinuazioni, intimidazioni, azioni legali, ecc.
    Una storia triste, certo, figlia di una gestione scellerata della FAI, come si sta facendo in silenzio in decine di altre realtà nei territori , in queste brutte settimane congressuali. L’importante è vincere, cosa volete che importino poche centinaia di iscritti, un pensionato, ina ventina di operatori di base…la nuova FAI confederale continua per la sua strada.

    Una storia incomprensibile, Trivelli, certo, per una sana storia sindacale. Ma non è così.
    E io/tu, altri… forse non avrebbero fatto lo stesso: forse, ma lascia stare le accuse di mercenario, né a lui né ai suoi amici. Si tratta di ben altro.

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  12. Sottoscrivo questi ultimi interventi dalla A alla Z e aggiungo che anche in altri territori sta accadendo la stessa cosa per la Fai ma non solo. Di fatto la storia di rampanti sconosciuti che dettano legge nei congressi è largamente diffusa si tratta dei cloni dello sbarra ovvero gente che prima è entrato nel sindacato e poi si è iscritto a qualche categoria senza mai lavorare ma per avere la possibilità di condizionare i lavoratori veri della categoria che trattati nel modo che sappiamo hanno abbandonato e continuano. Cosa che a loro non disturba, perchè meno sono meglio si godono i loro privilegi senza rompiballe. Oramai questi rampanti in quanto a borìa e alterigia superano abbondantemente la postina e perfino il Marchese del Grillo. praticamente sono i sindacalisti del domani, Ahi! Ahi! Ah! madame la marchese al suo posto non dormirei sonni tanto tranquilli. Tutti a casa dovete annà anzi più precisamente in galera che vi si addice di più
    Viva la cisl libera

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    1. Pier Luigi Trivelli (Orlando affaticato) · Edit

      Ho già risposto ad un altro articolo, che le attribuzioni forti di mercenario o di capitano di ventura sono un mio modo di affrontare le questioni. Non conosco Pinuccio, so del congresso che doveva sancire l’unificazione Fai Filca e del botto dell’ultimo momento. A quanto mi dicevano la Filca non era in buone acque dal punto di vista finanziario. Capisco il concetto che hai e che avete espresso in molti, ma non posso concepire un passaggio ad un’altro sindacato. Io mi arrabbio, mi viene la pressione alta, ma non voglio lasciare il mio sindacato, quello che fu di mio padre, di mio zio e di mio cugino. Vorrei poterlo cambiare anche se non è facile ed i paletti messi negli ultimi anni sono troppi. Io ho iniziato a leggere qui perché in alto c’è lo stemma della Cisl, perché con tutte le nefandezze è la mia casa, non andrei da nessuna parte se non in un soggetto nuovo che fosse determinato dall’unità sindacale. Tornando ai mercenari devo aggiungere una spiegazione alla mia irritazione. Nel mio territorio la Uil ha fatto proseliti in casa cisl, facendo leva su operatori pagati a progetto. Venuto meno il progetto gli operatori/dirigenti sono andati alla Uil per mantenere il badge, forse questo mi ha portato ad esagerare facendo di tutta un’erba un fascio, ma voi questi come li chiamereste?

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      1. Hai ragione ad osservare che il logo di questo sito indica che noi parliamo della Cisl e vogliamo essere una voce critica da dentro, non da fuori e non per preparare il terreno ad altri. Molti di noi sono anche meno disponibili di te a mettere la prospettiva dell’unità sindacale davanti alla Cisl.
        Questo però non toglie nulla al rispetto che sentiamo per una scelta difficile fatta da un amico. Una scelta che ha l’ulteriore merito, e qua ci riferiamo a persone dentro alla Fai, di togliere molti alibi a chi magari brontola ma poi dice ‘tanto non cambia niente’.
        E invece le cose cambiano sempre, dipende dalle scelte che si fanno. Anche quella di restare lasciando che la Fai deperisca è una scelta, e non necessariamente migliore di quella di chi ritiene che sia possibile continuare a lavorare in coerenza con le proprie convinzioni dentro ad un’organizzazione diversa.

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