Finché la barca va

In attesa di sapere se Giulio secondo accetterà il nostro invito a replicare su questo sito alle critiche rivoltegli per il suo mutuo (o magari preferirà annunciare un’altra querela), e in attesa di sviluppi dall’inchiesta di Latina sul caporalato (la Fai, intanto, fa finta di niente come se la cosa riguardasse qualcun altro), ripeschiamo una storia un po’ vecchia, ma che vale la pena di essere raccontata anche se sul momento ci era sfuggita. D’altra parte non siamo lettori quotidiani della Verità, e quindi capita di non accorgersi di vicende che questo quotidiano racconta volentieri per mettere i sindacati in cattiva luce e che altri giornali più grandi devono aver qualche motivo per non raccontare, come capita un po’ troppo spesso per essere solo una coincidenza (ormai sui giornali si legge quasi solo quel che fanno girare gli uffici stampa, strutture dedicate a nascondere le informazioni).

La storia di oggi è ambientata in mare, e riguarda i marittimi, soprattutto quelli della Fit, un settore seguito fino a poco più di un anno fa da Beniamino Leone. Il quale si dimette a dicembre 2017. E la cosa sarebbe finita lì se alcuni mesi dopo lui non avesse scritto una lettera al consiglio generale della Fit spiegando le ragioni e la sua storia non fosse stata raccontata alla Verità con un articolo pubblicato il 27 maggio 2018. Una storia che riguarda il modo in cui i sindacati si mantengono senza bisogno di preoccuparsi troppo dei loro iscritti.

Alle origini di questa situazione c’è una legge, la numero 30 del 1998, che ha istituito il Registro internazionale delle navi, ed ha previsto dei vantaggi per le aziende e, a cascata, per i sindacati.

Le aziende hanno avuto la possibilità di reclutare personale in paesi dove i salari sono più bassi che in Italia con speciali contratti di arruolamento e attraverso agenzie di reclutamento. E siccome è stabilito che al personale nazionale si deve continuare ad applicare il contratto nazionale di lavoro, è chiaro che poi le aziende hanno ogni convenienza a far lavorare chi costa di meno anche se nella legge si era scritto che il personale arruolato all’estero avrebbe dovuto essere aggiuntivo, non sostitutivo, rispetto a quello nazionale.

E i sindacati? Il loro mestiere dovrebbe essere quello di dire che chi lavora in Italia deve essere retribuito in base alle stesse regole; e non si tratta di dire “prima gli italiani” o “prima gli stranieri”, ma della logica dell’azione collettiva che vuole stesso lavoro, stessa retribuzione per tutti. Invece che è successo? Che per colpa di questa legge i sindacati sono stati incaricati di firmare le deroghe, grazie alle quali le aziende potessero arruolare gli immigrati a condizioni peggiori di quelle previste per gli italiani.

A questo punto, perché mai i sindacati dovrebbero mettersi a sindacare se il personale è pagato in base al contratto o in base ad accordi speciali che abbattono il costo del lavoro alimentando la concorrenza sleale, a danno di italiani e immigrati nello stesso tempo? Dal punto di vista delle risorse ai sindacati non cambia niente. Perché queste entrate non sono il frutto del tesseramento, ma di un accordo speciale che nel 2001 ha previsto, per ogni marittimo imbarcato, un contributo annuale a beneficio dei tre sindacati firmatari pari a eur. 190; e la cosa deve aver funzionato bene e con reciproca soddisfazione, visto che accordi successivi hanno aumentato il contributo da 190 a 270.

Assieme a nove distacchi retribuiti previsti dagli stessi accordi e da spartire in parti uguali da buoni fratellini, i sindacati dei trasporti mettono così assieme un finanziamento notevolissimo ricevuto dalle controparti.

E chi riceve finanziamenti così ricchi, vi sembra che si mette facilmente a questionare nel momento in cui c’è da concedere qualche deroga alla controparte che dice di aver bisogno di assumere un po’ di dipendenti attraverso le società di reclutamento che vanno a prenderli dove costano poco?

Il risultato, secondo quanto affermato da Leone del quale riprendiamo le parole riportate dal giornale, è che “su 25 mila marittimi iscritti alla Cisl, 20 mila sono stranieri, e dei 5 mila italiani quelli veri non sono più di mille”. E arruolando all’estero, il risultato è che i dipendenti “possono sgobbare anche 16-17 ore al giorno in cambio di stipendi inferiori ai mille euro”. Si ripete così lo schema già denunciato da Fausto Scandola: i lavoratori guadagnano di meno, chi li rappresenta guadagna sempre di più.

