Potenziale conflitto di interessi

Dal sito corteconti.it

La scelta del 5 per mille dell’Irpef da parte dei contribuenti e l’audit dell’Agenzia delle entrate sui comportamenti degli intermediari
Con tre relazioni, n. 14/2013/G del 18 dicembre 2013, n. 14/2014/G del 31 ottobre 2014 e n. 9/2015/G del 26 ottobre 2015, la Corte dei conti ha riferito sulle modalità di gestione dell’istituto del 5 per mille nei suoi primi anni di applicazione individuando gli elementi di debolezza della normativa e della sua applicazione, al fine di indicare le iniziative da intraprendere per migliorarne l’impianto complessivo.
In tale contesto, su impulso dell’organo di controllo, l’Agenzia delle entrate ha svolto un’approfondita attività di audit sul comportamento degli intermediari, alcuni dei quali in potenziale conflitto di interesse con l’attività di raccolta delle volontà dei contribuenti in quanto essi stessi fruitori del 5 per mille o in stretto legame con i beneficiari.
Nell’ambito dell’analisi svolta dall’Agenzia delle entrate come attività di audit per gli anni 2014 e 2015, avente ad oggetto anche l’8 per mille, sono emerse alcune problematiche relativamente alla comunicazione. In particolare, si sono constatate:
- trasmissioni di scelte difformi dalla volontà dei contribuenti;
- la mancata conservazione del 4,6 per cento delle schede delle scelte;
- potenziale interferenza nel processo decisionale dei contribuenti.
All’esito dell’indagine, l’Agenzia delle entrate ha comunicato che i verbali con le contestazioni sono stati trasmessi all’ufficio competente all’irrogazione delle eventuali sanzioni.
La Consulta dei CAF, nel prendere atto che le disposizioni vigenti ammettono che l’intermediario possa essere, anche indirettamente, beneficiario del contributo, ha dichiarato la disponibilità ad affrontare la problematica anche attraverso una modifica legislativa.

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Questa volta, nonostante il titolo, non parliamo del mutuo principesco di Giulio secondo – al quale rinnoviamo la disponibilità a dare spazio ai suoi argomenti; c’è tempo fino all’arrivo della denuncia che ha annunciato – ma dei Caf. Che, secondo la Corte dei conti, e in base ad un’indagine dell’Agenzia delle entrate, potrebbero avere interesse proprio nelle scelte per la destinazione del 5 per mille attraverso le dichiarazioni dei redditi che gestiscono (gli interessati possono leggere qui la relazione integrale).

La stessa consulta nazionale dei Caf, impegnandosi per una raccolta “consapevole”, ha implicitamente ammesso che finora qualche potenziale problema sul piano della consapevolezza delle dichiarazioni c’è stato.

Quindi almeno stavolta, non si tratta di una “fake news” alimentata dai “poteri forti” contro qualche sedicente sindacalista coraggioso. E si può dire, senza preoccuparsi che arrivi qualche denuncia, che potenzialmente ogni Caf tira la volata agli enti del suo sindacato, comportandosi così seguendo, potenzialmente, un interesse della propria organizzazione e non necessariamente quello del contribuente che fa la dichiarazione. E la cosa non è nemmeno di per sé illecita, almeno finché non si arriva a falsare la volontà del dichiarante, o a indurlo a fare qualcosa senza che se ne renda conto.

La Cisl, ad esempio, pubblica regolarmente dei rapporti sulla destinazione del 5 per mille in base alle dichiarazioni raccolte dal proprio Caf, da cui risulta, certo non casualmente, una forte inclinazione verso Anteas. Cioè ad una creazione della Fnp che usa quei soldi per fare cose ottime, almeno quando ci sono ottimi sindacalisti ad usarli; ad esempio quando c’era Fausto Scandola a Verona. Non immaginiamo  invece di cosa può succedere in un’organizzazione che espelle Scandola e tiene altri al loro posto.

Ma, tornando ai Caf ed al 5 per mille, le regole sembrano essere state scritte proprio perché le cose potessero andassero in modo da far arrivare risorse alle organizzazioni, senza finanziarle direttamente. Ufficialmente, tutto è su base volontaria e spontanea. E tutto è lecito.

