Billancio di vent’anni dell’euro – di Luigi Viggiano

dal blog “il secondo 9 marzo. Libertà di discussione”

 

VENT’ANNI DI EURO HANNO TERREMOTATO L’UNIONE EUROPEA

Nel 1953 venne firmato un accordo sui debiti tedeschi decisamente magnanino per la Germania, e nel 1990, sempre alla ricca Germania, vennero cancellati ulteriori debiti (anche dalla Grecia e dall’Italia) per consentirle di gestire la riunificazione senza rischiare il default. Oggi invece, a noi italiani, non ci resta che prendere atto di come “i fratelli dell’unione, che sbagliando, considerammo maggiori ma non superiori” come: Germania, Francia, Inghilterra ecc. ci hanno ricambiato la cortesia considerandoci come terra di conquista da poter, molto democraticamente saccheggiare; usando non le armi tradizionali o la paura della bomba H ma semplicemente la super-finanza (tanto super da non temere ne la legge terrena, ne quella divina); il resto poi l’ha fatto la macchiavellica codardia di quella parte di italiani che privilegiano sempre e comunque l’interesse privato, (IL PROPRIO PARTICULARE) rispetto a quello pubblico.

Ci avevano detto che avremmo goduto di una “garanzia” capace di dare fiducia, perché i costi pagati, per far parte dell’eurozona, sarebbero stati pareggiati da: stabilità e sicurezza valutaria, che ci avrebbero fatto da paracadute, rendendoci stabili, in caso di crack!

Un quinto di secolo, mi è parso sufficiente, per approcciare un primo confronto dei risultati tra quello che “la politica prometteva allora!!! E quello che realmente ci ha dato o tolto poi (come italiani ed europei). Capisco che per molti, quel “tolto” possa stonare (penso per esempio al mio maestro delle elementari, che a metà degli anni cinquanta si commuoveva, coinvolgendo la classe, nel parlarci della CECA (comunità europea del carbone e dell’acciaio), da poco costituita, quale embrione di una futura Europa unita, al fine di scongiurare il ripetersi di simili tragedie. Ho ancora negli occhi e nella mente l’enfasi con cui il “Signor Maestro” (allora era buona educazione appellarlo così) ci coinvolgeva tutti, che ascoltavamo ipnotizzati da quelle parole, di certo grondanti di retorica, ma efficacissime nel farci sentire il pulsare delle vene, per la nascente Unione Europea, (la stessa sensazione che provavamo nel sentire o leggere la parola “PATRIA”.)

Che la Germania fosse il paese più avvantaggiato, con l’adozione dell’euro, l’ho sempre pensato e da semplice cittadino quale sono, soggetto a tutti i condizionamenti possibili: arcinoti, noti e meno noti, avevo fatto mia la risposta politica che circolava, circa un tacito accordo degli unionisti sul facilitare la riunificazione della Germania; cosa che di fatto si è realizzata, principalmente con due concessioni verificatesi in momenti ben precisi: una prima e l’altra dopo l’adozione dell’euro; andando però, ben oltre la semplice parificazione; (se questo è accaduto per merito dei politici tedeschi o per demerito degli altri) poco importa. Sta di fatto che, prima dell’introduzione dell’euro, con l’intendo di correggere il più possibile il disequilibrio esistente tra la Germania dell’ovest e quella dell’est fu consentita una significativa svalutazione del marco, così d’arrivare nelle migliori condizioni possibili all’adozione della moneta unica; è da qui che, a mio avviso origina il boom tedesco e la frana degli altri.

Che la riunificazione, fosse dovuta alla creazione di una moneta, solo apparentemente sopravvalutata lo si evince dall’andamento della bilancia commerciale tedesca perché, leggendo i dati relativi al suo andamento si scopre che, a partire dall’adozione dell’euro, questa differenza esplose a favore della Germania che, dopo un decennio di deficit nel 2002 vide la bilancia commerciale tornare all’attivo con un 1,9% del Pil.

