La Ue è incompleta, e così non funziona – di Luigi Viggiano

dal blog “il secondo 9 marzo. Libertà di discussione”

L’UNIONE EUROPEA – INCOMPLETA COME E’ – NON FUNZIONA

Alla prova dei fatti l’austerity, imposta dopo la crisi del 2007, invece di aiutare i Paesi a correggere le difficoltà che aveva causato la crisi (rispettando le promesse fatte), le ha moltiplicate, come in un crescendo Rossiniano che, ancora continua.

- Altro che Unione monetaria, abbiamo una moneta unica ma non una banca centrale che funzioni da prestatore di ultima istanza e quindi che possa assicurare l’impossibilità del fallimento degli Stati dell’Unione;

- non abbiamo un bilancio significativo dell’Unione, né una politica fiscale unitaria ( dotata di eurobond);

- e ancor meno meccanismi redistributivi che difendano dalla crisi in modo asimmetrico .

Oggi la realtà ci dice che, i rimedi adottati, per ridurre i divari, tra i Paesi dell’Unione, si sono rivelati peggiori del male che avrebbero dovuto curare; al punto che sono aumentati e continuano tuttora, invece che ridursi come promesso. Le scelte politiche adottate, hanno dato forte impulso allo spread tra i rendimenti dei titoli del debito pubblico, incrementando i fattori che portano lo sviluppo a concentrarsi in alcune aree dell’Europa, già avvantaggiate e di conseguenza hanno aggravato gli squilibri invece che attenuarli.

La prima osservazione che mi viene spontanea, a fronte della situazione descritta è che, se i provvedimenti imposti all’Italia ed in misura diversa ad altri paesi dell’Unione, hanno dato risultati opposti a quelli promessi, diventa inconfutabile la veridicità della tesi sostenuta da coloro che, sin dall’inizio (della crisi) ** espressero ed argomentarono le loro preoccupazioni e riserve, sulle iniziative che andavano maturando e successivamente furono applicate. Perché i fatti accaduti confermano che nell’Unione, i benefici dell’adesione alla moneta unica non hanno, per niente attenuato le differenze che continuano ad aumentare a ritmo sostenuto. Alla luce di questi fatti si resta sbalorditi, nel leggere o vedere e sentire in televisione i fautori e sostenitori di queste scelleratezze, decantarne i risultati. Il grosso equivoco, a mio avviso, è dovuto al fatto che gli obiettivi NEOLIBERISTI perseguiti e praticati, non rispondono ai bisogni dell’Italia e degli italiani anzi vanno nella direzione opposta, cosa che non può essere certo esplicitata, senza mettere in conto possibili reazioni, e quindi si è preferito continuare con la tecnica della MENZOGNA, da sempre applicata in economia; (parafrasando una vecchia canzone che diceva “la mamma non lo deve sapere” qui si decise che: “il popolo non lo dovesse sapere”).

Ricordo ai più distratti o sostenitori delle tesi neo-liberiste che i Paesi europei più deboli, sono stati obbligati a tagliare la spesa pubblica e aumentare la pressione fiscale perché, secondo la Commissione europea, queste politiche di austerità sarebbero state espansive in quanto si riteneva, che gli aumenti della spesa pubblica sul Pil fossero negativi o quasi e dunque i tagli avrebbero aumentato la crescita. Questa teoria della “austerità espansiva” (come anzi scritto) fu contestata sul nascere, da larga parte degli addetti ai lavori, secondo i quali le politiche di austerità non potevano che avere un impatto fortemente negativo. Cosa che poi si è effettivamente realizzato, determinando una severa recessione negli Stati che le hanno subite. Restando in Italia, tutti gli esperti concordano nel ritenerla ancora lontana, anzi più lontana, dal valore della ricchezza prodotta prima della crisi 2007, mentre la Germania è cresciuta negli ultimi dieci anni di circa il 12%.