Solo che certe cose danno dipendenza. E quando un’organizzazione comincia a trarre risorse dall’esterno invece che dai propri associati, finisce che le strutture di servizio prendono il sopravvento, per ragioni di interesse, sulle finalità proprie dell’organizzazione.

 

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9 Commenti - Scrivi un commento

  1. Confermo la tesi evidenziata dalla Corte dei conti e aggiungo di aver appreso da un ex lavoratore cisl che andando in pensione si è trovato automaticamente iscritto ai pensionati (scoperta fatto dopo qualche anno quando ricevette, per caso un giornale della fnp nazionale) che accade, ma accade anche di peggio tipo fare assistenza/consulenza per pratiche di pensioni e disoccupazione chiedendo la preventiva iscrizione annuale (altro espediente inventato dai superpagati dirigenti per attenuare l’emorragia di iscritti)
    Un ex cislino dallo scandalo SCANDOLA.

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  2. anonimo operatore per anni · Edit

    Confermo
    si fanno corsi mirati e quelli iniziali finanziati sono ancora più mirati per gli operatori specialmente quelli stagionali, i vecchi dipendenti lo sanno da anni cosa e come fare.
    E’ la stessa cosa che denuncia il Presidente Inps quando invita la gente a fare le domande direttamente tramite il sito perchè nei patronati sindacali ti chiedono di iscriverti.
    tutte cose dimostrabili
    basta guardare ai contributi che arrivano oltre ad Anteas anche ad Adiconsum e altri Enti Cisl.
    Vi è un lavoro mirato sugli utenti che arrivano senza indicazione precisa e sono la maggior parte
    Molto meno nell’8 per mille .
    L’unico modo è rendere incompatibili i ruoli e prevedere la sospensione immediata e l’eventuale revoca dell’incarico di caf abilitato.

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  3. Del pezzo: “ PRIVATIZZAZIONI:VANTAGGI PER POCHI, A SCAPITO DI TUTTI – di Luigi Viggiano“, mi ha incuriosito molto leggere che: “La maggior parte dei lavori e della manutenzione della rete vengono fatti “IN HOUSE” in barba a ogni concorrenza e senza nessun controllo sui costi effettivi sostenuti. La cosa, a dire il vero più che incuriosito mi ha allarmato perché è risaputo che molto spesso, per non dire sempre si ricorre ad espressioni straniere di non facile comprensione (per il lettore comune) per non fargli capire la portata, del vero significato. Sarà diffidenza o quello che volete ma in questi casi non mi sono mai fidato e una volta, grazie al Dizionario, oggi grazie a google cerco di saperne di più con termini italiani; ed ecco che come temevo “si scoprono gli altarini” che si celano dietro l’anglicismo. (Intendiamoci non ho assolutamente nulla contro chi ha usato il termine molto invece su chi l’ha praticato.
    Per chi ne volesse sapere di più riporto una spiegazione che ritengo estremamente chiara dell ’’AFFIDAMENTO IN HOUSE TRA LE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI”. Di Rosamaria Boccuzzi