Fu così che, la neonata Germania unificata, prese il volo, verso la conquista della leadership assoluta rispetto ai restanti Paesi dell’Unione. Intendiamoci la mia non è un’accusa semmai una invidiosa constatazione, alquanto stridente tra il valore complessivo dei politici teutonici e la politica, da loro perseguita con successo e quella invece, italiana, diametralmente opposta, praticata e testimoniata dall’interminabile sequenza di errori o presunti tali che di fatto hanno distrutto l’Italia, deindustrializzandola e svendendo tutto ciò che si poteva; ovviamente a prezzi fallimentari. Secondo i dati degli studiosi che hanno messo a confronto gli ultimi 17 anni di vigenza della lira e i primi 17 anni di vita dell’euro viene fuori una Italia che, in quanto Paese notoriamente manifatturiero, patì severamente il cambio troppo forte. Basta pensare che tra l’85 e il 2001 il nostro prodotto interno lordo era cresciuto di 482 miliardi di euro (+44%), tra il 2002 e il 2017 di soli 31, un misero + 2% in quasi vent’anni. Sempre tra l’85 e il 2001, anche le esportazioni, in termini reali, aumentarono del 136,3%. Dopo l’adozione dell’euro, del 40,9%, meno di un terzo.

Ritornando al prima e dopo euro, considerando che l’economia tedesca, come la nostra, si sono da sempre orientate all’export accadde che, prima dell’euro la Germania, con l’obiettivo d’unificarsi alla pari, giocò la carta della politica di rigore per arrivare al cambio alla pari per entrambi le monete nonostante le rispettive economie fossero molto diverse. Per questo fu attuata una politica inflazionistica che svalutò il valore del marco unificato e contemporaneamente una supervalutazione della lira che definire miracoloso è dir poco. Questo gioco di accelerazione e freno dell’inflazione è importantissimo perché se prima dell’avvento dell’euro era il mercato che riportava in equilibrio i prezzi delle valute; con la moneta unica il meccanismo, appena descritto, fu bloccato perché l’euro, non fu fatto per impedire all’Italia di svalutare, bensì per impedire alla Germania di rivalutare e ancor più per gonfiare il credito e il debito delle famiglie e delle imprese e poi anche degli Stati e delle banche. Prova ne è che negli anni della moneta comune l’indebitamento dell’economia nel suo complesso esplose, al punto che il rimborso del debito e degli interessi (complessivamente, da parte di famiglie, imprese, Stato) ha raggiunto il 70% del Pil! Questo è il vero motivo della la stagnazione economica in gran parte d’Europa e depressione in Italia. Tutt’altro dunque che, lo specchietto per allodole di voler limitare il debito pubblico, propagandato dai canali d’informazione. La realtà era ben diversa perché il debito ha continuato indisturbato la sua crescita perché il vero obiettivo era e rimane di far crescere il debito privato (di famiglie, imprese e banche) e quello pubblico. Di fatto dunque, con l’euro (una moneta senza stati) il potere economico è passato dagli Stati (rimasti senza moneta) alle grandi banche e alla finanza. Allora non è stato un caso se dal 2002 i conti esteri tedeschi continuano a crescere ininterrottamente. Come non lo fu che nei 16 anni che precedettero la nascita dell’euro, dall’ 86 al 2001, la Germania accumulò una enorme differenza negativa nel commercio estero si parla di ben 15 miliardi di dollari.

Contemporaneamente l’Italia conseguiva un avanzo di 69 miliardi. Se si confrontano questi risultati con quelli dei sedici anni successivi all’ingresso nell’euro, il saldo italiano con l’estero è in negativo di 160 miliardi, ma soprattutto la situazione appare fuori controllo. La Germania, infatti, in questo lasso di tempo ha incamerato dagli altri Paesi, quelli con cui commercia, un avanzo di 3.256 miliardi di dollari, 3mila miliardi di euro.

Il problema dell’eurozona dunque sta tutto qui: il Paese più prospero in realtà campa sulle spalle degli altri. La crescita del reddito in Germania è stata sostenuta dal denaro dei Paesi europei meno floridi. Fino al 2010, a rimorchiare il vagone tedesco ci hanno pensato: i cittadini dei Pigs (Portogallo, Italia Grecia e Spagna) che, finanziati dalle banche tedesche, acquistavano beni prodotti in Germania. Poi, tra il 2010 e il 2012, il giochetto si bloccò, le banche smisero di prestare denaro fuori dai confini nazionali ed è scoppiata la crisi.