L’articolo parla poi di altre cose interessanti: ad esempio si accenna a conti correnti fantasma in cui sarebbero transitati soldi in nero, di bilanci della Fit nei quali sarebbero riemersi soldi prima nascosti e altre cose simili. Tutte cose di fronte alla quali la federazione ha fatto come la Fai rispetto all’indagine di Latina sul caporalato che la riguarda: far finta di niente e avanti così.

Ma il punto di tutta la questione ci sembra essere quello denunciato da Leone nella sua lettera di dimissioni:

“Il sindacato, mi è stato insegnato, vive di risorse economiche liberamente e volontariamente devolute dai soci iscritti, loro sono i padroni”.

Ecco perché quando i soldi arrivano da altre parti i padroni sono altri, di conseguenza i lavoratori sono sempre meno pagati e meno tutelati, e il sindacato non fa più il sindacato; salvo andare avanti quasi per inerzia con lo stesso brand, gli stessi discorsi e la stessa apparenza di sempre.

Almeno finché la barca va…

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4 Commenti - Scrivi un commento

  1. Un po’ ovunque stanno sostituendo l’incapacità di fare iscritti (o forse trattasi di scelta di comodo) con marchingegni indegni di chi dovrebbe tutelare i lavoratori e la qualità del lavoro.

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  2. Bruno della calce · Edit

    Rileggendo e sfogliando anche a ritroso i commenti nonché gli eventi , i fatti che vengono pubblicati credo che sia opportuno svolgere una riflessione quasi finale. Niente si può salvare e nulla si può conservare delle tante situazioni esistenti. Quando un sistema è così introdotto e legittimato con commissatiamenti provocati ad arte e con espulsioni pretestuose per esser garbati non ci si può aspettare nulla di buono. Personalmente il disgusto generato dal mia espulsione e dalla architettura messa ad arte mi ha salvato dal condividere una decadenza che vedo ogni giorno accentuarsi e della quale francamente non mi spiace. La decadenza è una costante. . Echi lontani e distanti anni luce dalla complessità della vita quotidiana lavorativa. Oggi possiamo ammirare il nulla e il vuoto esistente e francamente forse anche un po’ cinicamente me ne compiaccio. Non me ne vogliate ma poi col tempo si matura il convincimento che il miglior antidoto alle mirabolanti e improbabili attese messianiche che qualcosa cambi con la bacchetta magica, sia la liberazione del pensiero e la riconquistata libertà di agire come meglio si crede. Solo se ogni persona riacquista il gusto di mettersi in discussione, metter in crisi il sistema senza pensare al portafoglio degli interessi e dei condizionamenti , ci sarà un cambiamento, Quando arriva la consapevolezza e si agisce con determinazione quello è un buon giorno e sarà un buon tempo . Tutto sta a rompere il ghiaccio e vi assicuro che poi sotto lo strato di ghiaccio ci si scioglie e si sta meglio., molto meglio.

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    1. A Bruno Della calce.
      Se tutto ciò che dici e si denuncia da tempo su questo blog fosse un sogno al risveglio ne vedremmo ancora delle peggiori. Ammesso che vi sia ancora la possibilità di peggiorare.
      Il bene è come il profumo di una rosa ma dura poco. Il male invece alimenta se stesso, attraversa e scavalca le generazioni. Ormai dobbiamo rassegnarci perchè nessuno di noi vedrà mai la fine dell’incubo. C’è un’ unica via, lunga e arida : uscire dar monnezzaro, fondare la nuova Cisl e come Certosini scavare giorno per giorno la terra sotto i piedi a questi imbroglioni. Sarà un lungo cammino nel deserto ma la Storia alfine ci dirà Liberi e Forti.
      Nel centenario di quel nobile appello di Sturzo non sarebbe poi tanto male.

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  3. Bruno Della Calce · Edit

    Tutto è possibile..caro anonimo…un sindacato si fonda sulle categorie e una categoria sugli iscritti e le quote tessera. Cosi dovrebbe essere. Le categorie sono il sindacato il resto è orpello, inutile costo. E’ una associazione in fondo e basta convincere le persone a versare le quote e hai creato il soggetto. A mio avviso si poteva fare anche prima: non l’ha ordinato il medico di mantenere un apparato, la categoria è padrona delle risorse. Si stacca la spina e se ne accende un’altra. Sembra facile ma non lo è… ma non è nemmeno tanto difficile se ci sono un centinaio di teste pazze..quindi geniali.

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