“Giuseppi”, “Maurizi” e il dialogo per il cambiamento

Sul palco della Cgil domenica a Lecce c’erano il presidente del consiglio ed il segretario generale della Cgil, tutti e due, in modo diverso, impegnati in una seconda vita politica.

Giuseppe Conte, diventato “Giuseppi” dopo un famoso refuso di Donald Trump, era il capo del governo sovranista/populista di un’Italia in rotta di collisione con la Ue ed ora è il capo del governo che fa da argine al sovran-populismo anche per conto della Ue; era quello che salvava Salvini dal processo per la chiusura dei porti assumendosi la corresponsabilità della decisione ed oggi il suo governo segue una politica diversa; era quello obbligato per contratto a fare la flat tax ed oggi parla di tassare merendine e bibite; era un semplice avvocato che faceva il presidente del consiglio di una coalizione dove comandavano i due azionisti, ed ora si comporta da autentico capo politico di un governo quadripartito M5s-Pd-LeU-Renzi. Quindi è giusto chiamarlo “Giuseppi”, perché di Giuseppe Conte ce ne sono stati almeno due.

Ma anche Maurizio Landini, in maniera meno clamorosa, non è più il segretario della Fiom che preferiva inseguire le gloriose sconfitte contro Marchionne invece di perseguire qualche ragionevole compromesso, e non è più il beniamino della sinistra radicale che aveva sognato di farne il capo politico di una coalizione a sinistra del Pd. Oggi, senza aver esplicitato alcuna riflessione critica sul passato, gioca tutta un’altra partita e punta a rimettere la Cgil nella posizione di guida di tutto il mondo del lavoro secondo il vecchio schema. Ovvero, unità d’azione con Cisl e Uil, a partire dall’egemonia della Cgil e con la sponda del governo con dentro il Pd.

Non sorprende quindi che Rassegna sindacale parli di un “dialogo per il cambiamento”, visto che i protagonisti hanno già dimostrato di saper cambiare anche quando si resta al proprio posto. Il che non è un difetto, a patto che si cambi in meglio.

giuseppi e maurizi

Anche la Cisl negli anni recenti qualcosa ha cambiato. Ad esempio, ai tempi di Bonanni e delle vicende di Pomigliano e Mirafiori, quando Landini era “Maurizio uno” l’obiettivo politico era battere la Cgil incalzandola sul terreno del cambiamento in corso nel mondo produttivo e delle imprese. Un tentativo non privo di elementi di ambiguità, compreso il gioco di sponda con i governi allora in carica, ma che dimostrava come la Cisl volesse ancora avere qualcosa che la distingueva dagli altri e ne giustificava l’esistenza autonoma.

Ma ora le cose non stanno più così, e Via Po 21 preferisce conservare con Cgil e Uil un rapporto unitario del tipo “trentatrè-trentatrè-trentatré”. Un criterio paritario che vale un po’ per tutto, dall’organizzazione del prossimo appuntamento di Assago ad ottobre di lancio della piattaforma per il confronto con il governo (si parla di 9 mila delegati, 3 mila a testa, pronti a mangiare la minestra precotta), alla ripartizione di permessi e finanziamenti nei contratti collettivi (ai quali si vuol dare efficacia erga omnes).

Quindi anche per Via Po 21 c’è stato un cambiamento di linea rispetto al recente passato, anche se si tratta uno di quei cambiamenti che servono a non cambiare nulla (il “trentatrè-trentatrè-trentatré” fu inventato col Patto di Roma nel 1944). La differenza è che mentre “Giuseppi” e “Maurizi” entrano in un “dialogo per il cambiamento”, per Via Po 21 il cambiamento di linea passa dal silenzio, il restare muti e da una parte, mentre “Maurizio due” parla per tutti e dialoga con “Giuseppi” su cosa cambiare e cosa no.

E così, il dialogo per il cambiamento lo fanne quelli che contano, mentre al gruppo che controlla la confederazione con sede in Via Po a Roma basta che il meccanismo “trentatrè-trentatrè-trentatré” continui a funzionare senza problemi.

 

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3 Commenti - Scrivi un commento

  1. Sul palco della Cisl firmata Furlan, invece non parteciperebbe nemmeno il sottosegretario Baretta… E a ragione, sarebbe solo tempo perso.

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  2. altro che storia cisl basta avere soldi soldi soldi e permessi permessi permessi
    forse ha ragione qualcuno che chiede una nuova presenza dei moderati/cattolici sociali/socialdemocratici liberali cioè il mondo che vede un sindacato indipendente e legato ai contratti.
    Con la scusa della rappresentanza vogliono potere senza forme di trasparenza obbligatoria e di responsabilità penali.
    Se si rende obbligatorio l’art. 39 i sindacalisti devono diventare pubblici ufficiali con le relative responsabilità civili e penali

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