In realtà secondo gli economisti la Germania ha adottato un modello di sviluppo noto come mercantilismo che prevede: bassi salari così da essere sempre più competitivi e vivere sulle spalle degli altri. Peccato però che un modello simile non può essere adottato da tutti perché ci deve essere sempre qualche Paese che accetta di utilizzare le proprie risorse per sostenere l’offerta di beni prodotti dall’industria tedesca.

Che lo sviluppo delle economie europee segua questa direzione appare chiaro dai dati relativi all’incidenza dell’export sul Pil. Perché più è alto il rapporto più si dipende dall’estero. Così se nell’86 l’export contava per il 18,7% del prodotto italiano e per il 21,3 di quello tedesco, nel 2017 la percentuale è salita al 31,3% e al 47,2%. Quasi la metà del reddito che si produce in Germania viene dall’estero.

Pensate che il surplus tedesco, nel 2017 è stato di 297 miliardi di dollari. Quasi il doppio di quello cinese, nonostante l’economia di Pechino sia grande quattro volte quella della Germania.

Però se la moneta unica ha fatto così bene alla Germania, lo stesso non si può dire per l’Italia che tra l’85 e il 2001 ha visto crescere le esportazioni poco meno di quelle tedesche (+9,4%). Un +2,2% di media tra il 2002 e il 2017 mentre la Germania tocca +6,7%. E come se non bastasse, dall’esame dei dati che vanno dall’86 al 2016 sul commercio tra Germania e Italia si evince che l’introduzione dell’euro, il nostro saldo peggiora a favore dei tedeschi. Nei 15 anni precedenti l’adozione della moneta unica, la differenza tra export e import nei confronti di Berlino è negativa per 69 miliardi di dollari. Nei quindici anni successivi addirittura di 227 miliardi. Di fatto si parla di un crescente travaso di denaro dall’Italia verso la Germania a causa di un tasso di cambio drogato: troppo debole per i tedeschi e troppo forte per noi. Questo è quello che i politicanti europei hanno saputo costruire. Di seguito riporto le intenzioni che animarono i padri nobili dell’Europa. Per essi: l’euro doveva servire a rendere irreversibile il processo di integrazione europea, un treno inarrestabile diretto verso le “magnifiche progressive sorti” di un luminoso futuro di pace e prosperità. Non è andata così. I Paesi ricchi sono sempre più ricchi, quelli poveri sempre più poveri. Per l’Italia il bilancio dei primi vent’anni di euro è drammatico. Il pil pro-capite è allo stesso livello del ’99, la disoccupazione gravita da sei anni attorno all’ 11%, la produzione industriale è ancora inferiore del 22% rispetto al picco del 2007. Gli altri Paesi del sud non stanno meglio. In Spagna i disoccupati sono il 17,2%, 4 milioni di persone, più del doppio del 2007. La Grecia ha perso 500mila abitanti tra il 2008 e il 2016, emigrati all’ estero, mentre la disoccupazione, al 7,8% nel 2007, ora è al 21,5%. La percentuale di greci in povertà assoluta è passata dal 2,2% del 2009 al 15% del 2015. Un terzo della popolazione, 3,7 milioni di persone, è a rischio indigenza.

Persino la Francia ne è uscita con le ossa rotte: i senza lavoro sono aumentati dal 7,4% del 2007 al 9,4% dell’anno scorso.

Tra le poche autocritiche, minimamente sensate di politici italiani di rilievo che circolano, riporto quella dell’Onorevole Amato del quale, pur non avendo la benché minima stima, riconosco il coraggio o l’incoscienza di metterci la faccia nell’avere riconosciuto gran parte degli errori commessi (a mio avviso consapevolmente); egli dice:

«Noi abbiamo avuto la faustiana pretesa di gestire una moneta senza metterla sotto l’ombrello di quei mezzi che sono propri di uno Stato». Non solo, ma «abbiamo addirittura stabilito dei vincoli che impedissero di aiutare chi era in difficoltà». Insomma «abbiamo fatto una moneta senza Stato». Per questo «era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi».” Evidenzia così un problema fondamentale dell’architettura dell’eurozona, e cioè il fatto di avere una banca centrale, la Bce, che non garantisce il debito pubblico dei singoli Paesi. Ciò significa che i singoli Paesi si indebitano in una valuta che non controllano, che non possono stampare, una valuta straniera.