    L’affidamento in house è certamente uno dei temi più dibattuti e controversi degli ultimi anni nel settore della contrattualistica pubblica. Col termine affidamenti in house viene indicata l’ipotesi in cui, il committente pubblico, derogando al principio di carattere generale dell’evidenza pubblica, invece di procedere all’affidamento all’esterno di determinate prestazioni, provvede in proprio, e cioè all’interno, all’esecuzione delle stesse attribuendo l’appalto di servizi ad un’altra entità giuridica (di diritto pubblico) mediante il sistema dell’affidamento diretto o senza gara . Questo sistema, definito in tempi più recenti con l’espressione in house providing, evidenzia il modello organizzativo in cui la Pubblica Amministrazione, in contrapposizione con il modello dell’outsourcing (e cioè del ricorso alla impresa privata per il reperimento delle risorse necessarie allo svolgimento dell’attività amministrativa), provvede da sé al perseguimento del bene-interesse pubblico mediante attività interna ad essa stessa. La scelta tra tali modelli richiede la previa valutazione comparativa degli obiettivi di valorizzazione che si intendono conseguire e dei relativi mezzi, metodi e tempi, in base ai principi di economicità, efficienza ed efficacia (sistema inglese del Best Value). Il ricorso all’ in house è, senza dubbio alcuno, manifestazione del potere di auto-organizzazione della Pubblica Amministrazione, la quale, attraverso un sistema definito, da autorevole dottrina, di “delegazione interorganica”, può decidere di produrre da sé il servizio pubblico. Tuttavia, il sistema de quo va a scontrarsi con i principi generali di tutela della concorrenza e del mercato, tesi a garantire la massima trasparenza anche in materia di appalti e di contratti pubblici. A tal proposito, è intervenuta la Corte di Giustizia, delineando, con la sentenza del 18 novembre 1999 (nota come “Sentenza Teckal”), i confini all’interno dei quali l’affidamento diretto può ritenersi ammissibile e non in contrasto con il libero mercato. Le condizioni necessarie, affinché si possa procedere all’affidamento senza gara, sono: – l’esercizio da parte dell’Ente committente, sul soggetto affidatario, di un “controllo analogo” a quello che esercita sui propri servizi, – la necessità che il soggetto affidatario realizzi la parte più importante della propria attività con l’ente committente che lo controlla. In buona sostanza, l’affidamento in house, perché sia legittimo, deve essere fatto a favore di una entità giuridica legata, all’ente aggiudicatore, da particolari vincoli di carattere funzionale, organizzativi ed economici. Pertanto, l’amministrazione controllante deve esercitare un assoluto potere di direzione, di coordinamento e di supervisione dell’attività della persona giuridica controllata, che non possiede alcuna autonomia decisionale in relazione ai più importanti atti di gestione e che si configura come un’ipotesi di terzietà formale, ma non sostanziale. Questa, infatti, è terza perché dotata di personalità giuridica, ma lo è solo formalmente perché nella sostanza dipende integralmente dall’amministrazione in una forma di “subordinazione gerarchica”. Con tale pronuncia, la Corte di Giustizia non solo ha delineato i limiti del ricorso all’affidamento in questione ma ha fornito su un piatto d’argento la soluzione normativa di questo istituto. Infatti, la nuova formulazione dell’art. 113 del D.Lgs. 267/2000, così come modificato dalla Legge 326/2003, in materia di affidamento del servizio pubblico locale prevede, al comma 5, che la titolarità del servizio sia attribuita, tra le altre, anche a “società a capitale interamente pubblico a condizione che l’ente o gli enti pubblici titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l’ente o gli enti pubblici che la controllano”. I parametri, ai quali deve rispondere l’affidamento in house, sono stati ulteriormente definiti dalla Corte di Giustizia con una recentissima sentenza, dell’11 gennaio 2005, con la quale è stato ridimensionato il ricorso all’istituto in questione. Infatti, escludendo la possibilità che l’amministrazione aggiudicatrice possa esercitare, su una società a partecipazione privata – seppur in minima percentuale – un controllo analogo a quello che esercita sui propri servizi, la Corte ha escluso dall’ in house qualsiasi società mista. Questo non solo perché la presenza di un soggetto privato, all’interno della società aggiudicataria, comporterebbe l’inevitabile perseguimento di interessi confliggenti con quelli pubblici, e quindi ostacolerebbe il controllo pieno sull’attività e sulla struttura dell’ente, ma anche nel rispetto della libera concorrenza e del libero mercato, principi che ricevono in ambito comunitario la più ampia tutela giuridica. Premesso che l’amministrazione committente Rispetto a quanto sin qui trattato, volendo indagare sulla possibilità dell’affidamento diretto, ad una società partecipata al 100% da un determinato Dipartimento, da parte di un altro Dipartimento della medesima amministrazione o, addirittura, da parte di una amministrazione diversa, si propongono le seguenti argomentazioni. Il discrimen in questa fattispecie, si trova nell’individuazione del “rapporto” esistente tra una amministrazione aggiudicatrice e un’altra amministrazione, tanto da determinare la necessità di ricorrere alla gara pubblica o la possibilità di eseguire un affidamento in house. Sulla natura giuridica del rapporto tra amministrazioni dello Stato, in dottrina e giurisprudenza esistono orientamenti contrastanti. Un primo orientamento reputa necessaria l’applicazione della direttiva CEE 93/36, sulle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici, nel caso in cui un’ amministrazione aggiudicatrice decida di stipulare un contratto (per la fornitura di prodotti) con un’altra amministrazione, indipendentemente dal fatto che questa sia un’amministrazione aggiudicatrice o meno. Ciò in virtù del fatto che, tra due amministrazioni, manca il “controllo analogo” a quello che la amministrazione aggiudicatrice esercita sui propri servizi e la condizione che l’ente aggiudicatario eserciti la parte più importante della propria attività con l’ente pubblico aggiudicatore. Pertanto, essendo l’amministrazione aggiudicataria in posizione di terzietà, si rende necessaria l’applicazione della disciplina comunitaria (Corte di Giustizia, Sez. V, sentenza Teckal del 18 novembre 1999, causa C-107/98). Si deduce che, in una fattispecie del genere, non esiste, nei confronti dell’amministrazione incaricata, quel potere assoluto di direzione, coordinamento e supervisione, che conduce ad un totale controllo strutturale e sull’attività esercitata. Altra tesi, meno restrittiva, pone l’indice, invece, sulla distinzione fra le diverse tipologie di rapporti in house. Una prima categoria, definita in house stricto sensu, concerne l’ipotesi in cui l’amministrazione aggiudicatrice, ricorrendo ai servizi interni alla propria struttura operativa (anche propri uffici) decide di far eseguire servizi o lavori attraverso i propri mezzi o le proprie risorse. Una seconda ipotesi, assimilabile all’ in house stricto sensu, concerne i rapporti tra organizzazioni interne all’amministrazione pubblica (ad esempio, rapporto tra Ministeri), in cui un Ministero non è individuabile come terzo rispetto all’altro. Ne deriva che tali rapporti sono del tutto assimilati a quelli intercorrenti tra un’amministrazione e i suoi servizi interni, in funzione della delegazione interorganica. Una terza fattispecie, riguarda la relazione tra un soggetto terzo posseduto e controllato al 100% da un ente pubblico aggiudicatore, con un legame di esclusiva. L’ente affidatario, incaricato di eseguire i lavori per l’amministrazione appaltante, è non solo interamente controllato e posseduto dalla stessa ma ha anche un legame di esclusiva in merito all’esercizio dell’attività. In altri termini, l’ente non può fornire i propri servizi a terzi, ma solamente all’amministrazione a cui appartiene (Nota esplicativa del Dipartimento delle Politiche di Sviluppo e Coesione del 4 maggio 2004). Alla luce delle considerazioni sopra esposte, se si assume come parametro diretto di giudizio la tesi dei Giudici lussemburghesi, sembrerebbe che l’affidamento di servizi tra amministrazioni aggiudicatici, o tra società controllate da queste e altra amministrazione, sia assoggettabile alla normativa comunitaria in tema di gare pubbliche, stante l’assoluta mancanza di collegamento tra i due enti in questione, tale da non potersi configurare la condizione di una delega interorganica. Se si prende in considerazione la tesi che individua le tre fattispecie di in house, si può ricavare che, se non esiste rapporto di terzietà tra un Ministero e l’altro (seconda fattispecie ipotizzata) e tra amministrazione e ente interamente controllato (terza fattispecie ipotizzata), ne deriva che, per la proprietà transitiva, qualunque Ministero, o qualunque Dipartimento di esso in qualità di sua articolazione, può affidare in maniera diretta all’ente partecipato al 100% da un altro Ministero, o da un altro Dipartimento, un appalto di servizi, senza ricorso alla disciplina comunitaria. Infatti, essendo l’assenza di terzietà la condizione che, secondo la Corte di Giustizia, abilita al ricorso dell’affidamento diretto, una relazione in house tra un organismo ed il proprio soggetto controllante al 100% vale anche tra il medesimo organismo ed i soggetti che non sono terzi rispetto al suo soggetto controllante. Pertanto, nel caso delle amministrazioni dello Stato, inteso come Ente Stato, non esiste terzietà tra Ministero e Ministero, e di conseguenza tra Dipartimento e Dipartimento in qualità di struttura organizzativa del medesimo Ministero, in quanto tutte le articolazioni dell’apparato statale esistono al fine di permettere all’amministrazione centrale di perseguire il bene-interesse collettivo. Concludendo, è possibile considerare l’organismo in house di un Ministero (come ad esempio CONSIP Spa o SOGEI Spa), come in house di tutto l’apparato statale e, quindi, anche di altri Ministeri o amministrazioni centrali dello Stato, i quali, in quanto tali, devono svolgere la propria attività in maniera coordinata, anche in base a quanto espressamente disposto dall’art 95 della Costituzione. Ciò vuol dire che, una volta verificata la sussistenza delle condizioni individuate dalla giurisprudenza come necessarie al fine di una relazione in house nei confronti di un determinato organismo rispetto ad una singola amministrazione centrale, tale organismo potrà essere ritenuto in house di tutto l’Ente Stato considerato nel suo insieme come un’unica entità giuridica. Rosa
    Il diffidente