Pertanto le decantate e imposte politiche di austerità hanno mancato perfino l’obiettivo principale minimale, tanto sbandierato, di risanare le finanze pubbliche, perché la riduzione del Pil conseguenti all’austerità, come già detto, ha peggiorato di molto il rapporto debito/Pil mancando completamente gli obiettivi dichiarati.

Continuando poi, con l’elenco delle bugie, della serie “al peggio non c’è mai fine”; un altro risultato di questi insensati interventi di austerità lo si è avuto sul piano occupazionale dove addirittura non c’è stato nessun recupero rispetto ai valori immediati del dopo-crisi ma al contrario sono, significativamente aumentati i disoccupati e comunque, anche l’occupazione rimasta, è stata in larga parte precarizzata e ridotta nei salari.

E, come se non bastasse, mentre da noi si consumava questo disastro, in Germania il numero complessivo degli occupati cresceva del 10%. Dunque si verificava un’autentica divaricazione su entrambi i fronti (crescita degli uni e declino degli altri) dimostrando che non si trattava di errori marginali. Mi chiedo ed invito il lettore a fare altrettanto; come si può concepire che professoroni, decantati al limite della beatificazione, dal sistema mediatico (per i loro meriti professionali!!) al punto che qualcuno è stato nominato Senatore a vita, nonché capo del governo, possano aver toppato così alla grande? Non vi sembra più credibile che abbiano agito in modo cosciente e dunque doloso? E, se fosse valida questa seconda ipotesi, come si configurerebbe verso la Patria e verso la Storia il loro operato?

A questo punto, della miserevole sceneggiata, propinata al popolo italiano ma anche al resto dei Paesi europei, non ci resta che prendere atto di essere ancora oggi, dopo oltre un decennio dalla crisi, al punto di partenza, come Italia e come Unione europea che continua ad essere incompleta perché abbiamo:

-una moneta unica ma non una banca centrale che funzioni da prestatore di ultima istanza (garantendo sempre l’acquisto di titoli del debito pubblico capace di assicurare l’impossibilità del default degli Stati dell’Unione.

- Non abbiamo un bilancio significativo dell’Unione e una politica fiscale unitaria, dotata di strumenti di debito dell’Unione e di meccanismi redistributivi che salvaguardino i Paesi dalle crisi che oggi li colpiscono in modo differenziato.

Alla luce di quanto scritto è innegabile che le scelte politiche fatte sono responsabili della dinamica degli spread tra i rendimenti dei titoli del debito pubblico e di tutte le altre misure adottate, che hanno accentuato i processi spontanei di divergenza portando lo sviluppo a concentrarsi nelle aree più forti dell’Europa (ancora una volta a scapito dei paesi più deboli). Possiamo concludere allora che, dalla crisi del 2007 ad oggi la politica di austerity ha fallito TOTALMENTE GLI OBIETTIVI DICHIARATI, perché gli squilibri interni all’Europa risultano, ulteriormente aggravati.

Per cominciare ad invertire la rotta ritengo necessario come, conditio sine qua non:

- una regolamentazione del far west finanziario, cominciando a ripristinare il primato della legge e la separazione delle banche commerciali da quelle d’investimento;

- e cosa altrettanto importante, affrontare il problema strutturale, peggiorato al punto di far ventilare pericolosamente l’ipotesi di porre fine al sogno dell’Europa unita.

Negli ultimo lustri, nessun Paese dell’Europa meridionale è riuscito a riportare la produzione industriale al livello nel 2008 restando costantemente o quasi al di sotto: in Italia -17%, in Francia -9%, in Spagna

-21%. Mentre è cresciuto (rispetto ai valori precedenti la crisi): del 9% in Germania e 18 in % Austria. Nel nostro Paese è stato stimato che il crollo della produzione ha comportato quasi 4 punti percentuali di Pil di maggiori tasse, che corrispondono ad almeno 60 miliardi e i 150 miliardi di credito tagliato dalle banche. Pertanto si tratta di circa 200 miliardi sottratti all’economia reale (famiglie e imprese). La verità è che la politica europea, durante la crisi non si è mai posto il problema di riformare la struttura stessa dell’euro-sistema, ma solo dei salvataggi finanziari. Così sono state salvate le banche e gli investitori francesi, tedeschi e degli altri paesi Italia compresa che secondo stime degli esperti dovrebbe aver beneficiato di 360 miliardi destinati tutti al sistema finanziario sottraendoli all’economia reale.

