Un ricordo franco

Nella generazione successiva a quella dei fondatori della Cisl, Franco Marini era stato l’alternativa a Pierre Carniti e ne divenne il successore al termine di un congresso concluso all’unanimità. E a ripensarci viene da chiedersi se alcuni dei problemi che affliggono oggi la Cisl non siano cominciati in quel momento, in quella soluzione consensuale che chiudeva definitivamente il periodo dei congressi in cui ci si divideva per inaugurare quello dell’unanimità.

Di quella generazione, formatasi al Centro studi negli anni Cinquanta, Carniti era stato l’uomo che (con Macario) aveva portato alla guida della Cisl la “sinistra”, l’area raccolta attorno alla Fim sconfitta da Storti nel 1969 ma dallo stesso Storti subito recuperata (lasciando all’opposizione la Fisba, la Flaei ed elementi sparsi qua e là) avendo fatto la scelta dell’unità sindacale; Marini, che poi era diventato negli anni Settanta il punto di riferimento dell’opposizione, è stato l’uomo che ha dato per superata la divisione con il congresso del 1985 all’Ergife. Che questo non fosse proprio vero lo rivelava già il fatto di aver dovuto eleggere con lui ben due segretari generali aggiunti, entrambi provenienti da sinistra, ma uno scelto da lui e l’altro dalla sinistra. L’effetto finale era, comunque, quello di una Cisl dove non c’erano più destra e sinistra, unitari e anti-unitari, ma c’era una gestione pragmatica del presente dalla quale era poi difficile dissentire. E sul quel terreno, Marini era fortissimo.

Per tutta la sua vita pubblica (sia nella fase sindacale che in quella politica) Marini è stato uomo di mediazione. Forse solo i filosofemi di Rocco Buttiglione riuscirono un giorno a fargli dire che non c’era più alcuno spazio per mettersi d’accordo a metà strada: era l’11 marzo 1995, e il consiglio nazionale del Partito popolare doveva decidere se approvare o no la scelta del segretario Buttiglione di concludere un’alleanza organica con il polo berlusconiano in vista delle elezioni regionali di quell’anno. Così facendo Buttiglione aveva bruciato la mediazione (costruita da Marini per i sostenitori del segretario con Giuseppe Gargani per l’opposizione di sinistra), che lasciava libere le alleanze su base locale, escludendo solo An a destra e Rifondazione comunista a sinistra. Era l’ultima mediazione possibile, bruciata la quale non ne era più possibile alcuna. E allora, almeno quella volta, Marini disse un no, chiaro e tondo, mettendo in minoranza il segretario che lui aveva contribuito in modo determinante ad eleggere un anno prima:

”Magari avessi lo spazio di una mediazione anche oggi, se qualcuno ci fosse per trovare una soluzione si faccia avanti. Io quell’intesa, quell’accordo non lo posso accettare e non l’accetto”.

(Franco Marini al consiglio nazionale del Ppi, 11 marzo 1995)

Dopo due anni, e alcune vertenze giudiziarie su nome e simbolo del partito, sarà eletto segretario del Ppi, ma non sopravvivrà nell’incarico al crollo elettorale nelle elezioni europee del 1999, dove aveva candidato diversi esponenti provenienti dalla Cisl (e ancora oggi si stenta a credere che proprio lui possa aver fatto l’errore di pensare che le tessere potessero diventare voti). Ma la verità era che il Ppi, in quel momento della storia propria e del paese, aveva bisogno di costruttori ben più che di mediatori; e Marini era forte sul secondo terreno, ma molto meno sul primo (anche la storia di Forze nuove dopo la morte di Donat Cattin potrebbe essere simile a questa).

Intraprese quindi la strada che lo porterà ad essere uno degli esponenti principali del Pd, a riconoscersi definitivamente nel bipolarismo della seconda repubblica dapprima non accettato, e qualche volta a raccontare la propria storia, sindacale e politica, in funzione del presente (come quando, in anni recenti, diceva che, finito il Pci ed entrati nel Pd molti ex democristiani, non vedeva più motivi per opporsi all’unità sindacale; finendo per farsi storicamente liquidatore di una posizione che non era stata soltanto un “no” all’unità per ragioni politiche, ma anche un’idea di Cisl che avrebbe potuto mantenere la sua attualità). Come Pastore, aveva cullato (almeno dal 1999) l’idea dell’elezione al Quirinale; ci andò più vicino di quanto non fosse riuscito a Pastore, ma alla fine anche lui aveva fallito.

Era rimasto a lungo un interlocutore e un consigliere per molti nella Cisl; a volte, nelle chiacchiere da corridoio, gli si attribuivano ancora ruoli determinanti in questa o quella decisione, o arbitrati in situazioni difficili. E forse qualche dose di verità c’era. In fondo era stato lui il primo a saper costruire decisioni senza opposizione di una Cisl che, fino a non molto tempo prima, era stata divisa.

Peccato che poi l’unanimità, invece di essere un punto di sintesi e di unità, con il tempo sia diventato un difetto mortale per la democrazia interna, sfociando nell’unanimismo che si è poi ulteriormente corrotto nel conformismo e nell’inibizione del pensiero perché tanto quel che fa andare avanti l’organizzazione è la gestione dei servizi. Mascherando questa involuzione con la scusa del pragmatismo che ai tempi di Marini era ancora uno stile di governo per un’organizzazione che aveva una cultura sindacale da esprimere, mentre ora si è fatto prassi di conservazione del potere fine a sé stesso.

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Un Commento - Scrivi un commento

  1. Complimenti (ancora una volta) a “9 marzo” per questa analisi – direi perfetta – su Marini. La condivido in pieno, parola per parola!
    Lunga vita a voi, che forse siete tra i pochi ultimi rimasti nella CISL (con tutte le sue federazioni) che hanno ancora onestà e lucidità nell’affrontare i vari temi. Dovreste tornare in CISL per fare formazione sindacale e dare un contributo all’organizzazione. Non so davvero, parte pochissimi, chi altro fa oggi analisi del genere in CISL….

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