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  4. E, DALLA PARTE DEL GOVERNO SI SCHIERA ANCHE LA CGIL MENTRE LA CISL STA A GUARDARE IN MINACCIOSO SILENZIO
    Rendimenti garantiti ai concessionari anche oltre il 10% E LA CISL STA A GUARDARE
    Ponte Morandi, i guadagni segreti di Autostrade. Di Maio: faccio causa agli ex ministri quotidiano.net 29 agosto2018
    Cadono i veli sulle 27 concessioni che si dividono la grande torta della rete autostradale italiana. Il dossier sarà fra i primi sul tavolo del premier, Giuseppe Conte, alla ripresa dei lavori. A Palazzo Chigi è già stata costituita una task force guidata dal sottosegretario Giorgetti (Lega) e da Stefano Buffagni (M5s), che coordinano un gruppo di lavoro con funzionari dei ministeri delle Infrastrutture, dell’Economia e dello Sviluppo. «Decideremo caso per caso, non tutte le autostrade saranno nazionalizzate», ha precisato il ministro Toninelli. E dalla parte dell’esecutivo si schiera la CGIL.
    Tre le strade a disposizione: revoca della concessione, rinegoziazione, ma anche il passaggio della vigilanza all’authority dei Trasporti, che non ha poteri sulle convenzioni in essere. Ma non basta. Luigi Di Maio minaccia di denunciare alla Corte dei Conti tutti gli ex ministri per danno erariale allo Stato: «Chi ha fatto la concessione regalo ad Autostrade e chi non l’ha annullata dovrà pagare di tasca propria». Il ministro dello Sviluppo ha già parlato con gli avvocati che avrebbero dato il via libera per presentare l’esposto al procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio. Di Maio attacca anche la famiglia Benetton: «Fuori i prenditori dallo Stato», dice, chiedendo di pubblicare i nomi di politici e giornali «finanziati in questi anni».