Ecco perché mi associo a quanti ritengono che bisogna affrontare il problema strutturale, che in questi ultimi dieci anni non è cambiato e quando l’ha fatto ha peggiorato la situazione ampliando le divaricazioni (come si evince dai dati anzi riportati).

Ma l’aumento delle divergenze che ha reso i Paesi sempre più diversi conferma anche che l’unione monetaria non costituisce (come si sosteneva) un’area valutaria ottimale, dove i benefici dell’adesione all’euro avrebbero superato i costi che risultano confermati dalle variazione del tasso di crescita del Pil pro-capite, dalle quali si evince, in maniera inoppugnabile che i Paesi, aumentano invece che diminuire le distanze tra loro.

Questo perché, a mio modesto parere, non potendo più svalutare la moneta e quindi il costo del prodotto, come si era sempre fatto in passato, si è passati (con l’assenso dei sindacati) a svalutare il lavoro, riducendone anche le tutele, facilitando il ricorso al lavoro a termine molto meno costoso di quello a tempo indeterminato. (Secondo i dati Eurostat la differenza salariale di un’ora di lavoro tra le due tipologie di contratti è di circa il 30%). In Italia abbiamo dunque tenuto fermi i salari rispetto agli altri Paesi, tentando così di sostenere la competitività delle nostre imprese.

Una competitività giocata tutta, dunque, sulla riduzione dei costi e non certo su innovazioni e nuove tecnologie. Ma con un gioco al ribasso simile, si decretò la fine del nostro sistema industriale perché, in un mondo globalizzato ci sarebbe stato sempre qualcuno che avrebbe prodotto e venduto a prezzi più bassi. E’ stato così che (in Italia) le politiche di austerità e il ristagno dei salari hanno determinato un forte calo della domanda. Mentre, nella media dei Paesi europei è cresciuta di oltre il 13%. La stagnazione salariale poi, ha ridotto la domanda interna che ha sua volta ha ridotto la crescita e di conseguenza le importazioni. Risultato finale di questa crisi di competitività è stato l’equilibrio della bilancia commerciale (al ribasso).

Gli esperti attribuiscono il gap di competitività, rispetto alla media europea, sia dovuta, in larga parte, proprio alle politiche di austerità.

Di certo ci sarebbero tante altre cose da dire ma il compito che mi sono dato, non era quello di ergermi a esperto e giudice del lavoro altrui; ruolo per il quale sarei completamente inadeguato bensì, molto più modestamente, evidenziare le storture e bugie che sono state raccontate e tuttora si continua, circa il fatto che tutte le colpe sono del POPOLO ITALIANO, quando poi si scopre che gli altri Paesi, anche quelli che ci vengono portati ad esempio; in particolare mi riferisco a Germania e Francia, sono messi peggio di noi in moltissime circostanze eppure nessuno ne parla.

La lezione che traggo da questo lavoro e pongo all’attenzione del lettore è che, ancora una volta, il regista di questa immane tragedia umana, come il mago in fiera, ha concentrato la nostra attenzione sulla “pagliuzza” di problemi secondari per non farci vedere la trave che ci hanno messo sull’occhio. Trave che se tolta renderebbe evidente per chiunque che il vero problema è sistemico, per i motivi che ho scritto e non c’è nessuna volontà di cambiarlo perché, per gli obiettivi (mai formalmente dichiarati ma sostanzialmente perseguiti) il sistema ha soddisfatto e soddisfa appieno le aspettative neoliberistiche.