In conclusione. Quanto, disastrosa sia stata la gestione della crisi, da parte dei governi italiani e delle istituzioni europee lo si comprende facilmente dal fatto che per gli esperti il reddito degli italiani tornerà al livello del 2007 soltanto nel 2022. Praticamente si sono sprecati quindici anni e una enorme quantità di ricchezza senza pari nella storia italiana, superiore perfino alla seconda guerra mondiale, quando ci vollero dieci anni perché il pil pro-capite superasse il livello del ’39. Tutto questo, però, riguarda solo i paesi più fragili, non certo la Germania, l’altra metà di questa storia ventennale, l’unico grande Paese europeo ad averci guadagnato con l’euro, spesso a scapito dei suoi partner. Basti pensare ai 3 mila miliardi di euro che ha accumulato dal 2002 esportando più di quanto importava.

Sul tema, testé trattato, la cosa davvero sconvolgente che mi ha amareggiato immensamente è l’aver letto il brano che riporto tratto da una lettera dell’economista Paolo Savona scritta nel 2012.

**“Nella mia lettera agli amici tedeschi, che vi prego di leggere, domando loro se sono coscienti che stanno attuando la sostanza del Piano economico avanzato nel 1936 da Walter Funk, il ministro dell’economia nazista, il quale prevedeva che la Germania divenisse il “paese d’ordine” in Europa, che il suo sviluppo fosse prevalentemente industriale, con qualche concessione per l’alleato storico, la Francia, e che gli altri paesi europei si concentrassero nella produzione agricola e svolgessero funzioni di serbatoio di lavoro; infine che le monete europee confluissero nell’area del marco, per seguirne le regole.”

Luigi Viggiano, 11 Gennaio 2019

**https://formiche.net/2012/10/la-lettera-del-prof-savona-agli-amici-tedeschi-e-italiani/

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5 Commenti - Scrivi un commento

  1. Hawaii, i robot rubano il lavoro? La soluzione è il reddito di cittadinanza
    Una delle preoccupazioni legate all’impiego dei robot è rappresentata dai rischi per i livelli occupazionali: se una macchina può prendere il posto di un lavoratore in carne ed ossa, prospettare una consistente riduzione della forza lavoro appare un’ipotesi indubbiamente verosimile e già anticipata da diversi studi – si ricorda quello pubblicato da Pricewaters-Coopers a luglio scorso.
    Le Hawaii hanno iniziato ad affrontare concretamente la questione, con un disegno di legge che propone di introdurre il reddito di cittadinanza – ovvero l’entrata finanziaria che ciascuno, per il sol fatto di essere cittadino di uno stato, dovrebbe avere, indipendentemente dallo status occupazionale – come strumento in grado di bilanciare il sempre crescente utilizzo di robot in ambiti lavorativi.
    Anche se la realtà del mercato hawaiano – principalmente incentrata sul settore turistico – non può essere equiparata a quella di altri Stati, la soluzione proposta può offrire un modello adatto ad affrontare problematiche che interesseranno nei prossimi anni anche altre realtà nazionali. Da un lato, infatti, non si rallenta l’evoluzione tecnologica, dall’altro non si privano i lavoratori di un reddito base, indispensabile per vivere. La posizione è descritta con chiarezza da Chris Lee, il deputato che si è fatto promotore del d.d.l.:
    La nostra economia sta cambiando molto più rapidamente di quanto ci si aspetta […] (è importante) essere certi che tutti potranno beneficiare della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo per assicurarsi che nessuno venga lasciato indietro
    Resta un punto centrale da chiarire per la buona riuscita di questi e di altri proposte analoghe: da dove ricavare le somme necessarie a fornire un reddito di cittadinanza. Sulla lunga distanza dovranno essere le istituzioni politiche a fornirlo, ma, nell’immediato, sono le organizzazioni filantropiche fondate dagli stessi imprenditori tecnologici ad occuparsene tramite progetti pilota. Si cita, ad esempio, The Economic Security Project, co-gestito dal co-fondatore di Facebook Chris Huges.
    a conferma che il problema é sentito a tutte le latitudini meno quella Italiana Luigi Viggiano

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  2. LETTERA APERTA AD ANTONIO SOCCI E AGLI “IMPRENDITORI DELLA PAURA”, SALVINI, MELONI, ECC.