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  5. Di male in peggio
    ALTRA BRUTTA SORPRESA DEL RECENTE CONTRATTO SCUOLA – BENEDETTO E GLORIFICATO DALLA CISL
    L’Inps, con messaggio n. 3224 del 30 agosto 2018, ha fornito dei chiarimenti in merito all’assoggettabilità contributiva, a fini pensionistici e per i trattamenti di fine servizio, della voce retributiva “elemento perequativo”, previsto nel CCNL 2016-2018 e introdotto per sostenere l’aumento stipendiale sino al 31 dicembre 2018.
    Elemento perequativo, Inps: si computa per la pensione ma non per TFS/TFR
    L’Inps, con messaggio n. 3224 del 30 agosto 2018, ha fornito dei chiarimenti in merito all’assoggettabilità contributiva, a fini pensionistici e per i trattamenti di fine servizio, della voce retributiva “elemento perequativo”, previsto nel CCNL 2016-2018 e introdotto per sostenere l’aumento stipendiale sino al 31 dicembre 2018.
    Erogazione elemento perequativo L’elemento perequativo è erogato con cadenza mensile per un periodo di tempo limitato, che va dal mese di marzo al mese di dicembre 2018.
    Quando può essere corrisposto L’elemento perequativo è corrisposto per periodi di lavoro superiore a 15 giorni, fatta eccezione per il personale della scuola e degli Istituti di Alta formazione artistica, musicale e coreutica destinatario di supplenze brevi e saltuarie. In quest’ultimo caso l’emolumento è corrisposto anche per periodi inferiori a 15 giorni.
    Elemento perequativo e pensioni L“elemento perequativo”, chiarisce l’Inps, è imponibile ai fini pensionistici e concorre, conseguentemente, anche ai fini della determinazione dell’imponibile della Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali, nonché dell’Assicurazione sociale vita.
    Il suddetto elemento, invece:
    non è computabile né ai fini della base annua maggiorabile del 18%, di cui all’articolo 43 del D.P.R.n. 1092/1973, né tra le voci retributive di cui all’articolo 13, comma 1 lett. a), del D.lgs. n. 503/1992 (quota A);
    non rientra nel computo della cosiddetta “retribuzione virtuale”, corrispondente a quella che avrebbe percepito il dipendente se fosse rimasto in servizio, nel caso di assenze per malattia;
    non è computabile nella retribuzione utile al calcolo della contribuzione figurativa nelle ipotesi di assenza dal servizio, con retribuzione ridotta o nulla, previste dal D.lgs. n. 151/2001, dalla legge n. 104/92, dal D.L. n. 112/08, convertito con modificazioni dalla legge n. 133/08 e dal D.lgs n. 80/15.
    Elemento perequativo e TFR/TFS L’elemento perequativo non concorre alla determinazione della prestazione né ai fini del TFS (Indennità di buonuscita e Indennità premio di servizio) né ai fini del TFR; pertanto, non rientra nella base imponibile contributiva del fondo ex ENPAS ed ex INADEL.
    Meno male che l’ANIEF c’è

