Mario Grandi e la Fisba

Il 9 febbraio 2011 a Modena moriva Mario Grandi, 79 anni, uno dei giuristi del lavoro più importanti della sua generazione, che prima di diventare professore all’università di Bologna aveva lavorato per un decennio all’Ufficio studi e formazione della Cisl ed aveva poi mantenuto rapporti particolarmente stretti con la Fisba e con la Fai.

Nel decennale della morte, il signor Giovanni Graziani propone un breve ricordo di questo rapporto e lancia una proposta.

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Nel novembre scorso, con le modalità che la pandemia consente, la comunità dei giuristi del lavoro ha reso omaggio a Mario Grandi con un convegno di studi dedicato alla sua figura ed all’attualità del suo pensiero (chi fosse curioso, ne trova la registrazione sul canale youtube dell’università di Parma). Ed uno degli elementi emersi dalle relazioni è stata la vicinanza di Grandi alla Fisba, non solo politica (per parlare di quella bisognerebbe fare una storia della minoranza della Cisl nei primi anni Settanta; ma dopo la pubblicazione del libro postumo di Enzo Grazzini il filone sembra già esaurito) ma vicinanza fra l’idea di rappresentanza sindacale che Grandi ha espresso e difeso nei suoi studi e la pratica della Fisba, l’azione rappresentativa fondata non sull’assemblea né sulla delega elettorale, ma sul rapporto personale, sulla vicinanza fra chi viene chi rappresenta e viene rappresentato.

Lui stesso, peraltro, non aveva mancato di sottolineare questa particolare comunanza ideale in un’intervista a Mila Scarlatti, del Centro studi, concessa un anno prima della morte: “Io sono stato sempre stato vicino alla Cisl, ma in particolare – disse Grandi in quell’occasione – sono sempre stato vicino alla Fisba”. Il che esprimeva tanto la vicinanza personale di chi veniva da una famiglia di contadini che vivevano della coltivazione di un piccolo pezzo di terra alla periferia di Modena quanto la vicinanza ideale ad una federazione che, dentro alla Cisl, in un momento tempestoso aveva preso in mano la bandiera della continuità con l’esperienza del primo ciclo di vita dell’organizzazione.

Ma “continuità”, per Mario Grandi, non ha mai voluto dire immobilismo, né declamazione di formule ideologiche sempre identiche a sé stesse; c’era, semmai, un’eco della virtù cristiana della perseveranza, che indica il tendere verso la meta ed esclude il costruirsi certezze artificiali nelle quali fermarsi. Continuità di azione e di pensiero, non continuità di parole per coprire qualunque scelta e qualcunque comportamento con qualche bella frase presa dal sacchetto dei giudizi preconfezionati.

La verifica della fecondità di questo rapporto l’hanno data i fatti: dall’inizio degli anni Settanta, quando nella Cisl prevalgono idee diverse, la Fisba e Grandi elaborano assieme proposte e visioni che poi negli anni Ottanta, quando il diverso clima nella Cisl e la situazione nel paese pongono meno ostacoli, riescono a tradursi in azione operativa, sia culturale che politica, in particolare sul terreno della contrattazione collettiva: i convegni di studio, l’esperienza del primo corso per contrattualisti di cui Grandi era coordinatore scientifico (e chi scrive vi partecipò da studente universitario su proposta di Grandi), la pubblicazione di studi e ricerche (come la raccolta del 1990, che fu il primo libro edito dalla casa editrice Agrilavoro) arano il terreno nel quale sarà seminata la riforma contrattuale del 1995, l’unica vera innovazione di quella stagione in cui, nelle relazioni industriali italiane, molto si è parlato e molto poco si è concluso.

Nessuno di noi che veniamo dalla Fai ha il diritto di dire cosa avrebbe detto Grandi di fronte agli eventi che hanno coinvolto, e travolto, la nostra Federazione, dopo il passaggio riuscito dalla Fisba alla Fai e quello fallito dell’unificazione con la Filca. Né possiamo sapere se la mancanza del conforto di interlocutori autorevoli come lui, il professor Costantini o il professor Saba, abbia giocato un ruolo, e quale, nel non essere riusciti a salvare la continuità dell’autonomia che la federazione si era conquistata sul terreno.

Un po’ tutti abbiamo però il dovere di meditare sulla lezione di Grandi, sul significato della continuità come perseveranza, su cosa dice quella lezione alle nostre responsabilità di oggi, ovunque ci abbia portato la vita.

Per questo, in quanto persona che Grandi aveva introdotto nella Federazione e che quindi ha l’obbligo di tener vivo il ricordo di quel rapporto, assumerò nelle prossime settimane il compito di organizzare un momento di riflessione aperto a chi si vuol riconoscere in quella storia, siano oggi nella Fai, in altre organizzazioni o fuori da tutto. Le modalità non potranno che essere quelle a distanza.

Chi volesse partecipare può contattarmi.