In conclusione, mi corre l’obbligo precisare che, i pochi e parziali concetti espressi, nel presente lavoro, non sono, solo frutto della mia fervida immaginazione ma (in larga parte) di un gruppo di trecento esperti e professori della materia che, aveva detto e sottoscritto nei primi anni dopo la crisi); per chi volesse informazioni più esaurienti potrà trovarle al link riportato a piè di questa pagina.

Luigi Viggiano, 5 dicembre 2018

https://www.economiaepolitica.it/tag/lettera-degli-economisti/(The economists’ warning – 23 settembre 2013)

Condividi il Post

5 Commenti - Scrivi un commento

  1. Hawaii, i robot rubano il lavoro? La soluzione è il reddito di cittadinanza
    Una delle preoccupazioni legate all’impiego dei robot è rappresentata dai rischi per i livelli occupazionali: se una macchina può prendere il posto di un lavoratore in carne ed ossa, prospettare una consistente riduzione della forza lavoro appare un’ipotesi indubbiamente verosimile e già anticipata da diversi studi – si ricorda quello pubblicato da Pricewaters-Coopers a luglio scorso.
    Le Hawaii hanno iniziato ad affrontare concretamente la questione, con un disegno di legge che propone di introdurre il reddito di cittadinanza – ovvero l’entrata finanziaria che ciascuno, per il sol fatto di essere cittadino di uno stato, dovrebbe avere, indipendentemente dallo status occupazionale – come strumento in grado di bilanciare il sempre crescente utilizzo di robot in ambiti lavorativi.
    Anche se la realtà del mercato hawaiano – principalmente incentrata sul settore turistico – non può essere equiparata a quella di altri Stati, la soluzione proposta può offrire un modello adatto ad affrontare problematiche che interesseranno nei prossimi anni anche altre realtà nazionali. Da un lato, infatti, non si rallenta l’evoluzione tecnologica, dall’altro non si privano i lavoratori di un reddito base, indispensabile per vivere. La posizione è descritta con chiarezza da Chris Lee, il deputato che si è fatto promotore del d.d.l.:
    La nostra economia sta cambiando molto più rapidamente di quanto ci si aspetta […] (è importante) essere certi che tutti potranno beneficiare della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo per assicurarsi che nessuno venga lasciato indietro
    Resta un punto centrale da chiarire per la buona riuscita di questi e di altri proposte analoghe: da dove ricavare le somme necessarie a fornire un reddito di cittadinanza. Sulla lunga distanza dovranno essere le istituzioni politiche a fornirlo, ma, nell’immediato, sono le organizzazioni filantropiche fondate dagli stessi imprenditori tecnologici ad occuparsene tramite progetti pilota. Si cita, ad esempio, The Economic Security Project, co-gestito dal co-fondatore di Facebook Chris Huges.
    a conferma che il problema é sentito a tutte le latitudini meno quella Italiana Luigi Viggiano

    Reply
  2. LETTERA APERTA AD ANTONIO SOCCI E AGLI “IMPRENDITORI DELLA PAURA”, SALVINI, MELONI, ECC.