    Caro Antonio, ho letto quanto hai scritto e pubblicato su “piovegovernoladro” del 2 settembre 2017, giornale online della destra politica, e devo dire che non essendo giornalista, scrittore e conduttore televisivo come te perché sono del tutto impreparato e inadeguato per confutare le tue tesi, e dunque non posso che dire che hai ragione, che è giusto, prima gli italiani!
    Ciò premesso mi permetto però di fare, come si dice, i conti “della serva”.
    Ogni mese dalla mia busta paga, e non importa se è da lavoro o da pensione perché sono sempre soldi del mio lavoro, guadagno del mio tempo, ci sono trattenute, ossia tasse applicate alla fonte da cui, a differenza di chi non è lavoratore dipendente, non si scappa.
    Queste tasse vengono spese per varie cose, tra cui “Prima gli italiani” (nel senso di sussidi di disoccupazione, pensioni minime, alloggi pubblici, servizi sociali e sanitari, etc. etc.).
    Poi c’è anche una quota, piccola, di queste tasse, che va per aiutare gli immigrati.
    (lo scrivente è molto orgoglioso che una piccola parte del proprio lavoro possa aiutare chi per puro caso è nato dall’altra parte del mare)
    Mi segui? Bene.
    Adesso ti mostro un bel numeretto, che dovresti conoscere e forse hai solo dimenticato:
    122 miliardi di euro l’anno (l’ha detto il Presidente Mattarella nel discorso di fine 2016 citando uno stidio di Confindustria). Hai presente quanti sono centoventiduemiliardi?, 2.033 euro di evasione per ogni cittadino, neonati compresi.
    Questo è quanto vale l’evasione fiscale ogni anno in Italia, per non parlare di quanto vale la corruzione, l’economia sommersa, il lavoro nero e di quanti sono i miliardi di italiani depositati nei paradisi fiscali (500 miliardi solo in Svizzera).
    Soldi sottratti a noi tutti e soprattutto a “Prima gli italiani”.
    Con 122 miliardi potremmo garantire reddito a tutti, italiani giovani e non, che non hanno un reddito sufficiente per viver, e pure agli immigrati.
    Ci sei ancora? Molto bene.
    Non credo che ogni volta che dici “Prima gli italiani” intendi giustificare, ad esempio:
    – il dentista che non ti fa la fattura,
    – oppure l’idraulico che ti fa lo sconto ma senza ricevuta,
    – o che il tuo datore di lavoro ti paga il 20% in voucher e il resto a nero,
    – o ancora peggio, che il tuo datore di lavoro ti fa lavorare il triplo delle ore effettivamente pagate,
    – o il tuo vicino ha il SUV ma non paga Tari e Tasi etc. etc.,
    perché ognuna di queste cose, impoverisce “prima un italiano”.
    Quindi, vedi che il problema è un altro e non i 3,5 miliardi annui stanziati per le politiche di accoglienza.
    Per concludere.
    Il grande capolavoro di questo inizio secolo è stato mettere in lotta tra loro i disperati.
    Nessuno rivendica più dignità lavorativa, parificazioni salariali, sicurezza sul lavoro e cancellazione dei contratti precari, lotta alle disuguaglianze e ai privilegi.
    Gli Agnelli spostano il domicilio fiscale a Londra, e tutti zitti.
    Nessuno dice nulla del fatto che l’Italia (60 milioni di abitanti) è il Paese che ha più gente che emigra del Messico (128 milioni di abitanti) e Afghanistan (35 milioni di abitanti) e gli stranieri che arrivano in Italia vogliono subito andarsene, per trovare un lavoro altrove.
    Non ci rendiamo conto ma abbiamo un problema opposto a quello che pensiamo di avere: non siamo un Paese che subisce una grande invasione, ma siamo un Paese dal quale le persone fuggono. Meglio un Paese che si riempie, di un Paese che si svuota.
    Basta che diciamo che in Parlamento sono tutti ladri e ci sentiamo belli e puri, non parte del problema.
    E qual è il problema? Il problema, tu dici, sono gli immigrati
    Ma ne sei proprio sicuro?
    Non ti sorge il dubbio che tu, assieme a quelli che come te pensano, dicono e scrivono le stesse tue cose, che diffondi odio e intolleranza, sei parte dei problemi che vive questo nostro Paese? Non è forse vero che con il tuo modo di pensare e di agire stai legittimando e giustificando una nuova forma di “banalità del male” che, contrariamente al comandamento cristiano “ama il tuo prossimo come te stesso”, non rifiuta di odiare, ma alimenta l’odio e ne fa ragione di battaglia politica?