Giovanni Graziani

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6 Commenti - Scrivi un commento

  1. Ottima iniziativa quella di ricordare il prof. Grandi, stimatissimo studioso e docente di diritto del lavoro, non solo a livello nazionale, che ha continuato la sua attività di formatore fino alla fine della sua vita quale professore emerito dell’universita di Bologna. Ricordo a tutti che ha sempre dato piena disponibilità alle richieste di formazione dei quadri e dirigenti della federazione (Fisba e poi Fai) formulategli d’allora scuola nazionale di formazione sindacale diretta dal prof. Costantini e dal prof. Bianchi. Grazie Giovanni

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  2. dott. Giovanni Graziani · Edit

    Questo intervento – lo spiego perché altrimenti le persone normali, giustamente, non capiscono di cosa si parla – allude al fatto che nella scuola di formazione della Fai non tutti erano professori universitari che avevano vinto il relativo concorso. Anzi, a voler essere precisi, dello staff (di cui facevo parte anch’io nel tempo lasciatomi libero dall’esercizio della mia professione), l’unico ad avere questo titolo era Aldo Carera, mentre Silvio Costantini, ad esempio, era solo un professore di scuola media (se ben ricordo, certo non universitario).
    Ma nella nostra scuola la gerarchia era un’altra, e il professor Costanti era due gradini sopra a Carera, per professore ordinario che fosse. E se non ci credete, chiedetelo a lui, che è onesto e vi dirà la verità.
    D’altra parte, neanche il professor Saba era un “vero” professore, nel senso che non insegnava all’università per aver fatto il concorso: era un professore di scuola (credo media) che, avendo lavorato per l’ufficio studi della Cisl negli anni di Romani, aveva una competenza tale che quando le circostanze della politica lo lasciarono senza lavoro nella Cisl (perché queste cose capitavano anche allora) fu aiutato da Romani ad avere uno stipendio come docente a contratto nell’Università. Per merito, non per titolo. Cosa che in America sarebbe normale (là non esiste il concorso), ma noi siamo il paese delle corporazioni, dell’ordine dei giornalisti, dei concorsi pubblici per ogni cosa e dell’articolo 39 e quindi crediamo che se uno insegna perché ha vinto il concorso da ordinario – e magari è un somaro, e non di rado è un trombone – sia più bravo di Saba o Costantini, che il concorso non lo avevano fatto ma non erano somari né tromboni (neanche Carera lo era, ma solo perché, pur avendo vinto il concorso, sapeva stare al suo posto davanti a loro).
    Anche per questo, la Scuola nazionale di formazione della Fisba e poi della Fai è stata per me una scuola dove imparare ad essere più americano e meno italiano, a giudicare chi parla da quel che dice e dalla serietà di come lo dice, e non da titoli che si ottengono talora in modo dignitoso, talora meno. Anche per questo, quando qualcuno mi chiamava professore, qualche volta non rinunciavo a precisare di essere dottore (in particolare ci scherzavo con Marco Vaccaro che, non so perché, era molto divertito dalla mia precisazione; approfitto per mandargli un saluto e un augurio). Su questo non ero sempre d’accordo con il mio amico Giampiero Bianchi, per il quale usare il titolo di professore nelle nostre iniziative era comunque importante perché serviva, come la disposizione dell’aula in modo classico o l’uso di strumenti didattici tradizionali, a stabilire un chiaro rapporto da docente a discente che è, giustamente, essenziale per ogni vera formazione.
    Peccato che, dopo tutto quel che è successo e le tante lacrime versate da chi aveva a cuore quell’esperienza, ci sia qualcuno che usa ancora questo argomento per una polemica da autentici st[…]nzi.

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    1. Dai non fare così, tu che fai le pulci al significato delle parole quando le fanno a qualcun altro fai l’avvocato d’ufficio diventando nel finale anche scurrile. Caduta di stile!

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      1. Più che essere stato “scurrile”, direi che ho scelto, per la chiusura della mia tirata, il tono “volgare”. E, come si sa, il volgare è anche la lingua della Divina Commedia nella quale ricorrono termini come “merda”, “merdoso”, “puttana” (per non parlare del memorabile “cul fatto trombetta” di Inf. XXI, 139).
        Forse tu avresti ripreso anche Dante (come in effetti all’epoca fecero i cultori del latino come unica lingua letteraria degna), ma è ben noto come la lingua italiana sia invidiata dalle persone di cultura nel mondo anche per la varietà e la qualità letteraria dei suoi insulti e delle sue parolacce (certo, a condizione di saperle usare correttamente, ma questo vale anche per i modi verbali o il significato esatto di un aggettivo).
        Ad esempio, della parola “stronzo” (che uno scrupolo moralista dell’amministratore momentaneo del blog ha pubblicato con i puntini sospensivi quali inutili foglie di fico), ha fatto di recente una ragionata esaltazione Colin Firth: “una parola meravigliosa”, “a wonderful word” ha detto l’attore e scrittore inglese in un’intervista a Time, spiegando che la si potrebbe tradurre nella lingua di Shakespeare con un meno bello “a floating piece of shit”. Il video dell’intervista lo trovi su fanpage, o con un motore di ricerca scrivendo “Colin Firth dice stronzo”.
        E comunque, non avere paura dell’inferno se dici una parolaccia. Si dice che le usasse anche san Filippo Neri. Di certo, le diceva don Milani. E le diceva don Giacomo, mio maestro, che un giorno mi spiegò: “Chi si scandalizza delle parolacce, è perché fa ben altro”.

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