    Caro Antonio, ho letto quanto hai scritto e pubblicato su “piovegovernoladro” del 2 settembre 2017, giornale online della destra politica, e devo dire che non essendo giornalista, scrittore e conduttore televisivo come te perché sono del tutto impreparato e inadeguato per confutare le tue tesi, e dunque non posso che dire che hai ragione, che è giusto, prima gli italiani!
    Ciò premesso mi permetto però di fare, come si dice, i conti “della serva”.
    Ogni mese dalla mia busta paga, e non importa se è da lavoro o da pensione perché sono sempre soldi del mio lavoro, guadagno del mio tempo, ci sono trattenute, ossia tasse applicate alla fonte da cui, a differenza di chi non è lavoratore dipendente, non si scappa.
    Queste tasse vengono spese per varie cose, tra cui “Prima gli italiani” (nel senso di sussidi di disoccupazione, pensioni minime, alloggi pubblici, servizi sociali e sanitari, etc. etc.).
    Poi c’è anche una quota, piccola, di queste tasse, che va per aiutare gli immigrati.
    (lo scrivente è molto orgoglioso che una piccola parte del proprio lavoro possa aiutare chi per puro caso è nato dall’altra parte del mare)
    Mi segui? Bene.
    Adesso ti mostro un bel numeretto, che dovresti conoscere e forse hai solo dimenticato:
    122 miliardi di euro l’anno (l’ha detto il Presidente Mattarella nel discorso di fine 2016 citando uno stidio di Confindustria). Hai presente quanti sono centoventiduemiliardi?, 2.033 euro di evasione per ogni cittadino, neonati compresi.
    Questo è quanto vale l’evasione fiscale ogni anno in Italia, per non parlare di quanto vale la corruzione, l’economia sommersa, il lavoro nero e di quanti sono i miliardi di italiani depositati nei paradisi fiscali (500 miliardi solo in Svizzera).
    Soldi sottratti a noi tutti e soprattutto a “Prima gli italiani”.
    Con 122 miliardi potremmo garantire reddito a tutti, italiani giovani e non, che non hanno un reddito sufficiente per viver, e pure agli immigrati.
    Ci sei ancora? Molto bene.
    Non credo che ogni volta che dici “Prima gli italiani” intendi giustificare, ad esempio:
    – il dentista che non ti fa la fattura,
    – oppure l’idraulico che ti fa lo sconto ma senza ricevuta,
    – o che il tuo datore di lavoro ti paga il 20% in voucher e il resto a nero,
    – o ancora peggio, che il tuo datore di lavoro ti fa lavorare il triplo delle ore effettivamente pagate,
    – o il tuo vicino ha il SUV ma non paga Tari e Tasi etc. etc.,
    perché ognuna di queste cose, impoverisce “prima un italiano”.
    Quindi, vedi che il problema è un altro e non i 3,5 miliardi annui stanziati per le politiche di accoglienza.
    Per concludere.
    Il grande capolavoro di questo inizio secolo è stato mettere in lotta tra loro i disperati.
    Nessuno rivendica più dignità lavorativa, parificazioni salariali, sicurezza sul lavoro e cancellazione dei contratti precari, lotta alle disuguaglianze e ai privilegi.
    Gli Agnelli spostano il domicilio fiscale a Londra, e tutti zitti.
    Nessuno dice nulla del fatto che l’Italia (60 milioni di abitanti) è il Paese che ha più gente che emigra del Messico (128 milioni di abitanti) e Afghanistan (35 milioni di abitanti) e gli stranieri che arrivano in Italia vogliono subito andarsene, per trovare un lavoro altrove.
    Non ci rendiamo conto ma abbiamo un problema opposto a quello che pensiamo di avere: non siamo un Paese che subisce una grande invasione, ma siamo un Paese dal quale le persone fuggono. Meglio un Paese che si riempie, di un Paese che si svuota.
    Basta che diciamo che in Parlamento sono tutti ladri e ci sentiamo belli e puri, non parte del problema.
    E qual è il problema? Il problema, tu dici, sono gli immigrati
    Ma ne sei proprio sicuro?
    Non ti sorge il dubbio che tu, assieme a quelli che come te pensano, dicono e scrivono le stesse tue cose, che diffondi odio e intolleranza, sei parte dei problemi che vive questo nostro Paese? Non è forse vero che con il tuo modo di pensare e di agire stai legittimando e giustificando una nuova forma di “banalità del male” che, contrariamente al comandamento cristiano “ama il tuo prossimo come te stesso”, non rifiuta di odiare, ma alimenta l’odio e ne fa ragione di battaglia politica?