    R. Vialba

    3 settembre 2017

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  3. Alzare le tasse per finanziare il welfare: l’idea percorre il Regno Unito, dalla Scozia a Londra (da R.it economia e finanza 7/9/2017)
    La leader scozzese Sturgeon ha chiesto la stretta fiscale per finanziare il reddito di cittadinanza. Ma anche l’Arcivescovo di Canterbury e il nuovo capo liberal democratico, Vince Cable, hanno messo il tema in agenda per abbattere le diseguaglianze sociali ENRICO FRANCESCHINI
    LONDRA – Ci sono due cose che la gente non vuole sentirsi mai ricordare dai politici, ammonivano i consulenti elettorali di Ronald Reagan, gli “spin doctors” come li chiamiamo oggi, nell’America degli anni ’80: “Tutti dobbiamo morire e bisogna pagare le tasse”. Eppure è proprio questo che la premier del governo autonomo scozzese mette al centro del suo nuovo, “ambizioso” programma: non solo far pagare le tasse ai suoi contribuenti, ma aumentarle. “La continua austerità del governo britannico, le conseguenze della Brexit (contro cui la Scozia ha votato, ndr) e i cambiamenti demografici metteranno crescenti pressioni sui nostri servizi pubblici”, ha detto Nicola Sturgeon al parlamento di Edimburgo. “E’ dunque venuto il momento di aprire il dibattito sull’uso responsabile e progressivo dei nostri poteri fiscali per aiutarci a costruire il tipo di paese che vogliamo essere”.
    In altre parole, come ha precisato poi, è ora di pensare ad incrementare le tasse per i contribuenti più ricchi. L’unico metodo, afferma la leader degli indipendentisti scozzesi, per poter finanziare uno stato sociale (in cui per esempio l’università è gratuita: in Inghilterra costa 9 mila sterline l’anno) e continuare a rafforzarlo, con misure come un “reddito di cittadinanza” per tutti, versato dallo stato, e aumenti salariali per i dipendenti pubblici.
    Non ha precisato da quale livello verrebbero introdotti gli aumenti delle imposte, ma già a Londra la stampa filo-conservatrice (e anti indipendenza della Scozia) avverte che a rimetterci alla fine sarà la classe media. Si vedrà chi eventualmente pagherà e quanto. L’opposizione conservatrice scozzese commenta che Sturgeon ha rimediato una batosta alle elezioni britanniche di giugno, in cui ha visto dimezzare i propri seggi al parlamento di Westminster, che ha dunque reagito prima posticipando i piani per un nuovo referendum sull’indipendenza e ora promettendo più soldi ai poveri con più tasse ai ricchi. Ma di certo c’è che aumentare le tasse, considerato un anatema per i politici della generazione post-Reagan e post-Thatcher, non è più un tabù.
    Jeremy Corbyn lo aveva proposto nella campagna elettorale per le elezioni del giugno scorso, sostenendo che l’aumento avrebbe colpito soltanto chi guadagna da 100 mila sterline (110 mila euro) l’anno lorde in su, ovvero il cosiddetto 1 per cento della popolazione più ricco: anche in quel caso i suoi avversari hanno ammonito che il Labour al potere finirebbe per aumentare le tasse anche alla middle-class, ma intanto il leader laburista ha ottenuto un ottimo risultato alle urne, aumentando i suoi deputati e migliorando la sua reputazione.
    Qualcosa di simile lo ha proposto ieri il nuovo leader liberaldemocratico Vince Cable, affermando che la Gran Bretagna deve aumentare perlomeno le tasse ereditarie e sulla proprietà se vuole affrontare una crescente diseguaglianza sociale. E sullo stesso tema si esprime stamane l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, in un articolo sul Financial Times, criticando l’economia britannica come un modello “ingiusto” e discriminante nei confronti dei più disagiati, in particolare tra i giovani. Insomma, il vecchio tabù dell’era Reagan, rinfacciato anche in precedenza a ogni latitudine alla sinistra “tassa e spendi”, non vale più in un modo in preda al disagio sociale e alla ineguaglianza.
    Luigi Viggiano

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