La domanda di Mario, la proposta di Bruno

Passati i giorni simbolici – il settantesimo anniversario della Cisl, il Primo Maggio – proviamo ad occuparci del significato di queste date liberi dal rischio di fare il discorso per il di festa che viene dimenticato il lunedì mattina.

Perché in tempi non di festa, come quelli che vive il paese e che vivrà ancora per un po’, meglio asciugare il grasso della retorica, anche quando può essere giustificata, ed attenersi al presente ed alle domande che pone. In modo da mettere alla prova ciò che è un mero discorso da ciò che è esperienza reale.

In questi giorni abbiamo ricevuto alcuni messaggi che ci segnalavano interventi, più o meno critici o celebrativi, ma che avevano il merito di non accontentarsi della ripetizione del discorso, buono da 70 anni, di quant’è bella la Cisl e di quanto sono stati bravi i fondatori, ma si ponevano il problema di quale sia oggi il modo di restare connessi a quella bellezza ed a quella bravura nel presente, e non solo nei discorsi sul passato. E di questi messaggi ne segnaliamo due alla riflessione di tutti (e con l’occasione riapriamo lo spazio dei commenti, sperando di aver risolto i problemi che ci avevano costretto a sospenderli) scritti da Mario Uccellini e Bruno Ranucci.

Mario, che viene dalla Fisba e poi è stato segretario generale della Cisl di Lodi, ha scritto un articolo per un quotidiano locale che potete leggere a questo link per i 70 anni della Cisl in cui rievoca lo spessore dei fondatori e, fra l’altro, domanda: “Oltre le naturali e condivisibili affermazioni ‘il lavoro prima di tutto’ o ‘non lasceremo indietro nessuno’ esiste la percezione profonda di quello che si aspetta, nel lavoro e nella società?”

Bruno, già segretario della Cisl di Vercelli, interviene dal suo profilo Facebook sul lavoro e sul sindacato in Italia in occasione della festa del Primo Maggio e sottolinea che il sindacato si deve reinventare ancora una volta e ricominciare a partire dal principio della solidarietà. “Si dovranno costituire – afferma fra le altre cose Bruno - in ogni fabbrica, in ogni posto di lavoro, fondi comuni di solidarietà, utili ad aiutare non solo i lavoratori in difficoltà economiche, ma anche lo stesso datore di lavoro, per permettergli di continuare l’attività in determinate situazioni di crisi aziendali”.

Una domanda e un suggerimento che rilanciamo ai nostri lettori, sapendo che farsi domande e proporre possibili soluzioni è il sintomo di un’esperienza vitale anche in tempi difficili. Tempi in cui c’è il rischio, invece, che il tirare a campare prevalente da alcuni anni porti a un sindacato “da remoto”, sempre meno presente nei posti di lavoro assieme alle persone, e sempre più erogatore di servizi che magari questa esperienza avrà insegnato a garantire in modalità tipo smart working.

Svegliandosi una volta all’anno con qualche discorso del Primo Maggio o per il compleanno della Cisl.

 PS Con l’occasione riapriamo, in via sperimentale, lo spazio dei commenti, sperando che i problemi che ne avevano determinato la sospensione siano risolti definitivamente

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2 Commenti - Scrivi un commento

  1. Lettere condivisibili entrambe. Io penso che i soldi del reddito di cittadinanza possano nel prossimo futuro essere impiegati diversamente : ridurre l’orario di lavoro la dove possibile integrando il salario in maniera strutturale con le risorse derivanti dal reddito di cittadinanza e di pari passo l’obbligo di una nuova assunzione ogni due riduzioni d’orario. Ovviamente la partita andrebbe gestita a livello locale da rsu e aziende.
    Riguardo la retorica dei festeggiamenti non commento perché da anni non riconosco più chi sta al comando della Cisl, ormai conta solo la base.

  2. Molti anni fa, ovvero a meta’ degli anni ’80 un giovane sindacalista durante una sessione di lavoro ad un corso di formazione promosso dalla Fisba ebbe ad argomentare la bontà dello strumento della riduzione dell’orario di lavoro a fronte di una innovazione tecnologica che consentiva di produrre di più, meglio e in minor tempo. L’intervento suscitò un vivace dibattito molti erano perplessi, intervenne il prof. Costantini non tanto per dare ragione agli uni piuttosto che agli altri, ma semplicemente per osservare che sull’argomento si potevano avere opinioni diverse ma che la questione era stata argomentata in modo articolato e corretto così facendo invitava i partecipanti che ricordiamo erano li per “formarsi” a porre la loro attenzione piu che nella ricerca della risposta “giusta a tutti i costi” ad osservare attentamente la realtà, i fatti, e quindi a partire da ciò dare ragione della propria posizione……
    “santo uomo, santo formatore”.
    Cosa c’entra con quanto andiamo dicendo? A mio giudizio molto, porci delle domande “sensate” sul futuro ( vedi articolo di Mario) è sicuramente giusto, lo sono altrettanto i suggerimenti opinabili (la fabbrica come luogo di una rinnovata solidarietà, la richiamata questione della riduzione dell’orario di lavoro per far posto ai nuovi disoccupati) ma c’è una questione che per cosi dire viene prima, di metodo come ci aveva e ci sta suggerendo il prof.Costantini, una questione culturale di chi fa la fatica di leggere la realtà e a partire da questa cerca risposte adeguate, non importa se le stesse siano diverse, anzi paradossalmente la diversità da ragione di una vivacità e di una freschezza che è l’esatto contrario di risposte ideologicamente rigide.
    Proviamo a riflettere insieme su questa “zuppiera” comune?

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