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  6. Qualche giorno fa, ad UNOmattina ho visto un grosso personaggio della cisl. Non si vedeva da tempo. Lo sapevamo insignito della stella al merito dei Probiviri. Al merito non della fedeltà, nel suo caso, ma del prezioso aiuto prestato nel sostegno al capovolgimento cruento dei vertici fp.
    Era in trasmissione in qualità di presidente del fondo anti racket di Adiconsum.
    Un personaggio del quale si è molto discusso in altri tempi e che ha sempre tenuto le fila di molte vicende. E lo ha fatto in modo mazzarinico. Un masso-sindacalista. In carriera dalla nascita e con fine carriera mai. La carriera è fatta di risorse e le risorse, soprattutto se economiche, fanno gola a tanti.
    E allora senza addentrarmi nel passato prossimo, mi è venuto in mente l’articolo che segue in link http://www.lanotiziagiornale.it/da-sindacalista-cisl-a-superstipendiato-di-statoil-caso-di-rino-tarelli-presidente-covipche-tra-stipendio-e-pensione-sfonda-i-240-mila-euro/
    E ricordo ancora quando, giovani e inesperti sindacalisti, venivamo presentati al suo cospetto per la approvazione “divina”, magari riuniti in qualche convento con celebrazioni di messe finali.
    Si sa…pregare Dio e fregare il prossimo è un’arte riservata ai grossi personaggi…

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  7. Con questi soggetti la Cisl non farà mai i conti. O meglio, se ancora si aggirano per aumentare i loro guadagni è perchè c’è chi glielo consente e quindi è la dimostrazione che il sindacato è diventato un posto utile per le stesse facce e per le stesse cordate , Basta pubblicare le immagini e l’elenco degli incarichi che si protraggono ben oltre la normale vita lavorativa per capire in che razza di recinto siamo caduti.

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  8. Amici cari, che vi ostinate a non voler vedere la realtà aggrappandovi ad un passato che mai più ritornerà fino aquando non saranno sfrattati i personaggi che in nome della democrazia ci hanno preso in giro per distruggerla:
    Se oggi la DEMOCRAZIA (dentro e fuori il sindacato) E’ FORTEMENTE MESSA A RISCHIO lo è anche per l’assiduo contributo demolitore assicurato dalla dirigenza CISL composta da personaggi cloni del capostipite Marini, che nell’errata convinzione di essere nel giusto continuano imperterriti a TAFAZZARCI TUTTI. E’ almeno da 2 a 3 decenni che, la élite italiana (sindacato compreso) è diventata sinonimo di grossolane e ridicole dittature interne ai: sindacati, partiti, associazioni professionali ecc. In realtà il termine usato conta poco perché il risultato chiarissimo è esattamente L’ANTITESI DELLA DEMOCRAZIA. OVVERO UN GROVIGLIO DI INTERESSI PRIVATI CHE FA PREVALERE L’OBIETTIVO DI ACCAPARRARSI IL POTERE PER DOMINARE.
    L’ORACOLAIO

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  9. Scusate ma non riesco a capire la linea della Cisl. .. qualcuno me la spieghi. Alcuni mesi fa in un intervista televisiva la Furlan annunciava che i voucher vanno reinseriti. Pochi giorni fa la stessa dichiarava che non vanno reintrodotti. Quale delle due?

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