    R. Vialba

    3 settembre 2017

    Reply
  3. Alzare le tasse per finanziare il welfare: l’idea percorre il Regno Unito, dalla Scozia a Londra (da R.it economia e finanza 7/9/2017)
    La leader scozzese Sturgeon ha chiesto la stretta fiscale per finanziare il reddito di cittadinanza. Ma anche l’Arcivescovo di Canterbury e il nuovo capo liberal democratico, Vince Cable, hanno messo il tema in agenda per abbattere le diseguaglianze sociali ENRICO FRANCESCHINI
    LONDRA – Ci sono due cose che la gente non vuole sentirsi mai ricordare dai politici, ammonivano i consulenti elettorali di Ronald Reagan, gli “spin doctors” come li chiamiamo oggi, nell’America degli anni ’80: “Tutti dobbiamo morire e bisogna pagare le tasse”. Eppure è proprio questo che la premier del governo autonomo scozzese mette al centro del suo nuovo, “ambizioso” programma: non solo far pagare le tasse ai suoi contribuenti, ma aumentarle. “La continua austerità del governo britannico, le conseguenze della Brexit (contro cui la Scozia ha votato, ndr) e i cambiamenti demografici metteranno crescenti pressioni sui nostri servizi pubblici”, ha detto Nicola Sturgeon al parlamento di Edimburgo. “E’ dunque venuto il momento di aprire il dibattito sull’uso responsabile e progressivo dei nostri poteri fiscali per aiutarci a costruire il tipo di paese che vogliamo essere”.
    In altre parole, come ha precisato poi, è ora di pensare ad incrementare le tasse per i contribuenti più ricchi. L’unico metodo, afferma la leader degli indipendentisti scozzesi, per poter finanziare uno stato sociale (in cui per esempio l’università è gratuita: in Inghilterra costa 9 mila sterline l’anno) e continuare a rafforzarlo, con misure come un “reddito di cittadinanza” per tutti, versato dallo stato, e aumenti salariali per i dipendenti pubblici.
    Non ha precisato da quale livello verrebbero introdotti gli aumenti delle imposte, ma già a Londra la stampa filo-conservatrice (e anti indipendenza della Scozia) avverte che a rimetterci alla fine sarà la classe media. Si vedrà chi eventualmente pagherà e quanto. L’opposizione conservatrice scozzese commenta che Sturgeon ha rimediato una batosta alle elezioni britanniche di giugno, in cui ha visto dimezzare i propri seggi al parlamento di Westminster, che ha dunque reagito prima posticipando i piani per un nuovo referendum sull’indipendenza e ora promettendo più soldi ai poveri con più tasse ai ricchi. Ma di certo c’è che aumentare le tasse, considerato un anatema per i politici della generazione post-Reagan e post-Thatcher, non è più un tabù.
    Jeremy Corbyn lo aveva proposto nella campagna elettorale per le elezioni del giugno scorso, sostenendo che l’aumento avrebbe colpito soltanto chi guadagna da 100 mila sterline (110 mila euro) l’anno lorde in su, ovvero il cosiddetto 1 per cento della popolazione più ricco: anche in quel caso i suoi avversari hanno ammonito che il Labour al potere finirebbe per aumentare le tasse anche alla middle-class, ma intanto il leader laburista ha ottenuto un ottimo risultato alle urne, aumentando i suoi deputati e migliorando la sua reputazione.
    Qualcosa di simile lo ha proposto ieri il nuovo leader liberaldemocratico Vince Cable, affermando che la Gran Bretagna deve aumentare perlomeno le tasse ereditarie e sulla proprietà se vuole affrontare una crescente diseguaglianza sociale. E sullo stesso tema si esprime stamane l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, in un articolo sul Financial Times, criticando l’economia britannica come un modello “ingiusto” e discriminante nei confronti dei più disagiati, in particolare tra i giovani. Insomma, il vecchio tabù dell’era Reagan, rinfacciato anche in precedenza a ogni latitudine alla sinistra “tassa e spendi”, non vale più in un modo in preda al disagio sociale e alla ineguaglianza.
    Luigi Viggiano

    Reply

Rispondi a Rodolfo Vialba Annulla risposta