L’orologio fermo

È stato così per i campionati europei di calcio, poi per le Olimpiadi di Tokyo, ora è ragionevole che vada così anche per il congresso della Cisl. Causa pandemia, si ferma l’orologio e ci si dà appuntamento ad un anno dopo. Sperando che nel frattempo sia stato trovato il vaccino (per il virus, ché quello contro il declino democratico, culturale ed etico della Cisl nessuno lo sta cercando).

Fermare l’orologio sarebbe un’opzione ragionevole, visto che il distanziamento sociale durerà ancora a lungo e la stagione congressuale andrebbe avviata già nel prossimo autunno, quando però il pericolo del contagio non sarà ancora debellato.

Ma non si tratta neppure di un’operazione neutrale. Come si fa a lasciar passare un anno in un’organizzazione dove ormai l’unica preoccupazione della dirigenza è quella di contare il tempo che manca al limite dei mandati di tanti a tutti i livelli, in modo da poter ritoccare continuamente l’organigramma e da tenere così tutti zitti e in attesa, perché tutti hanno il problema di ricollocarsi una volta raggiunto il limite?

Cosa accadrà di tutti i dirigenti che andranno a scadenza in questo anno? Lasceranno subito prima del congresso, o ci sarà anche per loro l’orologio fermo?

E poi c’è il caso del dottor Sbarra dell’Anas; lui che vuol fare il segretario generale a tutti i costi (ora va dicendo in giro che non ha alcuna possibilità di farlo; quindi vuol dire che sta lavorando per questo, come quando diceva che non aveva voglia di fare il segretario generale della Fai e invece voleva solo quello, in modo da azzerare i mandati, appunto, e rientrare in segreteria confederale senza questa spada di Damocle) ci perde o ci rimette ad aspettare un anno?

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Facciamo due conti: la sua data di nascita è un po’ meno segreta di quella dell’assunzione presso il compartimento Anas di Catanzaro, e quindi tutti sanno che il dottore ha una certa fretta, e che il tempo non passa a suo favore. Perché è vero che i mandati non sono più un problema grazie al passaggio dalla segreteria della Fai, ma il tetto dei 65 anni lo è. Se la signora Anna Maria non molla la cadrega al prossimo congresso, ed è chiaro che non la molla manco morta, lui rischia di arrivare lungo al momento fatidico e di essere considerato troppo vecchio per essere il prossimo segretario generale.

Se poi il congresso slitta di un anno, per lui l’affare si complica. Anche perché, sarà una coincidenza, nei corridoi di Via Po 21 si è cominciato a far girare la voce che lui non sarebbe il più adatto, che in fondo la sua gestione della Fai è stata un disastro proprio come dicevano quelli del 9 marzo (quest’ultimo passaggio a Via Po 21 non lo dicono, lo aggiungiamo noi per rivendicare il copyright), e poi c’è quella storia dell’assunzione all’Anas che non è mai stata chiarita proprio come dicono quelli del 9 marzo (come sopra).

Insomma, la signora non se ne vuole andare, le critiche un tempo vietate ora sono sdoganate a livello di corridoio, e così per il dottore il tempo si fa breve. E quindi gli restano due ipotesi: quella di ripiegare le aspirazioni e metterle nel cassetto, oppure quella di fare la guerra come la signora Anna Maria l’ha fatta a Bonanni, che fu spinto all’uscita in un modo o nell’altro.

Che lui rinunci, non ci crediamo; ma la signora Anna Maria è un osso più duro di Bonanni, almeno finché e lei che tiene in mano i fili delle trame di Via Po 21.

Intano però quel che resta al di sopra di tutti questi scenari è l’immagine dell’orologio fermo. Che potrebbe essere la soluzione necessaria per il congresso in tempi di pandemia, ma che rischia di essere la metafora più calzante per una Cisl ferma a contare i mandati di questo e quello anziché impegnata a muoversi per dare una rappresentanza migliore al mondo del lavoro.

Che ne avrebbe bisogno, tanto più in un momento grave che non sarà solo una parentesi da mettersi alle spalle, prima o poi, usando il tucco di fermare l’orologio.

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